Mercoledì, 23 Maggio 2018 17:41

Francesco Guccini e le sue storie: il mulino, le radici, i ricordi

Francesco Guccini (foto di Giovanni Fedi) Francesco Guccini (foto di Giovanni Fedi)

di Guendalina Ferri

Pavana - "La casa sul confine della sera oscura e silenziosa se ne sta".

In realtà nelle prime ore della domenica pomeriggio il mulino di Chicón non è troppo oscuro, e certamente non è silenzioso come racconta la canzone “Radici”.

Almeno una cinquantina di persone hanno risalito l’Appennino, su su fino a Sambuca Pistoiese e poi ancora un po’ oltre, fino alla frazione di Pavana. Hanno trovato il cartello giallo su cui qualcuno, a mano, ha scritto “Mulino” e poi una freccia, a indicare una stradina che si tuffa giù nella vegetazione. L’hanno seguita e sono arrivati al mulino di Francesco Guccini detto Francescone detto Chicón, il mugnaio che ci abitò anni e anni fa. Alle quattro e mezzo suo nipote, che porta lo stesso identico nome, presenta il suo saggio “Le parole del mugnaio”.

"La casa sul confine dei ricordi, la stessa sempre, come tu la sai. Cerchi là le tue radici, se vuoi capire l’anima che hai".

Francesco Guccini, il nipote, è stato il secondo della sua famiglia a non fare il mugnaio. Il primo è stato suo padre, che lavorava alle poste. Lui invece ha fatto il cantautore e il lavoro, e la vita, l’hanno portato lontano dal mulino di Pavana. Ma è lì che Francesco ha passato i primi anni della sua vita, quando l’Europa impazziva e l’Appennino sembrava un rifugio quasi sicuro. È lì che è tornato ogni estate, per anni, perché lì c’era la famiglia, c’erano le radici.

"Quanti tempi e quante vite sono scivolati via da te, come il fiume che ti passa attorno".

A rompere il silenzio non ci sono solo le voci di chi è salito a Pavana per incontrare e ascoltare Guccini, ma anche il fragore dell’acqua. La presentazione del libro si tiene all’aperto, nel cortile del mulino, pochi metri sopra il fiume che scorre.

Guccini è seduto di fronte alle persone, avvolto in un maglione rosso. “Mi sono reso conto, guardando le foto, che è lo stesso che indossavo l’anno scorso quando il comune di Sambuca mi ha conferito la cittadinanza onoraria. Vorrei precisare che nel frattempo mi sono cambiato” esordisce, con la voce bassa e le r arrotolate.

Poi parla del libro, che non è un libro ma un libretto, un saggio che parla di parole. “Le parole del mugnaio”, quelle al limite tra tecnicismo e dialetto, l’andadóra, il cùverchio, il gorèllo, parole tra bolognese e pistoiese che raccontano il mulino nella sua essenza.

“Le parole sono importantissime – dirà più tardi Guccini, nel soggiorno del mulino, quando scambieremo due parole. – Pare che l’uomo abbia cominciato la propria scala evolutiva dal linguaggio. Comunicare con un simile le proprie scoperte ha una grande importanza. Sono parole che non si usano più, ma servono a ricordare un ambiente, una professione che non esiste più”.

"Io, l’ultimo, ti chiedo se conosci in me qualche segno, qualche traccia di vita, o se solamente cerco in te risposta ad ogni cosa non capita".

Si sente l’ultimo custode di queste parole e di questo mondo che non c’è più, Guccini. E sembra vivere questo compito con stanca diligenza, con gli occhi liquidi che frugano il tavolo mentre parla, ma anche con orgoglio: è anche per questo che scrive. Libri, soprattutto. Le canzoni le ha lasciate andare da un po’. “Scrivere, al momento, è la cosa che mi affascina di più. La canzone è più difficile, deve racchiudere una storia in versi, sintetizzare. Sulla pagina c’è più libertà”.

Ha gli occhi e la voce stanchi, però la lentezza con cui parla è quella di chi delle parole ha fatto un mestiere, del loro significato una ricerca continua, del loro suono una musica. E allora le cerca, le misura, le scandisce con cura.

"Ma è inutile cercare le parole. La pietra antica non emette suono, o parla come il mondo o come il sole. Parole troppo grandi per un uomo".

Forse è anche per questo che, alla fine, su quell’Appennino che era stato rifugio, Guccini ci è tornato e ci è rimasto. Come se davvero le pietre di quei luoghi, a cominciare da quelle delle pareti del mulino di Chicón, non avessero ancora finito di raccontare una storia.

"Te li senti dentro quei legami: i riti antichi, i miti del passato. Te li senti dentro come mani".

“Mi ricordo quando mio padre tornò dal campo di concentramento, alla fine della guerra – racconta Guccini. – La prima cosa che fece fu spogliarsi e andarsi a tuffare nel fiume qui sotto. Evidentemente era la cosa che più di tutte aveva voluto fare durante la prigionia”.

E ancora la fatica del mugnaio, il freddo che tutta la famiglia doveva affrontare durante l’inverno, la nonna Amabilia. Il “castello di carte” del mulino: “Per come sono fatti i mulini, non si capisce come facciano a stare in piedi. È tutto un incastro, tutto in equilibrio. Eppure funzionano”. Pensieri e ricordi che Guccini ha raccolto ne “Le parole del mugnaio” e che racconta alle cinquanta persone sedute nell’erba del suo cortile. Sono venute tutte per lui, che ormai si mostra così di rado. Forse è anche per questo che è tornato sull’Appennino, per sfuggire a un certo caos, a un certo rumore. Per ritornare al confine della sera, quando la casa è oscura e silenziosa e c’è il tempo per domandarsi, per scrivere.

"La casa è come un punto di memoria. Le radici danno la saggezza. E proprio questa è forse la risposta".

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