Domenica, 25 Marzo 2018 10:57

Una “lettera elettrica” a Bob Dylan: l’ultimo libro di Marco Rossari a Les Bouquinistes

Un momento della presentazione del libro "Bob Dylan: il fantasma dell'elettricità" di Marco Rossari (foto di Stefano Di Cecio) Un momento della presentazione del libro "Bob Dylan: il fantasma dell'elettricità" di Marco Rossari (foto di Stefano Di Cecio)

di Marta Meli

Pistoia – “Ho fatto un sogno. Conoscevo Dylan, gli facevo un’intervista e gli porgevo il mio vinile di Freewheelin per farmelo autografare.”

“Lui prendeva una penna e scriveva: «Al mio unico figlio, il tuo amato Bob Dylan». Mi sono svegliato con gli occhi pieni di lacrime e ho capito che era arrivato il momento di scrivere.” E così è nato l’ultimo libro di Marco Rossari: “Bob Dylan. Il fantasma dell’elettricità” (add editore, 2017).

L’autore era presente ieri pomeriggio alla libreria Les Bouquinistes, armato di chitarra e “dylanite”, pronto a conquistare il suo pubblico di “dylaniani”.

Marco Rossari è scrittore e traduttore, scrive per numerose riviste e cura un laboratorio di scrittura alla Scuola Belleville di Milano. Collabora con le più importanti case editrici italiane. Tra i tanti autori tradotti: Charles Dickens, Malcolm Lowry, Mark Twain, Percival Everett, Dave Eggers, James M. Cain, Hunter S. Thompson. Ha scritto diversi racconti e articoli intorno a Bob Dylan e il suo libro più recente è “Le cento vite di Nemesio”.

“Un sogno, quello di Rossari, che avrebbero potuto fare tutti gli amanti di Dylan – ha detto Sergio Salabelle, coordinatore dell’incontro – perché in Bob non tutto è vero, non tutto è falso, non tutto è finzione e non tutto realtà, è universale esattamente come la fruibilità di questo stesso libro dove Rossari s’incarna, si immedesima nel ruolo del perfetto fan, del ricercatore, appassionato e affascinato”.

Un libro scritto ascoltando inevitabilmente un'unica voce, che poi è una vorticosa moltitudine di voci, quella di Bob Dylan. Una storia di fantasmi. Una storia di tre canzoni tra le meno conosciute.

“Il libro non è un saggio, non è una biografia, non è un racconto – ha spiegato Marco Rossari – è la mia lettera passionale, ubriaca, ebbra ed elettrica a Bob, grazie alla quale ho potuto raccontare Dylan e la mia vita attraverso Dylan”.

Dylan il genio, Dylan l’intellettuale, Dylan lo straccione, l’impertinente, l’insolente, il romantico, lo strafottente, l’insolito, il presuntuoso, il maledetto, il poeta, il conduttore, il pittore, lo scrittore, lo scultore, l’attore, il “controcultore”, il “beater” generation, il pop, il rock, il folk, il jazz, il blues, il mistero, l’abissale, il dolore. Dylan, una metamorfosi continua. Una perenne dicotomia. Una “coerente contraddizione”.

Oltre 40 dischi, tra successi e insuccessi, l’immensità, una retorica maestra, mille e ancora parole profonde fino a dentro la pelle, ma altre volte una struttura meno brillante. Eppure, sembra proprio grazie a questo ondeggiare, tra gloriosi apici e cadute di stile, che l’unicità e la completezza di Dylan si sono compiute e continuano a scorrere nelle vene di molti di noi. L’innata intuizione e l’incredibile capacità camaleontica consentivano a Bob Dylan di palesarsi e accedere ad un mondo altro che impregnava di parole, suoni e significati. Leggeva i testi di Brecht, Pound, Eliot, Ginsberg rendendoli utili per il suo lavoro, con immediatezza, senza studiarci e rimuginarci troppo sopra.

“La voce di Dylan muta continuamente nel corso della sua carriera, è nasale, è bella, è brutta, cambia – ha proseguito Rossari – proprio per questo è brivido, è magia e non è possibile neppure pensare di cantare un pezzo come Blowin’in The Wind, solo lui è in grado di farlo. La discografia di Dylan non esiste perché sono coaguli di una ferita che deve continuare a sanguinare, la vera discografia è quella che si muove attorno a lui”.

Al termine della serata, Marco Rossari ha suonato per il pubblico presente, in versione acustica, cantando e narrando le vicende di un pezzo di Dylan: “La morte solitaria di Hattie Carroll”. La canzone fu eseguita dal vivo durante i suoi concerti prima di essere inserita nel terzo celeberrimo album “The times they are a-changin”, pubblicato nel gennaio 1964. Erano gli anni Sessanta: Bob Dylan lesse sul quotidiano la notizia di una ragazza nera uccisa da un ricco latifondista bianco. Decise di denunciare interamente il fatto e la successiva immoralità, scorrettezza e imparzialità della sentenza, della “Giustizia”.

Come lo fece? Con la penna, il verso e le note. L’andamento di questo testo restituisce pienamente il senso della sofferenza, della rabbia e della frustrazione. Ma solamente a poco a poco. Dylan riuscì magistralmente, e pur sempre nella sua doppiezza/interezza di qualità, a organizzare testo, musica e periodi in modo tale da servire pienamente anima e orecchio. Il tutto dispensato con piccole quantità di rumorosa essenza fino all’acuta enfasi di quella che era stata una spregevole ingiustizia: “Oh, but you who philosophize disgrace and criticize all fears. Bury the rag deep in your face. For now's the time for your tears.”

 

 

 

 

 

 

 

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