Sabato, 09 Marzo 2019 14:36

A Palazzo Strozzi in mostra i capolavori del Verrocchio, "maestro" di Leonardo

La Dama del Verrocchio, uno dei capolavori in mostra a Palazzo Strozzi (foto di Andrea Dami) La Dama del Verrocchio, uno dei capolavori in mostra a Palazzo Strozzi (foto di Andrea Dami)

di Andrea Dami

Firenze – La mostra “Verrocchio il maestro di Leonardo” a Palazzo Strozzi è un evento eccezionale.

Per la prima volta riunisce oltre alle opere di Andrea di Cione, detto “del Verrocchio” (perché iniziò giovanissimo a lavorare nella bottega di Giuliano Verrocchi) capolavori dei più famosi artisti dell’epoca come: Desiderio da Settignano, Domenico del Ghirlandaio, Sandro Botticelli, Pietro Perugino, Bartolomeo della Gatta, Lorenzo di Credi e Leonardo da Vinci, offrendoci uno sguardo sulla produzione artistica a Firenze tra il 1460 e il 1490 circa: l’epoca di Lorenzo il Magnifico.

Fino al prossimo 14 luglio potremo vedere a Palazzo Strozzi, con una sezione speciale al Museo Nazionale del Bargello, gli straordinari capolavori di Andrea, a confronto serrato con opere importanti sia dei suoi precursori, sia di artisti a lui contemporanei e discepoli come fu Leonardo da Vinci.

La mostra, curata da due tra i maggiori esperti del Quattrocento, Francesco Caglioti e Andrea De Marchi, comprende oltre 120 opere tra disegni, dipinti e sculture, con prestiti provenienti da oltre settanta tra i più importanti musei e collezioni private del mondo come il Metropolitan Museum of Art di New York, la National Gallery of Art di Washington DC, il Musée du Louvre di Parigi, il Rijksmuseum di Amsterdam, il Victoria and Albert Museum di Londra e le Gallerie degli Uffizi di Firenze.

Andrea del Verrocchio è un “artista emblematico del Rinascimento e prototipo del genio universale”, com’è stato giustamente definito; sperimentò nella sua bottega sia tecniche, sia materiali diversi, dal disegno alla scultura in marmo, dalla pittura alla fusione in bronzo. Possiamo tranquillamente dire che il Verrocchio formò un’intera generazione di maestri, con i quali sviluppò e condivise generosamente il proprio sapere, come fecero soltanto Giotto, Donatello e Raffaello, dando origine a una “scuola”. E fu grazie al suo insegnamento che in quella “bottega” si formarono artisti che diffusero, e non soltanto in Italia, il gusto e il linguaggio figurativo che possiamo definire: fiorentino.

Andrea crebbe nell’ambiente delle botteghe di oreficeria, che gli impressero per sempre il senso della perfezione tecnica. Intorno ai vent’anni (nasce nel 1435 circa a Firenze) il giovane artista vide nelle forme monumentali del marmo e del bronzo l’asse portante della sua vocazione artistica. La svolta però maturò nella bottega di Donatello, che era allora una sola cosa con i cantieri medicei della basilica di San Lorenzo e del palazzo di via Larga. Fu però Desiderio da Settignano, poco più adulto del Verrocchio, ma astro già riconosciuto di quel mondo, a insegnargli come nessun altro il mestiere dell’intaglio marmoreo. Si aprì così per lui la strada verso un trattamento, possiamo dire maniacale, della materia, che lo portò a catturare anche i più fuggevoli moti del corpo e dell’anima. Il ritratto femminile in busto, un genere da poco rifondato, divenne per entrambi gli scultori il più arduo e fecondo banco di prova della loro attitudine, trasmessa poi a Leonardo pittore. Dopo la morte precoce di Desiderio (1464), Verrocchio ne rimase l’erede artistico principale, divenendo caposcuola indiscusso: maestro di molti, e non solo di Leonardo.

Verrocchio era riuscito a dare “corpo” al tipo giovanile del guerriero nella statua del “David” (bronzo con tracce di dorature, in prestito dal Museo Nazionale del Bargello) e il suo capolavoro d’esordio non è forse uno dei simboli assoluti dell’arte del Rinascimento e della città di Firenze? Infatti fu un’opera che si “impose” tra scolari, seguaci e colleghi come modello di posa. E possiamo anche dire che il “Putto col delfino” recentemente restaurato (si veda l'articolo www.reportcult.it/arte/item/2632-firenze-a-palazzo-vecchio-restaurato-il-putto-del-verrocchio.html), in prestito dal Museo di Palazzo Vecchio, è un modello di naturalezza.

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Nella mostra “Verrocchio il maestro di Leonardo” possiamo ammirare importanti dipinti che alcuni hanno definito “supremi” come la “Madonna col Bambino” (della Gemäldegalerie di Berlino), dove il vitalismo della composizione si rasserena in un senso di ariosa e freschissima signorilità. La pittura si fa limpida, esalta la trasparenza dei gioielli, accarezza le carni, intaglia i panneggi con la luce, si spalanca verso orizzonti lontani. La Vergine adora silenziosa il Bambino e lo tiene ritto sul davanzale mentre lui si anima ritmicamente. Fu un momento magico, tutti vollero imitare queste sottili capacità illusive e questa nuova eleganza, dove la naturalezza apparente si sposava con un artificio studiato. Fu così che la bottega verrocchiesca divenne la fucina della nuova pittura e il maestro attirò a sé tutti i migliori ingegni, Perugino e Leonardo, «par d’etate e par d’amori», Ghirlandaio e tanti altri.

In scultura il primo a essere attratto nella sua orbita e a divenirne un’eco fedele fu il coetaneo Francesco di Simone Ferrucci come dimostra la sua “Madonna col Bambino” (o Fontebuoni), recentemente restaurata. Ma lo straordinario talento del maestro fiorentino lo troviamo anche nel campo della pittura e lo possiamo ammirare nella tempera su tavola: “Madonna col Bambino e angeli”, come nell’altra tavola: “Arcangelo Raffaele e Tobiolo” (della National Gallery di Londra), che divennero il punto di riferimento per i suoi celebri allievi.

Andrea del Verrocchio raggiunse l’eccellenza anche nella tecnica dell’affresco e per chi abita a Pistoia ricordo il frammento in San Domenico: “San Girolamo e santa martire” di una composizione molto più vasta di Sacra conversazione datata tra il 1468 e il 70. Rimangono una santa martire e un san Girolamo penitente che, in maniera teatrale, sembra uscire dal quadro e venirci incontro -invadere il nostro spazio-, mentre sull’illusoria mensa d’altare i panneggi si frangono in sfaccettature luminose e i corpi sono irrequieti. San Girolamo incarna nell’anatomia solcata di rughe e percorsa di vene turgide una tensione tutta interiore, prefigurando la resa fisica dei moti dell’anima da parte di Leonardo, in quegli anni garzone di bottega, come dicono i curatori della mostra.

È nella seconda metà degli anni Settanta che l’arte di Verrocchio si fa ancora più “magniloquente”. Le figure si dispongono in studiate simmetrie, quasi lievitano in panneggi rigonfi e smussati. Prima di altri egli preparò la misura e la dolcezza proto-classica, in cui eccelsero Perugino e poi Raffaello. Queste nuove ricerche connotarono due grandi imprese: la prima è la “Madonna di Piazza”, che si trova nella Cappella del Santissimo Sacramento della Cattedrale di San Zeno (il Duomo di Pistoia), oggi in bella mostra, ordinata dagli esecutori testamentari del vescovo Donato de’ Medici e la seconda è il cenotafio del cardinal Niccolò Forteguerri, concorso che il Comune di Pistoia bandì nel gennaio del 1475 per la stessa Cattedrale.

Queste commissioni pistoiesi, ottenute fra il 1474 e il 1475, si trascinarono nel tempo… la pala fu dipinta solo nel 1485-1486 dal fedele allievo Lorenzo di Credi, cui Andrea del Verrocchio aveva lasciato la bottega essendosi trasferito a Venezia per lavorare al monumento equestre di Bartolomeo Colleoni.

La composizione sapiente ideata da Andrea fece scuola, con le figure ben piazzate in una loggia traforata su un vasto paesaggio primaverile e avvolte da una luce limpida, emula dei fiamminghi. Invece l’esecuzione del cenotafio marmoreo fu demandata a Francesco di Simone Ferrucci, ma nei bozzetti in terracotta se ne può apprezzare l’invenzione spettacolare da parte del “capobottega”, fra terra e cielo, “sommossa da un fremito continuo”, com’è stato detto.

La mostra ci propone l’inesauribile vena creativa del Verrocchio in un intreccio continuo, ma anche profondo, tra pittura e scultura, presentando la sua opera nel dialogo costante con allievi fuori dal comune, per i quali la sua bottega fu il luogo di un’intensa sperimentazione e condivisione. Infatti è interessante, e aggiungerei suggestiva, la posizione della “Dama dal mazzolino” (marmo del 1475, del Bargello) messa vicina allo “studio” di “Braccia e mani femminili” di Leonardo da Vinci (del 1474-86 circa) realizzato con punta d’argento e di piombo con ritocchi successivi dei profili in matita nero-grigiastra tenera e il tutto lumeggiato con biacca a pennello e a gouache, su carta preparata leggermente in rosa color pelle, generosamente concesso in prestito da Sua Maestà la Regina Elisabetta II. Ecco che entrano in “gioco”, perché fondamentali, le opere del giovane Leonardo che, come sappiamo, negli anni Settanta lavorò nella bottega del Verrocchio, contribuendo “al passaggio verso la Maniera Moderna”.

Infatti sono formidabili i disegni e i dipinti su lino provenienti da alcuni dei più importanti musei del mondo, che permettono un confronto “diretto” tra i lavori del maestro e quelli dei suoi allievi, perché è nel disegno, nello studio del vero che si manifesta, dalle “misurate geometrie” alle “pose atteggiate che fremono di vita”, come nelle teste ideali – ora pensose, ora animose – incorniciate da riccioli vaporosi o da crocchie complicate: “teste di femina con bell’arie et acconciature di capegli, quali per la sua bellezza Lionardo da Vinci sempre imitò” (Giorgio Vasari).

Verrocchio S.Girolamo

Il Maestro e l’allievo di Vinci si sfidarono nel catturare su tele di lino l’effetto della luce sui panni, simulato con stoffe bagnate plasmate su manichini. Le superfici monocrome si animano di continuo nel gioco trascorrente della luce: nei lini di Verrocchio con un intarsio più cristallino, in quelli di Leonardo con lustri setosi e trapassi più sfumati. Le geometrie del maestro si sciolgono allora nel sorriso sfuggente della Madonna e nella spontanea irruzione della vita nel Bambino della terracotta “Madonna col Bambino” (del 1472, l’unica scultura esistente attribuibile a Leonardo e che per la prima volta esce dalle collezioni del Victoria and Albert Museum di Londra, di cui fa parte dal 1858), isolato “sperimento” del giovane Leonardo come “plasticatore”, ora “messa” in dialogo con una selezione di straordinari drappeggi dipinti su lino dallo stesso Leonardo.

La mostra continua con due sezioni nel Museo Nazionale del Bargello che ospita la più importante collezione di scultura rinascimentale al mondo, da Brunelleschi a Donatello, da Luca della Robbia a Verrocchio, da Michelangelo a Giambologna. Quindi un percorso che ci accompagna per oltre sette secoli di scultura e arti decorative, che si innestano nelle due sezioni speciali dedicate al Verrocchio – un collegamento ideale con le nove di Palazzo Strozzi – dov’è esposta “Incredulità di san Tommaso”, capolavoro d’ingegno fusorio in bronzo con dorature del Verrocchio, del 1467-83. Cinque anni dopo (nell’88) muore a Venezia: era il 10 ottobre.

Il gruppo monumentale divenne l’opera più celebrata e imitata in scultura in quegli anni, come possiamo vedere. L’ultima sala, invece è dedicata al raro Crocifisso (legno, sughero, gesso e lino dipinti) del Verrocchio e collaboratori, che volle cimentarsi anche con questa tecnica, influenzando con il suo “disegno” gli artisti del tempo e non solo. Basta vedere i volti esposti del “Cristo salvatore” in terracotta dipinta.

Insomma una mostra-evento, o meglio un’operazione meritoria di “giustizia storica”, com’è stato detto, costruita attraverso un attento lavoro di ricostruzione e di interpretazione dei “documenti”, mettendo insieme storia, stili e significati.

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