Martedì, 25 Settembre 2018 21:03

L'arte attraverso il corpo: a Firenze la grande mostra su Marina Abramovic

La video installazione "The artist is present" di Marina Abramovic (foto di Giovanni Fedi) La video installazione "The artist is present" di Marina Abramovic (foto di Giovanni Fedi)

di Andrea Capecchi

Firenze - Rivoluzionaria, anticonformista, scandalosa, tra genialità e lucida follia.

Per la prima volta una donna è protagonista assoluta a Palazzo Strozzi con una grande retrospettiva dedicata a Marina Abramovic, "madre" dell'arte performativa e una delle artiste più celebri e controverse dell'arte contemporanea, che ancora oggi non cessa di far discutere.

Con le sue opere, dagli anni Sessanta in poi, l'artista di origine serba ha rivoluzionato l'idea stessa di performance artistica, mettendo alla prova il proprio corpo, i suoi limiti e le sue potenzialità espressive. La sperimentazione di questo nuovo linguaggio ha rappresentato per Marina uno strumento assolutamente innovativo e dirompente per esprimere la propria arte, che si è sviluppata in un percorso durato oltre quattro decenni con performance dal vivo in tutto il mondo.

La retrospettiva di Palazzo Strozzi riunisce oltre cento opere di vario genere e ricostruisce la complessa carriera dell'artista, i cui lavori spaziano da azioni forti, violente, rischiose e dai contenuti espliciti a scambi emozionali e silenziosi di energia con il pubblico, che negli ultimi anni è diventato sempre più protagonista delle sue opere.

L'esposizione si apre non a caso con una delle performance-manifesto dell'arte di Abramovic: “Imponderabilia”, realizzata nel 1977 con l'allora compagno, l'artista tedesco Ulay, e andata parzialmente in scena alla Galleria d'Arte moderna di Bologna (la performance fu ritenuta un “oltraggio al pudore” e venne interrotta dall'arrivo della polizia). Marina e Ulay, completamente nudi, sono una di fronte all'altro all'ingresso di uno stretto passaggio: per entrare il pubblico doveva scegliere verso chi voltarsi, la donna oppure l'uomo. In apparenza, come sembrò ai più, una banale provocazione di natura sessuale: era invece una riflessione dei due artisti-performer sul tema delle scelte che ogni giorno e in ogni ambito determinano e influenzano la vita di ciascun individuo.

Marina e Ulay diedero vita anche alla serie di performance "Relation", in cui una serie di gesti diversi e opposti (respiri, schiaffi, urla, contatto tra i due corpi) evidenziavano i concetti di unicità e dualità, opposizione e simbiosi presenti allo stesso tempo nei corpi dei due amanti. Corpi che si incontrano, si scontrano, si mettono alla prova (come nell'inquietante performance in cui Ulay tiene una freccia puntata contro il cuore di Marina) all'interno di ambienti semivuoti, caratterizzati da un minimalismo estremo.

Dopo l'addio a Ulay, avvenuto in maniera spettacolare attraverso un'ultima performance insieme sulle montagne della Cina e il deserto di Gobi, Marina si volge alla riflessione interiore e approfondisce gli aspetti legati alla vita e alla morte. Con la serie di video performance "Cleaning the mirror", del 1995, l'artista interagisce e si confronta con uno scheletro umano, inteso come proprio doppio, sedendo nuda accanto ad esso in un ancestrale confronto con la morte. La morte, o meglio la guerra civile che in quegli anni imperversava nella ex Jugoslavia, terra di origine dell'artista, è la protagonista di un'opera che affascinò e scioccò la Biennale di Venezia nel 1997, quando Marina si chiude per quattro giorni in un seminterrato del Padiglione Italia, pulendo una catasta di oltre duemila ossa di vacca. Nasce così "Balkan baroque", performance macabra e ai limiti della sopportabilità fisica, ma divenuta presto celebre come metafora degli orrori e dei massacri di tutte le guerre.

Negli anni Duemila l'attenzione di Marina si è volta alla ricerca di un dialogo indiretto e di uno scambio di energia con il pubblico. Emblematica in tal senso l'installazione newyorchese "The House with the Ocean view", tre interni sollevati da terra e aperti verso il pubblico in cui l'artista ha vissuto per dodici giorni senza cibo e senza poter parlare, con l'intento di mostrarsi senza restrizioni e senza alcuna privacy per “purificare se stessa”. Abramovic è così diventata "The Cleaner" (da cui il titolo della mostra), nel voler sperimentare nuovi canali di comunicazione con il suo pubblico attraverso un'esplicita dichiarazione di trasparenza.

Chiude l'esposizione fiorentina "The artist is present", forse la performance più famosa di Marina, andata in scena nel 2010 al Moma di New York, in cui l'artista rimane seduta a un tavolo, immobile e silenziosa, per trenta giorni consecutivi, permettendo a tutti i visitatori di sedersi a turno sulla sedia davanti a lei e di fissarla a piacimento. Sguardi intensi, scambi energetici, contatti visivi per l'ultima grande opera di un'artista dalla profonda sensibilità e sicuramente al di fuori degli schemi.

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