Lunedì, 11 Novembre 2019 15:27

Al Centro Pecci tre mostre per riflettere sull'attualità

Alcune installazioni in mostra al Centro Pecci (fotografie di Andrea Dami) Alcune installazioni in mostra al Centro Pecci (fotografie di Andrea Dami)

di Andrea Dami

Prato – Novembre 1989, trent’anni fa, il giorno 9 cadeva il “muro” che divideva Berlino in due parti.

Separava fisicamente, psicologicamente, culturalmente e politicamente non soltanto la parte della città ad Est da quella ad Ovest, ma anche l’Europa intera. Fu una vera rivoluzione e, a differenza di quella francese del 1789, fu fortunatamente pacifica.

Oggi, al Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, si è voluto ricordare quel periodo con “Visioni e revisioni dei tempi sovietici dalle collezioni del Centro Pecci e altre raccolte”, come spiega il sottotitolo della mostra, “The Missing Planet”, ideata dalla direttrice Cristiana Perrella e curata da Marco Scottini (coadiuvato dal conservatore del Centro Stefano Pezzato).

“The Missing Planet” è un’esposizione, o meglio “una ‘galassia’ di ricerche artistiche sviluppate intorno ai ‘tempi sovietici’, dagli anni settanta ad oggi e a trent’anni dalle prime mostre svolte sia a Roma, sia a Prato nel 1989-1990 (come dimenticare i lavori che presentò il collezionista Giuliano Gori, oggi in mostra), dedicate alla scena artistica sovietica non ufficiale, sull’onda della Perestrojka. E ancora a Prato nel 2007 venne presentata la dissimulazione dello ‘spazio post-sovietico’ di fronte ai processi di transizione e integrazione in Occidente.

“The Missing Planet” è anche un viaggio nella memoria storica, tra film, installazioni, fotografie (80 opere) in un allestimento ideato dall’artista Can Altay (di Ankara) come un percorso, ma capovolto, perché si apre con la scena artistica attuale e termina con quella degli anni Ottanta, quasi “un approccio archeologico dove la resurrezione dei fantasmi del passato e una mutata prospettiva storica cercano di fare i conti con le ‘rovine del futuro’”.

Il “viaggio” inizia con i viaggi spaziali “in un altro mondo”, passando dallo spazio post-sovietico e “la transizione impossibile” per terminare con l’Ultima cena di Andrei Filippov, un “cortocircuito fra l’ideologia comunista e il culto religioso”, che introduce all’inquadratura conclusiva di Solaris di Andrei Tarkovsky: “la fine del mondo”.

The MiissingPlanet

Nel trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino il Centro Pecci ci offre altre due mostre: “Romanistan” e “Bayt”. La prima è una personale di Luca Vitone, curata dalla Perrella e da Elena Magini; la seconda, sempre a cura della direttrice, è una retrospettiva sul lavoro del filmmaker Mario Rizzi. Due mostre che hanno a che fare con le “barriere” e l’accoglienza.

Prima di varcare la “porta” e scoprire cosa c’è oltre il telo separatore tra il di qua visto e il di là da vedere, ho ancora nella memoria la caduta del Muro di Berlino che avevo visto alcuni mesi prima del 9 novembre e poi un anno dopo. Ora siamo a festeggiare il suo anniversario e a riflettere su quello che ha “creato” in Europa e nel mondo. Sono dinanzi al “varco” che immette nelle mostre di Vitone e Rizzi e mi tornano alla mente le parole scritte dallo statunitense Charles S. Maier (Il crollo – il Mulino), per 28 anni l’America “aveva implorato i tedeschi dell’Est e i loro sovrani russi di fare a pezzi il Muro e ora si trova in prima linea nell’erigere nuove barriere” sul confine del Messico. Separazione che si inserisce tra i molti “muri” che segnano dolorosamente il nostro secolo.

Penso, prima di aprire la tenda, ai molti popoli che “hanno avanzato pretese su un territorio perché arrivati per primi – come ricorda Maier, professore di Storia presso l’Università di Harvard – espellendo o contenendo i residenti indigeni”. Oppure al divieto per uomini e donne di lasciare il loro paese d’origine, o un altro in cui hanno vissuto, per motivazioni come guerra, siccità, violenza, emarginazione, razzismo, per cercare un luogo dove iniziare una nuova vita.

Ormai sono “dentro” il racconto del viaggio compiuto da Vitone, anch’esso a ritroso dalla città di Bologna a quella di Chandigarh, perché “Romanistan” è il cammino che i Rom e i Sinti hanno compiuto dall’India nord occidentale fino all’Italia.

Il titolo “Romanistan” deriva dalle parole di Manush Romanov (rappresentante Rom proveniente dalla Bulgaria, che immaginò la possibilità di dar vita ad un paese Rom), è un viaggio “aperto alla casualità delle esperienze e degli incontri”, dove lo spazio per l’autore diventa “spazio sociale e comunitario, che viene indagato attraverso il video, l’installazione, la fotografia, la performance”, offrendoci così il racconto dell’itinerario migratorio Rom e del nomadismo, dell’emarginazione e segregazione subita nei secoli per indurci ad una riflessione più ampia sull’idea di luogo e viaggio, di comunità, di tradizione, del perpetuarsi dei cliché e di stigma sociali.

Per Luca Vitone “il popolo Rom, grazie al suo vivere senza patria, senza esercito e senza confini, rappresenta un ideale moderno e trasnazionale di popolo”. Quasi un annuncio alla luce delle attuali migrazioni di massa che ci fanno credere stiano sconvolgendo gli equilibri socio-politici di molti paesi, incluso il nostro.

Romanistan

“Bayt”, casa in arabo, è un progetto realizzato da Mario Rizzi grazie al sostegno della Direzione Generale Creatività contemporanea e Rigenerazione urbana del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo nell’ambito del progetto Italian Council, in collaborazione con alcuni musei (l’opera rimarrà in modo permanente nella collezione del Centro Pecci). Mentre entro in quel buio, voluto per esaltare le immagini luminose, penso che molti Comuni che hanno un museo d’arte contemporanea, per non parlare dei funzionari, non conoscono gran parte degli artisti che lavorano sul loro territorio e affrontano temi sociali e/o antropologici.

“Bayt” contribuisce a dare una visione “sensibile, profonda e complessa su temi quali l’identità femminile nel mondo arabo, il concetto di casa e di sradicamento, le spinte tra innovazione e conservazione che hanno percorso e percorrono il Mediterraneo”.

In mostra sono presenti altre produzioni fotografiche che colgono l’attuale momento storico nella sua complessità, “offrendo una voce critica che possa aiutare a interpretare le dinamiche socio-culturali globali di oggi, a partire da quelle che attraversano la stessa città di Prato”.

“The Missing Planet”, “Romanistan” e “Bayt”, tre mostre nel trentennale della caduta del Muro, che meritano un’approfondita visita perché le immagini offrono interessanti spunti di riflessioni (è il compito dell’arte) che riguardano il nostro tempo, l’oggi, e consiglierei ai professori delle nostre scuole di compierla insieme ai loro alunni realizzando così un vivace ed efficace viaggio-lezione.

Il “Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci” / “Fondazione per le Arti Contemporanee in Toscana” – Viale della Repubblica 277 – è aperto tutti i giorni, escluso il lunedì, dalle ore 10 alle ore 20; il venerdì e il sabato dalle ore 10 alle ore 23.

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