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Martedì, 20 Febbraio 2018 10:34

Agli Uffizi otto sale dedicate al Caravaggio e alla pittura del '600

nella foto il direttore degli Uffizi e il sindaco di Firenze nella foto il direttore degli Uffizi e il sindaco di Firenze foto di Andrea Dami

di Andrea Dami

Firenze – Alla Galleria degli Uffizi, al primo piano dell’ala di Levante, ben otto sale con un nuovo allestimento sono dedicate a Caravaggio e alla pittura seicentesca e proprio Michelangelo Merisi (detto il Caravaggio) fa la parte da leone, essendo l’indiscusso fulcro della pittura di quel secolo.

Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi, con la collaborazione di Anna Bisceglia (curatrice della pittura toscana del Seicento), Francesca de Luca (pittura del Cinquecento) e Maria Matilde Simari (pittura italiana ed europea del Seicento), ha voluto creare qui un percorso museale che offre una “lettura” delle opere esposte tenendo conto delle differenti esigenze dei visitatori e del bisogno di approfondimento di una consistente parte di loro.

Nella prima sala: “Tra realtà e magia” si trovano i lavori di artisti ancora cinquecenteschi, un cinquecento maturo, come dice la curatrice Francesca de Luca, ma che già si discostano dai canoni manieristici. È una campionatura, necessariamente non sistematica, dei diversi approcci al naturale, ma anche popolareschi o venati di elementi simbolici ed enigmatici che possono far capire le caratteristiche del bacino culturale in cui è avvenuta la formazione del Caravaggio. Non poteva mancare nella sala successiva l’opera di Artemisia Gentileschi: la Decapitazione di Oloferne e a seguire la Medusa, dipinta da Caravaggio su uno scudo da parata, mentre alle pareti, oltre all’Armida di Cecco Bravo, donato recentemente dalla sezione americana degli Amici degli Uffizi, è esposta la statua romana di Minerva con la testa della figura mitologica sul petto e il quadro della testa coronata dai serpenti di Otto Marsaeus, attribuito nei secoli passati a Leonardo da Vinci. Si entra poi nella sala dedicata alla natura morta: dal Bacco di Caravaggio si passa al vaso di fiori di Carlo Dolci e a una natura morta di Velazquez, dagli evidenti richiami caravaggeschi.

“Lume di notte” è il titolo della sala che segue, perché dedicata alla rappresentazione di scene illuminate da candele: al centro la Natività di Gherardo Delle Notti (Gerard van Honthorst). Dopo aver ammirato l’Annunciazione di Matthias Stamer e la Carità romana di Bartolomeo Manfredi, si entra nella sala dedicata ai ritratti da Rembrandt a Rubens e Van Dyck, dipinti di piccolo e grande formato che costituiscono una successione di opere celebri, “che riunite sono un insieme emozionante, denso di spunti per riflettere sulla grande pittura del Seicento che fu soprattutto europea per la vivace circolazione delle idee e per i molti e continui contatti tra artisti e committenti che non si curavano poi molto dei confini territoriali – dice Maria Matilde Simari, curatrice della pittura italiana ed europea del Seicento –. Da queste sale ci si augura che possa affiorare non solo l’esaltazione di alcuni capolavori, ma soprattutto la possibilità di intuire, anche per il visitatore frettoloso, alcuni aspetti salienti di un secolo straordinario, un secolo di circolazione culturale, di novità artistiche, di curiosità verso la realtà quotidiana e verso un mondo che si rivelava sempre più vasto e complesso”.

Alla ritrattistica europea è accostata quella fiorentina nella sala: “Galileo e i Medici” dove si stagliano il Ritratto di Galileo Galilei e il monumentale triplice ritratto di Cosimo II, Maria Maddalena d’Austria e il figlio Ferdinando II, ambedue di Giusto Sustermans. Non poteva mancare un’interessante curiosità: la granduchessa indossa un fermacapelli circolare sul quale splende un grosso diamante giallo di 138 carati: è il celebre “Fiorentino” che Ferdinando I aveva acquistato nel 1601 e aveva fatto tagliare a Venezia. Questa gemma venne portata a Vienna dai Lorena e non se ne ha più notizia dagli inizi dell’Ottocento.

Arrivati nell’ultima sala di questo interessante e importante percorso, che porta il nome di “Epica fiorentina”, spiccano un teatrale Rinaldo e Armida di Cesare Dandini, che si ispira al poema del Tasso, e una piccola e preziosa Santa Caterina d’Alessandria di Francesco Furini. “I temi letterari tratti dall’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto e dalla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso – spiega Anna Bisceglia, curatrice della pittura toscana del Seicento – sono in assoluto i soggetti di maggiore successo a Firenze nella prima metà del secolo e piacevano sia per l’aspetto di moderna favola mitologica sia per la simbologia morale che si leggeva nelle storie di eroi ed eroine di entrambi quei poemi cavallereschi.

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