Domenica, 27 Maggio 2018 11:28

“Dialoghi”, regole e “muri” nella politica secondo Ilvo Diamanti

Il politologo Ilvo Diamanti (foto di Giovanni Fedi) Il politologo Ilvo Diamanti (foto di Giovanni Fedi)

di Andrea Capecchi

Pistoia – “Viviamo in una fase politica in cui rompere le regole è diventata una regola, forse l'uinica”.

Oggi in politica “rompere le regole” è diventato vantaggioso e (fin troppo) facile. Ce lo ricorda Ilvo Diamanti, politologo, docente di Scienze politiche all'Università di Urbino ed editorialista de “La Repubblica”, ospite della seconda giornata del festival “Dialoghi sull'Uomo”.

Il suo intervento si è concentrato sull'analisi della trasformazione radicale delle logiche che regolano la politica: ciò che in passato poteva essere considerato come qualcosa di insolito e controcorrente, del tutto estraneo alle “regole del gioco”, oggi è invece diventato utile e vantaggioso.

“Tutto nasce dal rapporto tra le regole e la democrazia – ha esordito Diamanti – nella democrazia il rispetto delle regole viene garantito storicamente dall'esistenza dei "muri", sia fisici che ideologici, perché essi servono a definire una collocazione politica e un senso di appartenenza. Può apparire paradossale, ma sono stati i grandi muri del dopoguerra che hanno consentito all'Italia, durante l'intera fase della prima repubblica, di acquisire e interiorizzare le regole della democrazia”.

Ma quali sono stati questi “muri”? Secondo il politologo, “il primo è stato il muro anticomunista, diretto riflesso della divisione dell'Europa in due blocchi e della scelta atlantista dell'Italia di De Gasperi di appartenenza all'Occidente e alla Nato. Il secondo muro che ha retto per sessanta anni è stato quello della suddivisione territoriale dell'appartenenza politica, in una parola del “colore” politico di province e regioni. Per decenni negli stessi territori si è votato allo stesso modo, nonostante i mutamenti dei partiti politici: questo è avvenuto perché la politica era dettata da regole, tradizioni e da una storia che ha fatto mantenere all'Italia una precisa geografia politica”. Diamanti cita il noto esempio delle “zone bianche” del Nordest e delle “zone rosse” del Centro, riflessi di una geografia politica a lungo statica, immobile e immutabile.

“Era l'epoca in cui vigevano regole non scritte ma rispettate, dove contavano molto i condizionamenti sociali dei partiti e la loro capacità di coinvolgere e mobilitare le masse. Non c'era bisogno di rompere le regole incardinate nel "muro", l'adesione a un partito poteva essere ipercritica ma non doveva esulare da questo schema, i partiti erano inseriti e calati perfettamente nella società del tempo e nel territorio”.

La caduta di questi due muri negli anni Novanta ha determinato un completo rivolgimento delle “regole” della politica e una messa in discussione di questo schema tradizionale. Il punto di rottura che ha sancito la nascita della “seconda repubblica” è individuato da Diamanti nella discesa in campo di Berlusconi nel 1994, evento che ha determinato due significative conseguenze: da un lato, la nascita del primo “partito personale” in cui il proprio leader si pone al centro della scena politica, dall'altro la “rinascita” di un nuovo “muro” nella contrapposizione frontale fra anticomunisti e antiberlusconiani.

A ciò si è accompagnato l'ingresso sempre più pressante e invasivo dei media nella vita politica e nella sua comunicazione, che negli ultimi anni è stata completamente rivoluzionata: oggi a un leader politico viene chiesto di saper parlare in televisione, avere una personalità convincente e carismatica, utilizzare i social network e saper veicolare messaggi efficaci tramite essi. Il processo di personalizzazione della politica e la crisi dei partiti cosiddetti “tradizionali” sono le conseguenze inevitabili di tali processi.

Secondo Diamanti la rottura delle regole in politica è evidente soprattutto nella disaffezione degli elettori, che fino all'ultimo non sanno se voteranno ed eventualmente chi voteranno, nel ricorso al “voto contro” e nella dispersione di quel voto che un tempo era considerato quasi un “atto di fede”.

“Negli ultimi sette anni – ha concluso il politologo – è emerso un ultimo muro, quello dell'antipolitica: noi diamo per scontato il carattere rappresentativo della democrazia, mentre oggi da più parti viene invocato il modello della democrazia diretta. Secondo alcuni potremo tornare nell'Atene di Pericle, dove l'antica agorà è sostituita dalla piazza digitale della rete. Ma il problema di fondo, a mio avviso, è che oggi siamo entrati nell'era della sfiducia e della paura, in cui è facile e conta solo delegittimare l'avversario politico e alimentare paura e diffidenza, piuttosto che nutrire speranza e fiducia”.

Dovremo abituarci a una politica “senza regole”? Il rompere le regole può diventare alla fine un atto “regolare” e per questo conformista, finendo per perdere il suo stesso significato. La politica non può essere solo digitale, “ma ha bisogno di riscoprire il contatto con le persone, lo stare insieme, il parlare faccia a faccia e non di piazze digitali dove in realtà siamo soli”.

 

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