Mercoledì, 16 Maggio 2018 12:30

"Ladri di biciclette" restaurato oggi a Cannes

Un frame di Ladri di Biciclette Un frame di Ladri di Biciclette

di Giacomo Martini

Cannes - Oggi il Festival di Cannes rende omaggio a un Maestro del Cinema e a uno dei suoi capolavori, “ Ladri di biciclette“.

 

"Un lavoro assolutamente perfetto” per Woody Allen, per Gabriel Garcia Marquez “Il film più umano che sia mai stato girato”.

Umberto Eco lo catalogava tra gli eventi miracolosi. “Fondamentale” per due registi come Kiarostami e Ken Loach. Definitivo un principe della risata come John Landis: “La maggior parte dei registi oggi, di quelli giovani, non sa niente della storia del cinema e, persino se non lo hanno visto, ne sono sicuramente influenzati, perché tutti lo sono stati”.

E si potrebbe continuare con altri nomi da aggiungere alla lista di influenze dichiarate di Landis: Martin Scorsese su tutti, Wes Anderson, Gianni Amelio, Steven Spielberg… e decine di altri cineasti che negli anni e nei continenti hanno tributato il loro debito di cuore nei confronti di Ladri di biciclette, il capolavoro assoluto di Vittorio De Sica che viene presentato in versione restaurata al Festival di Cannes, nella sezione Cannes Classics, in occasione dei 70 anni dalla sua uscita, nel 1948: appuntamento oggi, mercoledì 16 maggio, alle ore 19.30 in Salle Buñuel.

Il restauro di Ladri di biciclette, realizzato dal laboratorio L’Immagine Ritrovata, è promosso da Fondazione Cineteca di Bologna e Compass Film di Stefano Libassi, in collaborazione con Arthur Cohn, Euro Immobilfin, Artedis, e con il sostegno di Istituto Luce-Cinecittà. Ancora una volta la Cineteca di Bologna, ormai una delle istituzioni cineteca rie più prestigiose al mondo, si propone all’attenzione delle grandi vetrine internazionali con un altro gioiello del suo progetto di recupero e distribuzione dei grandi capolavori del cinema italiano e non solo in fase di realizzazione da alcuni anni e che si avvale del Laboratorio “ Cinema Ritrovato “ considerato come uno dei più avanzati e professionalmente qualificati del mondo.

Titolo simbolo del Neorealismo, Oscar come miglior film straniero nel 1950, Ladri di biciclette si ispira all’omonimo romanzo di Luigi Bartolini, e si avvale per la sceneggiatura dello stesso Vittorio De Sica e, naturalmente, di Cesare Zavattini, oltre che delle firme di Oreste Biancoli, Suso Cecchi d’Amico, Adolfo Franci, Gherardo Gherardi, Gerardo Guerrieri. 70 anni fa, il 1948, per l’Italia è un anno cruciale. È l’anno dell’entrata in vigore della Costituzione. Un momento di divisioni politiche laceranti, di una povertà grave, illuminata soltanto da una difficile speranza di ricostruzione. L’anno dell’attentato a Togliatti, che pareva dover sventrare un equilibrio politico fragilissimo, portare il paese a una nuova guerra civile.

Un anno in cui la bicicletta, come eroismo sportivo e come oggetto, era talmente popolare da indurre – all’indomani dell’attentato al segretario comunista – il presidente del Consiglio democristiano De Gasperi a chiamare Gino Bartali, al Tour de France, per chiedergli se ci fossero possibilità di una vittoria di tappa. Una storia divenuta proverbiale oltre l’aneddoto, per descrivere la temperie di un’epoca.

In questa situazione, De Sica arriva con il lampo di uno sguardo, di una poetica, e l’alleanza di quel polmone del Neorealismo di nome Cesare Zavattini, con un film che a 70 anni di distanza mantiene integra una sintassi universale, in cui prodigiosamente lo sguardo del cinema si salda con uno sguardo solidale, umano. Succede a pochissimi film nella storia di quest’arte che tanti registi e di tanto differente impostazione, si trovino uniti nel definire Ladri di biciclette un film basilare, influente, esemplare per l’essenzialità con cui un racconto individuale, anche piccolo, può risplendere di una forza narrativa esplosiva. Coinvolgente, e, a tutt’oggi, immortale. Il film sarà immediatamente a disposizione per la distribuzione nella sale italiane.

E ci auguriamo che venga promosso e proiettato soprattutto nelle scuole, nelle università e nei centri e nelle istituzioni culturali dove si studia il cinema, ma anche al grande pubblico come occasione di riflessione storica e sociale e per dimenticare che cosa è stato il cinema italiano negli anni del dopoguerra fino agli anni ’80.

 

 

 

 

 

 

 

 

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