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Martedì, 03 Ottobre 2017 15:36

“I rivoluzionari del Novecento”: in mostra a Bologna l'arte delle Avanguardie

Renè Magritte, "Il castello dei Pirenei" (particolare) Renè Magritte, "Il castello dei Pirenei" (particolare)

Bologna - Dal prossimo 17 ottobre fino all'11 febbraio 2018 “I rivoluzionari del Novecento” metterà in scena a Palazzo Albergati uno dei periodi più dirompenti di tutta la storia dell’arte.

Saranno presenti nomi del calibro di Marcel Duchamp, Man Ray, René Magritte, Max Ernst, Francis Picabia, Kurt Schwitters, Salvador Dalì: il gotha dei due movimenti, quello Dadaista e quello Surrealista, completato dalla presenza del più “giovane” ma altrettanto eversivo Jackson Pollock.
 
Un salto mortale dell’immaginazione, una bomba innescata nel cuore dell’arte occidentale e pronta ad aprire varchi inattesi su altri mondi: dall’inconscio agli oggetti più prosaici del quotidiano, fino alle culture di paesi lontani.
 
In mostra 180 quadri, sculture, fotografie, collage, ready-made, più una serie di preziosi documenti, tutti provenienti dall’Israel Museum di Gerusalemme.
 
Una rara occasione per trovarsi a tu per tu con un numero incredibile di opere icona, come la dissacrante “Gioconda con i baffi” di Duchamp o “Le Chateau de Pyrenees” di Magritte, ma anche per scoprirne vicende e significati poco noti.
 
Si apprenderà così l’enigma ambiguo nascosto nel titolo ufficiale della Monna Lisa sfregiata (L.H.O.O.Q.), tra gli esempi più eclatanti del gusto di Marcel Duchamp per i giochi di parole, ma anche la singolare storia della pietra in volo nei cieli di Magritte, che il precedente proprietario – l’avvocato newyorkese Harry Torczyner – teneva appesa nello studio come una finestra su un altro mondo, da guardare al posto dello sgradito panorama di Manhattan. 
 
E poi l’eccentrico Surrealist Essay di Dalì, il ready made duchampiano Waistcoat for Benjamin Peret, la paradossale Main Ray di Man Ray, i mondi visionari di Yves Tanguy, i ritratti scomposti di Picabia.
 
Curato da Amina Kamien-Kazhdan e David Rockefeller, il percorso si articolerà in sezioni dedicate ai temi più cari a Surrealisti e Dada, come “Illusioni e paesaggi da sogno” o “Automatismo, biomorfismo e metamorfosi”, per scoprire le più inquietanti ibridazioni tra umano, organico e inorganico. 
“Meravigliose giustapposizioni” sorprenderà con fotomontaggi, collage e spiazzanti assemblaggi di oggetti, mentre “Desiderio” esplorerà il mito della donna nelle sue declinazioni più oscure, tra cui il celebre Le rêve de Vénus di Dalì. 
 
Gran parte dei pezzi in mostra per “Duchamp, Magritte, Dalì: i rivoluzionari del Novecento” è approdata all’Israel Museum tra il 1972 e il 1998 dalla leggendaria raccolta milanese di Arturo Schwarz, uno dei collezionisti più atipici nel panorama italiano.
 
Una passione nata quasi per caso, quella per il Surrealismo, quando ad Alessandria d’Egitto, dove era nato, il giovane Schwarz si imbattè nei libri di André Breton e non resistette alla tentazione di scrivere all’autore, che rispose con entusiasmo da Parigi. 
La miccia era ormai accesa e nulla sarebbe stato in grado di fermarla, nemmeno una condanna a morte per attività politica trotzkista e sovversiva. Scampato all’impiccagione in Egitto e trapiantato a Milano nel 1949, Schwarz è stato studioso dai molteplici interessi, poeta, scrittore, libraio, editore, gallerista e amico di un gran numero di artisti. 
 
Racconta la curatrice Kamien-Kazhdan: “Le opere d’arte dadaiste, praticamente, non esistono. Gli autori negavano l’unicità dell’opera, così come mettevano in discussione il percorso creativo inteso come frutto di talento eccezionale. Ma qualsiasi cosa fossero, molte sono andate distrutte. Di quelle opere ci sono solo repliche”. 
 
L’idea delle repliche e della “ricostituzione” dei ready-made fu proprio di Schwarz, che la propose a Duchamp nel 1964. 
La ruota di bicicletta e il badile per la neve, il porte bouteilles e lo scandaloso orinatoio rinacquero in nuove serie di object trouvé, il più possibile vicini a quelli perduti. 
 
In seguito Schwarz donò le due serie complete di cui era in possesso all’Israel Museum e alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, come il resto della sua collezione, che oggi è divisa tra queste sedi e il Tel Aviv Museum of Art. 
“Sono anarchico, e non solo a parole”, ha dichiarato in passato il collezionista: “Ritengo, come Proudhon, che la proprietà sia un furto e allora, intorno ai settant’anni, ho deciso di donare tutto quello che avevo”. 

 

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