Venerdì, 09 Novembre 2018 10:42

Di pelle e di fantasmi: la mostra fotografica di Chiara Romanini

Una delle foto della mostra "Pelle di fantasma" Una delle foto della mostra "Pelle di fantasma" Chiara Romanini

di Guendalina Ferri

PISTOIA – “Pelle di fantasma”. Si intitola così la prima mostra fotografica della parmigiana Chiara Romanini - "Ma abito da così tanto tempo a Pistoia che posso considerarmi pistoiese!". 

Quaranta foto in bianco e nero, quaranta autoritratti scattati negli ultimi due anni.Temi diversi, che però seguono un unico filo: quello della creatività femminile inespressa, del disagio psichico causato dal ruolo riduttivo, frustrante in cui troppo spesso la donna si trova schiacciata. Schiene, veli, volti perlopiù nascosti. Quelle di Romanini sono fotografie che raccontano di complessi invisibili, striscianti, che si aggrappano addosso, che si tengono stretti al corpo come una seconda epidermide. Pelle di fantasma, appunto.

“Non è molto che mi dedico alla fotografia – spiega Chiara Romanini. – Anche se posso dire che il mio sguardo nei confronti delle persone, più ancora che del paesaggio, ha sempre avuto nella mia vita un taglio introspettivo. Questa inconsapevole indagine della fauna umana è stata una lunga preparazione a ciò che oggi possiamo vedere in questa mostra”.

La mostra sarà inaugurata oggi pomeriggio alle 17 nella libreria Cino, e vi resterà fino al 30 novembre. Ne abbiamo parlato con l’artista.

 

pelle di fantasma1La mostra intende raccontare il dolore in tutte le sue forme. Eppure l’espressione, quella che si pensa che più di tutto il resto dovrebbe rivelare le emozioni, è sempre celata. Come mai questa scelta?

Queste mie fotografie appartengono a un dialogo interiore: non è il corpo a scoprirsi ma l’anima. Sono riflessi colti dalla sofferenza, dalla solitudine della donna oltre che dalla difficoltà di esprimersi e poter dare liberamente sfogo alla propria creatività minando il ruolo domestico assegnatoci alla nascita. “C’è sempre qualcosa di assente che mi tormenta l’animo”, diceva Camille Claudel. È questa assenza che cerco di esprimere. E la scelta di celare il mio volto è dovuta alla volontà di rendere impersonale, universale, questa sofferenza, che è di tutti, in modo che in queste immagini ogni donna possa riconoscersi.

 

Il bianco e nero: perché? L’assenza di colori è più limitante o stimolante?

Solo con il bianco e nero si può rendere in maniera essenziale e scultorea il dramma di un sentimento di assenza. Solo con il bianco e nero, frutto della sottrazione delle sovrastrutture edulcoranti e svianti del colore, si può rendere in tutta la sua perentorietà e drammaticità il senso della solitudine dell’uomo nell’affrontare il disagio del vivere.

 

E com’è nata l’idea di esporre proprio in una libreria?

C’è un’apparente prossimità tra il linguaggio fotografico, di tutta evidenza per chi lo sappia leggere, e quello letterario, che invece lascia al lettore diverse interpretazioni possibili a uno stessa narrazione. L’idea è nata da qui. Nel periodo della mostra la libreria organizzerà due presentazioni di libri, uno sulla creatività femminile, l’altro sulla condizione della donna all’interno dei manicomi nell’Ottocento e Novecento.

 

In un momento in cui la fotografia è un’arte accessibile a quasi tutti, e molti sono quelli che vi si cimentano, come si fa a trovare la propria identità e il modo di distinguersi? 

Ho riflettuto spesso su questa questione. La risposta che mi sono data, e che mi consente di trovare ogni giorno la forza per fare un preciso lavoro di scandaglio sul mio animo attraverso il mio corpo, arriva dalle tante immagini che hanno segnato la storia della fotografia. Ed è la consapevolezza che il modo migliore di affermare la propria calligrafia in un mare di scritture a volte inestimabili è quello di pescare autenticamente dentro noi stessi, il più possibile.

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