Domenica, 22 Luglio 2018 14:55

Disabilità, diversità e violenza: intervista a Simonetta Agnello Hornby

Simonetta Agnello Hornby ospite dei Dialoghi 2018 Simonetta Agnello Hornby ospite dei Dialoghi 2018

di Andrea Capecchi

Pistoia – La diversità, la disabilità, la famiglia, la scuola, la violenza nelle parole di una donna da sempre impegnata a fianco dei minori e dei più deboli.

In occasione dell'ultima edizione dei Dialoghi sull'Uomo, ReportCult ha intervistato in esclusiva la scrittrice italo-britannica Simonetta Agnello Hornby, uno degli ospiti più attesi della manifestazione.

Originaria della Sicilia, ma da più di quarant'anni residente a Londra, Agnello Hornby si è distinta per una lunga attività come avvocato minorile, portando avanti importanti battaglie civili e giuridiche per il riconoscimento dei diritti e la tutela dei minori.

A partire dagli anni Duemila si è dedicata sempre più intensamente alla scrittura, pubblicando romanzi che sono stati tradotti in molte lingue e hanno registrato un ampio successo di pubblico e critica, ricevendo crescente attenzione anche in Italia. Nei suoi romanzi gli elementi autobiografici e i ricordi d'infanzia della Sicilia si uniscono ai temi della memoria, della famiglia, dell'adolescenza e dell'incontro con la disabilità, quest'ultima al centro del suo recente romanzo “Nessuno può volare” (2017).

Partiamo dal titolo della sua lezione che ha tenuto ai Dialoghi: che cosa significa essere “diversamente creativi”?

Significa essere ugualmente creativi, anche se non esattamente con gli stessi mezzi e le stesse tecniche degli altri. Un po' come avviene con la parola diversamente abile, usata per definire una persona che non ha le stesse abilità o capacità degli altri, ma che può sempre raggiungerle in maniera differente.

L'attenzione verso il tema della disabilità, al centro del suo ultimo romanzo, nasce nel suo caso anche dall'esperienza personale.

Io ho un figlio disabile, affetto da sclerosi multipla primaria progressiva. La sua presenza mi ha certamente cambiato il modo di vedere il mondo, la famiglia, la scuola e le relazioni umane. E nonostante tutti i problemi e le difficoltà, a mio figlio non piace essere chiamato disabile, ma “imperfetto”.

Vivendo la disabilità come madre, qual è secondo lei l'ostacolo maggiore che ancora oggi le persone diversamente abili incontrano nell'essere accettate nella società?

Il tabù più grande, come spesso avviene, è la mancanza di conoscenza. Quando non si conosce qualcuno si ha paura del diverso, non si sa come comportarsi con lui, che cosa dire. È la stessa cosa che mi è accaduta più volte quando, in passato, accompagnando mio marito nei suoi viaggi al centro dell'Africa, mi scontravo con la curiosità e la diffidenza delle popolazioni del luogo, che vedevano una ragazza bianca così diversa da loro e non riuscivano a comprendere il motivo di tale diversità. Con i disabili c'è anche un senso di ribrezzo, di imbarazzo nel non saper comunicare con loro e di fastidio nel vederli.

Negli stessi genitori, spesso, c'è una grande difficoltà ad accettare un figlio disabile.

Ho conosciuto molte madri di bambini disabili che dicevano “io sono felice di avere un figlio così”. Io non lo sono. Lo dico senza ipocrisia. Nessuna madre è felice di avere un figlio che non può camminare, giocare e muoversi come gli altri bambini. Però dobbiamo essere tutti contenti di avere un figlio e aiutare quel figlio, o il parente, o l'estraneo a rendersi utile e a realizzare tutto ciò di cui egli è capace.

Nella sua lezione ha affrontato anche il tema della malattia mentale. A quarant'anni dall'approvazione della legge Basaglia sulla chiusura dei manicomi, ne ha sottolineato il valore rivoluzionario nell'approcciarsi verso chi soffre di disturbi mentali e psichici.

Sono sempre stata fiera di essere siciliana e italiana, e ancor più quando parlo di Franco Basaglia e di questa legge straordinaria, che ha introdotto non solo un nuovo modo di affrontare la malattia mentale, ma anche un nuovo modo di considerarla. In questo bisogna dare atto al nostro Paese di essere all'avanguardia nella tutela di tutte le forme di disabilità. L'Italia è l'unico Paese nel mondo in cui nelle scuole ci sono tutti i ragazzi, senza più divisioni o discriminazioni. Un'eccellenza di cui dobbiamo essere orgogliosi e che dobbiamo continuare a mantenere.

Qual è il compito o il ruolo che può svolgere la scuola in questa direzione? Negli ultimi anni molto è stato fatto per l'inclusione scolastica, ma che cosa manca ancora?

Le scuole italiane hanno un corpo docente meraviglioso. Ho visitato di persona moltissime scuole in Inghilterra e in Italia e devo dire che le scuole italiane sono tra le migliori d'Europa come qualità di insegnamento e competenze che forniscono ai ragazzi. Tuttavia ci sono grossi problemi a livello gestionale e organizzativo che impediscono alle scuole italiane di esprimere al massimo le proprie potenzialità: cattiva amministrazione, mancanza di fondi e di strutture adeguate, carenza di docenti di sostegno per il supporto ai ragazzi diversamente abili. Non diamo forse l'importanza che merita al ragazzo che ha bisogno. Ma nel complesso le scuole italiane sono nettamente superiori a quelle inglesi nel loro rapporto con gli studenti disabili.

Un compito, quello dell'inclusione, che non può essere delegato solo alla scuola, ma dovrebbe coinvolgere l'intera società.

Questo è già più difficile. Purtroppo molti hanno paura del disabile mentale. È comprensibile, perché non sappiamo come può reagire alle nostre domande, ai nostri stimoli, ai nostri tentativi di instaurare una relazione. Io dico sempre “ascoltiamo”, non cerchiamo di prevalere, facciamo qualcosa e osserviamo come reagisce. Tanto fa l'ascolto e tanto fa l'inazione attenta.

Tornando alla sua attività letteraria, quali sono i progetti futuri?

C'è un progetto a medio termine in collaborazione con la Feltrinelli, anche se non è propriamente letterario: spero di fare degli spettacoli teatrali sulla violenza contro le donne gli uomini e i bambini, sulla violenza che non è solo fisica ma investe la sfera psicologica e spirituale della persona. Ed è la forma peggiore di violenza, che lascia ferite ancor più grandi e profonde delle botte o dei lividi. Vorrei spiegare a tutti, a noi stessi e agli altri che la violenza si può combattere. Non si può abolire del tutto, ma si può combattere e cercare di ridurre al minimo.

Nella sua lunga attività come avvocato ha toccato con mano gli effetti della violenza.

Ho visto donne che sono morte a causa della violenza. Ma molto più numerose sono le donne vive, ma morte nello spirito, perché la violenza le ha distrutte dal punto di vista psicologico, con la conseguente mancanza di forza nel denunciare tali abusi. E lo stesso avviene per un numero crescente di uomini. Per non parlare poi dei minori. La violenza è trasversale e può coinvolgere tutti, come carnefici e vittime.

Oggi le cronache dei giornali quasi tutti i giorni riportano notizie su violenze in famiglia, abusi su minori e atti di femminicidio. Secondo lei da dove scaturisce, da quali meccanismi è originata questa violenza?

All'origine di ogni forma di violenza c'è un unico elemento: il potere. La violenza nasce in ogni tipo di società, di famiglia e di consorzio umano come strumento di affermazione del proprio potere e di controllo e sottomissione degli altri individui. Il potere è la fonte primaria della violenza, dalle guerre tra i popoli ai conflitti interpersonali. Nei casi di violenza domestica bisogna far capire alla vittima e al carnefice, che spesso è stato in passato, a sua volta, vittima di violenze e abusi, che la violenza non è ereditaria, si può sradicare, si può controllare. Che si vive meglio senza violenza.

 

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