Domenica, 21 Ottobre 2018 11:40

Alla ricerca del “Grande trampoliere”: Franzosini presenta Cravan a Les Bouquinistes

Edgardo Franzosini a Les Bouquinistes (foto di Marta Meli) Edgardo Franzosini a Les Bouquinistes (foto di Marta Meli)

di Marta Meli

Pistoia – La mente poliedrica, lo sfacciato egocentrismo, la tragedia, la comicità, tra gli specchi di infinite identità proteiformi, giunte all’amalgama funesta dell’animo frammentato.

Il tutto è nel profilarsi di un nome, di un volto, che sono mille facce, molteplici maschere, distese di essenze. La straordinaria figura che appare è quella del poeta e pugile Arthur Cravan.

Ieri pomeriggio è stato presentato alla libreria indipendente Les Bouquinistes il “Grande trampoliere smarrito” di Arthur Cravan (recente pubblicazione di Adelphi) a cura dello scrittore Edgardo Franzosini. A intervistare l’autore era presente il poeta Matteo Pelliti.

Un personaggio, Arthur Cravan, a molti sconosciuto, singolare e degno di particolare attenzione. Nato a Losanna nel 1887 e avvistato per l'ultima volta a largo di Salina Cruz, Messico, nel 1918. Edgardo Franzosini - autore per Adelphi di numerosi libri, tra cui “Sotto il nome del Cardinale” (2013) e “Questa vita tuttavia mi pesa molto” (2015) – ha curato qui una selezione di scritti, poesie e lettere a cui aggiunge il racconto biografico “L'importanza di non chiamarsi Fabian Avenarius Lloyd”. Quest’ultimo è peraltro il vero nome (di nascita) di Cravan, un esempio a conferma della sua innata tendenza ad “avere un solo corpo e mille anime”.

“Quante volte ho fatto scalpore” si compiace Arthur Cravan, un “colosso mistico” di quasi due metri per circa cento chili di peso, che sfidava sul ring pugili come Jack Johnson e Jim Smith, sosteneva (non del tutto abusivamente) di essere nipote di Oscar Wilde e dava conferenze (indossando, talvolta, solo un cache-sexe) in cui annunciava il proprio suicidio.

Inoltre, sulle pagine della rivista di cui era editore e redattore unico (e che distribuiva andando in giro per Parigi con un carretto da fruttivendolo), osava pubblicare l'esilarante resoconto di una sua visita ad André Gide da cui, come affermò in seguito André Breton, il “venerato maestro” non si sarebbe mai più ripreso. Blaise Cendrars riconosce la sua influenza decisiva su Duchamp, Picabia e i membri del Cabaret Voltaire di Zurigo, dichiara che “raccontare la vita di Arthur Cravan a New York equivale a far la storia della fondazione del dadaismo” e rende omaggio all'immenso talento del poeta, capace di “illuminazioni folgoranti, non meno profetiche e ribelli e disperate e amare di quelle di Rimbaud”. Dopo aver letto i suoi scritti, seguiremo, con lo stupore di chi legge un romanzo di avventure, le vicende delle sua breve, tumultuosa esistenza, che Edgardo Franzosini ripercorre con il tono narrativo lieve e insinuante che lo contraddistingue.

“Gli amatissimi eternomi, il protodadaismo, la personalità plurima e ferina – ha detto Edgardo Franzosini – danno vita ad un personaggio un po’ fuori dal comune, di qualità, affascinante, magnetico, perennemente in conflitto con la convenzione e la letteratura convenzionale”.

Stravagante e coinvolgente, Arthur Cravan, getta spesso su carta le parole come fossero pugni riuscendo a “colpire” il lettore quando meno se lo aspetta, con sorprendenti dirottamenti di stile, talvolta orientati verso il tragico, altre volte verso la sottile ironia e comicità, o ancora verso l’ebbrezza di ribellione romantica tipicamente rimbaudiana. E poi le svariate imprese, i mestieri, le avventure, il continuo peregrinare in contesti discordanti fino a perdersi per scoprirsi, perché questo è tipico di un “poeta che per conoscersi deve smarrirsi”.

“Cravan racconta la somma delle sue gesta, che sono poi la sua esistenza, in un modo unico – ha spiegato Franzosini – con una grande consapevolezza dei suoi Sé”.

“Una vera e propria congiunzione di vaste e molteplici volontà – ha aggiunto Pelliti – ed è proprio qui che è riposta la grandezza di questo poeta e pugile di fine ‘800, una vera vita che è un’opera d’arte”.

Com’è entrato Cravan nella vita di Franzosini?

“Mi trovavo in una libreria di Barcellona – ha raccontato l’autore – stavo sfogliando altri grandi autori come Mann e Borges quando la mia attenzione fu catturata da una fotografia in bianco e nero che ritraeva l’incontro tra Jack Johnson e Arthur Cravan”.

“Da quel momento in poi comincia a fare ricerche e quanto trovavo mi incuriosiva sempre di più nei confronti della vita di questo poeta e pugile – ha proseguito Franzosini – scoprii che era il nipote di Oscar Wilde, che aveva scritto su di lui, che aveva avuto una vita rocambolesca, che aveva anticipato il Dadaismo e che aveva quell’eccesso di personalità tragi-comica, provocatrice, velata di mistero, critica e polemica allo stesso tempo, così non ho saputo resistere, dovevo farlo conoscere anche al nostro paese”.

Ne “L'importanza di non chiamarsi Fabian Avenarius Lloyd” Franzosini immagina due confronti con una struttura narrativa talmente precisa da renderli a chi legge percepibili in quanto reali: la partita a scacchi tra Cravan e Duchamp e il colloquio fuori dal ring tra Cravan e Johnson. “Qui nel west, tra la verità e la leggenda abbiamo sempre preferito la leggenda”- ha concluso Edgardo Franzosini citando Liberty Valance.

Insomma, un poeta e pugile, Cravan, tutto da scoprire nelle sue illimitate sfaccettature. E allora abbandoniamoci alla lettura travolgente dei suoi scritti lasciandoci catturare da tutti quanti gli Arthur, sfoderando la nostra capacità interpretativa per immaginare meglio tutto ciò che questa mente voleva esprimere, comunicare, sentire ed essere tramite la scrittura. “Accetta te stesso numeroso”- è il prezioso insegnamento di Arthur Cravan. Ognuno di noi è e può essere molti per una vita unica, irripetibile. Scegliamo con cura.

 

 

 

 

 

 

 

 

Articoli correlati (da tag)