Lunedì, 29 Aprile 2019 16:43

San Gimignano, dove il Medioevo incontra l'arte contemporanea

Alcune delle opere in mostra (foto di Andrea Dami) Alcune delle opere in mostra (foto di Andrea Dami)

di Andrea Dami

San Gimignano – Le numerose torri sono il profilo della città che svetta sulla collina e che ha saputo mantenere l’organizzazione urbana dell’antico borgo trecentesco.

Arrivati al centro, scendendo dalla Piazza della Cisterna, dopo pochi passi la storica Galleria Continua ci riceve con l’opera di Michelangelo Pistoletto “Grande sfera di giornali (progetto per un museo)” che quasi tocca con il suo diametro di oltre tre metri le pareti ricoperte da scritte “luminose”, ottenute con led coloratissimi, dell’installazione “Daily life” di Pascale Marthine Tayou: un’idea di mondo circondato da messaggi pubblicitari di una metropoli o di un luna park, un chiaro invito ad entrare in questo progetto espositivo voluto dalla Galleria Continua.

“Una cosa non esclude l’altra”, che in realtà sono molte mostre personali, come quella di Michelangelo Pistoletto e di Pascale Marthine Tayou, che si presentano in un confronto creativo di differenze e di antinomie e che traccia il viaggio di umanità e alterità che coesistono in esso.

La “dualità creatrice” nella ricerca di Pistoletto porta l’artista a dire a Tayou: «Come uno e uno fa tre, sono contento di fare questa mostra con te». Si può dire che la frase esprima il significato emblematico della mostra, cioè mettere in contatto due elementi distanti per dar vita a una terza forza “che unisce” Pistoletto con Tayou. E a sua volta Tayou, che è interprete di un’arte globale, abituato a mescolare culture e stimoli geografici, gli risponde: «Grazie, sono felice di questa mostra e, visto che sono un grande impaziente, verrò prima dell’appuntamento per non perdere questa occasione unica!»

Quindi un dialogo a più voci: un’estetica che si fonda sulla relazione e sulla partecipazione capace di uscire dai confini dell’opera nella pratica multidisciplinare di Pistoletto e la ridefinizione da parte di Tayou delle problematiche postcoloniali attraverso l’esperienza europea e le riflessioni su questioni legate all’immigrazione, al ruolo dell’individuo, all’identità nazionale e culturale.

Dopo aver lasciato la “Grande sfera di giornali” (un’opera che Pistoletto concepì nel 1966 e fece rotolare per le strade di Torino l’anno dopo) avvolta dai quotidiani che provengono da tutte le parti del mondo facendola divenire “testimone dell’attualità del nostro tempo” e le scritte di Tayou, che “tratteggiano il villaggio globale palcoscenico del meeting point quotidiano del nostro vivere”, si entra nel mondo avvolgente dell’istallazione di Tayou, che si compone di moltissimi chiodi le cui capocchie sono colorate e, come delle stelle di un “universo”, punteggiano le pareti della stanza nella quale siamo immersi; al centro ora c’è il lavoro di Pistoletto: “Rotazione di corpi” che si compone di due lastre trasparenti, che muovendosi cambiano il “punto” attorno a cui tutte le stelle dell’Universo girano: ecco la relazione tra i due artisti che ci “dicono”: non esiste un centro unico nell’universo! Ogni punto è il centro. Ogni individuo è il centro della società!

Ground Floor

Il confronto tra i due artisti, ovviamente, continua attraverso una serie di sculture ‘appese’ e ‘sospese’, che sono il risultato di gesti-azioni, di video, di testi per concludersi nello spazio della platea della galleria. Non potevano mancare neppure i grandi specchi di Pistoletto, “un’interconnessione tra arte e vita”, ma anche tra la nostra immagine riflessa con il riflesso di quello che si trova alle nostre spalle, mentre la “foresta” di Tayou sfida la forza di gravità e grandi bambole di cristallo soffiato si aggirano tra gli spazi, perché “Una cosa non esclude l’altra”.

L’altra mostra che ci propone la Galleria Continua, nello spazio Arco dei Becci, sempre nei pressi della Piazza della Cisterna, è dedicata al ritorno di Sun Yuan e Peng Yu, due figure di spicco del panorama cinese contemporaneo, conosciuti internazionalmente per il carattere spesso destabilizzante e provocatorio delle loro opere e per l’uso di materiali singolari.

Qui il lavoro è incentrato sulla costante conferma del paradosso, sulla ricerca perpetua della dualità tra realtà e menzogna, tra manifesto e celato e con l’installazione “I didn’t notice what I am doing” pongono al centro “la dimensione sublimale che sottende i processi cognitivi: connessioni e somiglianze che non hanno nessuna attinenza con la realtà, né alcuna pertinenza scientifica”. Sempre all’interno dello spazio espositivo, i due artisti con l’opera “Teenager Teenager”, che è davanti al rinoceronte e al triceratopo, spostano la riflessione sulla possibilità di cambiare e di proteggere ciò che abbiamo, infatti ci troviamo di fronte ad un uomo ben vestito e seduto su una poltrona di pelle, ma con un’enorme pietra che gli ingloba la testa, impedendogli così ogni possibilità di visione.

Da questo mondo creativo “iperrealistico”, salendo le scale del Leon Bianco fino a vedere i tetti di San Gimignano, entriamo nella mostra dell’artista belga Berlinde de Bruyckere, una delle figure più importanti dell’arte contemporanea, che ci presenta una serie di oggetti che parlano degli elementi essenziali della vita. Sculture di alberi caduti realizzate da calchi in cera per “imporre” la forza della natura sul più sicuro degli ambienti, quello domestico, come l’appartamento nelle cui stanze si svolge l’esposizione, dove anche le pareti raccontano la storia attraverso ciò che rimane delle ripetute imbiancature, offrendoci un’installazione veramente suggestiva.

Ora calchi in cera di alberi sradicati e dipinti con colori di pelle umana, come corpi feriti, parzialmente coperti da bende e adagiati su cuscini e coperte, per non dimenticare quelli morti di una foresta della Borgogna; ora tronchi ‘scarnificati’ della loro corteccia, scavati e rimodellati dal tempo e segnati da cicatrici, imprigionati come un dipinto all’interno di una cornice; altri mantengono ancora la struttura irregolare della corteccia-calco e trovano “rifugio” all’interno di un armadio.

Quindi possiamo dire: materia che si trasforma in materia altra, dove la fragilità diventa evidente, o anche che la narrazione avviene attraverso forme estreme e non fanno eccezione neppure le sculture in cera appese alle pareti, “con la possibilità di un cambiamento che è crescita e miglioramento”.

«Ogni mio lavoro è compresenza di vita e di morte, eros e thanatos sono sempre presenti ma qui in più vi è il tema del prendersi cura», ha affermato l’artista.

Il prendersi cura è un tema ricorrente nell’opera di Berlinde de Bruyckere, penso alle strutture precarie, realizzate con stracci e pile di materassi e coperte, per porci una riflessione sulla disperata ricerca umana di accoglienza e protezione. “Rifugi” capaci anche di incarnare una presenza rassicurante e allo stesso tempo una natura soffocante.

Quindi possiamo dire che il lavoro di Berlinde de Bruyckere è caratterizzato dall’esplorazione degli opposti: la vita che vince sulla morte, la capacità redentrice dell’amore di fronte alla violenza e alla paura, corpi violati che simultaneamente si svelano e si nascondono com’è il cavallino adagiato su un giaciglio-altare nella “stanza” della Torre, che nasconde la testa…per la vergogna di quello che vede?

L’esposizione “Una cosa non esclude l’altra” la possiamo visitare fino al 1 settembre 2019, dal lunedì alla domenica secondo il seguente orario: 10-13 / 14-19.

Walburga

 

 

 

 

 

Articoli correlati (da tag)