Martedì, 25 Giugno 2019 22:35

Ambiente, scienza, ecologia: l'arte di Charriere in mostra a Bologna

Alcune installazioni dell'artista in mostra al MAMBo (foto di Andrea Dami) Alcune installazioni dell'artista in mostra al MAMBo (foto di Andrea Dami)

di Andrea Dami

Bologna – L’artista svizzero Julian Charrière (Morges, 1987) in mostra al MAMBo di Bologna.

Fino al prossimo 8 settembre il Museo d'Arte Moderna del capoluogo emiliano dedica spazio alla personale dell'artista elvetico, “il cui lavoro mette in comunicazione i campi delle scienze ambientali e della storia della civiltà”.

Il titolo della personale di Charrière è “All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere”, curata da Lorenzo Balbi, dove troviamo un’ampia selezione di opere tra fotografie, installazioni, sculture e video che toccano i temi della storia della scienza, dello sviluppo della cultura dei media, del romanticismo dell’esplorazione e della crisi ecologica contemporanea.

Una mostra che vale la pena di “un viaggio”, perché non è solo interessante per le opere presentate nella Sala delle Ciminiere, ma per l’attualità dei contenuti che coinvolgono tutti.

Julian Charrière è stato definito un archelogo perché il suo lavoro “scruta nelle vicende trascorse”, frutto di un lavoro sul campo in località remote (che presentano profili geofisici forti come i vulcani, i ghiacciai, i siti radioattivi) e quindi in condizioni estreme, ma in realtà è una riflessione sul presente, sui processi che si nascondono dietro la produzione scientifica, ma anche sui differenti metodi utilizzati per arrivare alle scoperte.

Nelle opere che ci presenta Julian Charrière, frutto di spedizioni-esplorazioni intorno al globo, emerge sia la pura e semplice bellezza della natura, sia la sua vulnerabilità e le fratture che continuiamo a produrre: il lato negativo, “oscuro”, della nostra civiltà. Insomma delle catastrofi ambientali come nell'atollo di Bikini nelle Isole Marshall, o nell'ex sito di test nucleari di Semipalatinsk in Kazakistan, o con la monocoltura di palma da olio in Indonesia…

5 La noce mutata

Charrière non vuole esprimere un giudizio morale, ma farci “vedere” le forze invisibili che plasmano il paesaggio, dai fenomeni geologici alla sete di risorse dell’era digitale, senza escludere, su un piano più immateriale, le proiezioni culturali con cui l’“umanità” cambia il significato e la percezione dei luoghi. Per questo aumentato e ininterrotto “saccheggio” delle risorse della Terra, gli scienziati hanno dato anche un nome agli ultimi due secoli e mezzo: dall’era antropozoica che Stoppani definì già alla fine dell’Ottocento, poi antrocene la chiamò Revkin alla fine del Novecento e infine l’attuale antropocene di Crutzen e Stoermer negli anni Duemila.

L’avvertimento? La Terra si riprenderà tutto e saremo dimenticati, mentre il buio, all’ingresso della Sala delle Ciminiere ci avvolge: è un’immersione totale, mentre immagini del “mondo” si susseguono nel grande schermo; poi si entra nella sala-capannone dove dalla grande campana da immersione esce un respiro di un sommozzatore lasciato a se stesso; “eppure è parte di un gruppo più grande” ci dice l’autore-artista-sommozzatore e qui si entra nel “sentimento oceanico” di freudiana memoria, mentre si rimane in silenzio e “immersi” nel cimitero della “flotta fantasma”, frutto di sperimentazioni di diverse bombe atomiche e la grande elica-lapide ce lo ricorda in questo “artistico” e remoto atollo dell'Oceano Pacifico, dove 70 anni fa si sono verificate 23 delle più potenti esplosioni generate dall'uomo nella storia.

Durante questo periodo sono state fatte esplodere bombe atomiche dotate di una resa di fissione combinata di 42.2 megatoni. La potenza di una di esse, la "Castle Bravo", fu in grado di vaporizzare due isole e scavare un enorme cratere di 2000 metri di diametro fuori dalla scogliera primordiale. Questa è l’opera All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere che dà il titolo alla mostra. Le noci di cocco dell’installazione Pacific Fiction, che contengono il pericolo delle radiazioni racchiuse in gusci di piombo (un soffocamento o “un abbraccio traumatico in cui il progetto atomico ha stretto questa regione”) è anche un omaggio agli abitanti delle Isole Marshall e alle loro sofferenze. Due opere che ci conducono alla scoperta di ciò resta oggi di quei test e di quei luoghi, sopra e sotto il livello dell’oceano, mostrando un’eredità destabilizzante fatta di monumenti non intenzionali. Entrando nelle altre sale ci vengono “incontro” ancora lavori che mettono in discussione l'interazione tra le trasformazioni antropogeniche e quelle naturali.

1 Gusci di piombo e campana

L’autore Charrière si concentra sullo stesso soggetto anche attraverso sculture tratte da questi paradisi tropicali, modificate dalla radioattività, ad esempio in Lost at Sea - Pikini-Fragment la noce è naufragata su una spiaggia, una “spiaggia terminale”, però è eretta come un fallo totemico, ma ironicamente reso impotente dall’ambiente atomico. La noce è mutata geneticamente. Il mito della creazione è stato interrotto.

Interessante e anche importante è il piccolo libro che ha realizzato il museo in occasione della mostra: “As We Used to Float, Noi che galleggiavamo” di Julian Charrière e Nadim Samman, che è un po’ diario di viaggio e un po’ saggio critico. Infatti i due autori esplorano l’atollo di Bikini come spazio della fantasia e del trauma dei test nucleari. Alternano il racconto personale del viaggio, in superficie e sotto il mare, con un’indagine critica della geografia postcoloniale.

Charrière e Samman elaborano riflessioni sui temi del luogo e della soggettività, frutto di una serie di immersioni “narrative” che affrontano vari aspetti, dai parametri psicologici ed estetici dell’immersione subacquea a grandi profondità, alla poetica abietta delle navi, fino alla posta in gioco nella creazione di immagini subacquee. Poi vivide descrizioni di bunker di calcestruzzo su spiagge di sabbia bianca, della “flotta fantasma” di corazzate della Seconda Guerra Mondiale in rovina, di noci di cocco radioattive e di molto altro…

Insomma “Noi che galleggiavamo” è una storia di mare per i nostri tempi e ci aiuta a immergersi nel pianeta creativo di Charrière e così appare l’immagine di un ex poligono atomico dell’Unione Sovietica (a Semipalatinsk, Kazakistan). L’opera fotografica Polygon documenta il sito e ne mostra la realtà post-atomica attraverso le pellicole che l’artista ha chiuso per alcuni giorni dentro un involucro contenente particelle contaminate del terreno che, una volta stampate, hanno generato, come mostrano le tracce fantasma, delle “lucciole” radioattive. Queste immagini “malinconiche” in bianco e nero sono la testimonianza di un luogo e di un tempo post-apocalittico, che mi fanno tornare alla mente le semplici istantanee del libro “Polvere” (di Simone Fagioli, Settegiorni Editore), anch’esso un diario che racconta la visita a Chernobyl, dove ancora le “fiamme” ardono sotto le ceneri di quel 1986. Ci ricorda Fagioli i fogli di carta che ha visto giacere tra la polvere e le pagine sparse di libri tra le ombre silenziose dei palazzi svuotati da un passato che inquieta “a Pripyat se non ci pensi troppo non incontri la morte, l’odore delle stanze non ti porta nessuna esalazione dolciastra di cadavere. A Pripyat annusi il vuoto. Ma quella carta grida aiuto, soffoca, affoga…”.

Ancora un’immersione in un’apnea… da cui cerchi di emergere, mentre l’acqua presa dal Nilo, dall’Eufrate e dal Mekong, i fiumi delle grandi civiltà, inumidisce i tre edifici mitologici delle torri di Babele dell’installazione Savannah Shed, che Julian Charrière ha realizzato con mattoncini di gesso, fruttosio e lattosio e quel liquido vitale ora li fa lentamente, ma inesorabilmente decomporre. Col tempo i batteri prolifereranno (sotto protezione della teca) e li faranno sembrare dei veri reperti archeologici. Invece, in We Are All Astronauts (il cui titolo è ispirato agli scritti di Buckminster Fuller) delle sfere sono sospese sopra il nostro orizzonte; erano dei mappamondi che Charrière ha privato delle informazioni geografiche, grattando via i confini geopolitici con carte vetrate ricoperte però con granuli di minerali provenienti da tutti i paesi riconosciuti dalle Nazioni Unite e la polvere generata da quell'abrasione ora è lì, sul grande piano orizzontale: una nuova cartografia “in un mondo sempre più globalizzato in cui i contorni definiti dei territori diventano ancora più inutili”, ci dice l’autore.

4 Edifici mitologici

Non mancano le allusioni metaforiche nella discesa nel silenzio degli abissi dove subacquei nudi, come sospesi nelle profondità di alcuni Cenotes (grotte di origine calcarea dello Yucatàn), sembrano fluttuare lentamente come in un liquido amniotico, scomparendo in una nuvola sottomarina conosciuta come chemoclino. Un’ulteriore “immersione” che ci porta a “volteggiare” tra ricordi e riflessioni… ecco il “fine” dell’arte.

Infine Julian Charrière, nel foyer del museo, ci presenta un’altra installazione che si compone di alcuni monitor appesi come si vedono nelle stazioni ferroviarie o negli aeroporti, realizzata con Julius von Bismark, dal titolo: In the Real World It Doesn't Happen That Perfectly, dove si vedono immagini relative ad attacchi terroristici nel famoso Arches National Park dello Utah, la cui finzione è diventata realtà quando i media – la CNN, la rete FoxNews, il Daily Mail, per citarne alcuni – le hanno diffuse, influenzando i loro telespettatori, come molte fake news sui social influenzano pesantemente opinioni e addirittura risultati elettorali.

Un’opera video, o meglio una fake news artistica che costituisce una ulteriore e magistrale riflessione su finzione, realtà e verità nei media di oggi, che con i suoi variopinti pixel ci saluta prima di uscire in strada, accendere l’iPhone e, arrivati a casa, guardare dalla poltrona il susseguirsi delle immagini televisive senza soluzione di continuità.

 

Articoli correlati (da tag)