Sabato, 17 Novembre 2018 14:42

La poesia e “Le buone maniere” di Marco Simonelli a Les Bouquinistes

Marco Simonelli (a destra) e Francesca Matteoni (a sinistra) Marco Simonelli (a destra) e Francesca Matteoni (a sinistra)

di Marta Meli

Pistoia – Incanto e disincanto. Parole che, come sculture levigate, dal sudore si formano, arrivano dirette, osservano, si insinuano. 

E spesso, sospese dal ritmo perpetuo, pungono.

Questo è solo un piccolo ‘assaggio’ di ciò che significa fare e condividere parole in poesia. Se ne è parlato ieri pomeriggio a Les Bouquinistes durante la presentazione del libro “Le buone maniere” (Valigie Rosse, 2018) di Marco Simonelli, poeta, traduttore e performer fiorentino. A conversare con l’autore era presente la poetessa Francesca Matteoni.

Marco Simonelli ha raccontato del suo primo incontro con la scrittura. Si trovava alle scuole elementari quando la maestra lo iniziò ai giochi in rima. L’autore, al tempo bambino, comprese che non si trattava tanto di dovere, quanto di piacere. La gioia di scrivere si intensificò sempre di più lungo il periodo adolescenziale, passando dal corso di recitazione, alla metrica a memoria, fino all’evidenziarsi della facilità che aveva acquisito con i versi. A quindici anni si cimentò nella forma di scrittura epistolare, spedendo lettere agli amici. Sempre più consapevole del suo amore per la scrittura, di lì a poco iniziò a produrre poesia.

Nel corso dell’incontro si è parlato molto del “laboratorio poetico”, del “fare poesia” e di alcuni aspetti che riguardano la particolarità di questa espressione e produzione letteraria in versi.

Un’arte, la poesia, che richiede di essere ascoltata, letta, sentita e assaporata più che commentata. Per accogliere i suoi “getti” polisemici (e multiforme) dobbiamo forse abbandonarci al suo scandire, i suoni e le parole. Si diffonde così, perpetuando negli animi e nelle menti di chi ascolta, in un clima trasognato ed impregnato dall’essenza, dalla fascinazione, dalla vibrazione, dal potere della metrica, dal senso e dal tono poetico.

“Quando c’è poesia l’imperfezione non conta – ha detto Francesca Matteoni – quando le parole sfuggono sfumando, quel che resta sono il potere evocativo e il ritmo del verso”.

Da dove viene la poesia? Chi è il poeta? Come produce poesia? Cosa accade quando scriviamo, leggiamo o ascoltiamo recitare versi ?

Molti credono che la poesia sia donata da Dio, come una vocazione dall’alto. Durante questo incontro è stato rimarcata più volte, da entrambi gli autori, l’importanza di riconoscere il duro lavoro, la dedizione, l’impegno, il continuo scavare e la passione che sta dietro a questa attività, che deriva piuttosto dal basso. Basti pensare a Elizabeth Bishop che per scrivere una poesia impiegò ben ventisei anni della sua vita. È necessario nutrirsi di poesia per fare poesia. È essenziale vivere dei poeti come Dante, Shakespeare, Keats, Leopardi, Ungaretti, Dickinson, Plath, Sexton, Pozzi, Rosselli e molti altri ancora.

“La metrica per me è come una trivella – ha spiegato Simonelli – non è una gabbia, è stupore, è la possibilità di ricreare immagini, odori, suoni e rumori in parole, senza pretendere mai di dare risposte, ma di sollevare domande”.

“La poesia è una piccola cattedrale nel deserto, non puoi scriverla in poco tempo – ha aggiunto il poeta – puoi scrivere sonetti sul tavolo da cucina solo se consideri tutte le macchie di sugo presenti”.

La poesia è “scomoda”, non è rassicurante, non intende consolare o confortare. È espressione di pensieri e di saperi che formano parole, metafore, colori, melodie. Fissati sulla carta i pensieri si radicano nelle cose, dalla penna tracciante, si imprimono guidati dal duro mestiere che sospinge la voce.

“Per il poeta c’è una funzione paradossale della poesia che è quella di proteggerti mentre ti espone – ha spiegato Francesca Matteoni – la Szymborska si immaginò quanto sarebbe noioso fare un film su un poeta mentre lavora, perché vedremmo un soggetto che fissa nel vuoto, osserva gli oggetti, assorto nei pensieri, scrive e cancella per ore ed ore”.

“Non possiamo certo darle torto – ha aggiunto la poetessa – però se si tratta di condivisione, è sempre bello partecipare allo scambio di quella che per me è la più alta forma di letteratura, al di là di chi c’è dietro, al di là di chi ne scrive”.

Durante la presentazione sono state lette e recitate dall’autore alcune poesie del libro “Le buone maniere”. La raccolta ha una precisa strutturazione dialogante, composta da sezioni che vanno da “Ognuno a casa sua” a “L’arte di ricevere”. Ogni volta l’immersione nel singolo testo, a fronte del suo stesso titolo, è una scoperta che, penetrando, crea un effetto di sorpresa, di meraviglia. La poesia arriva in noi a sorsate di acqua salata. Onde che picchiano e poi si aprono alla riflessione.

Marco Simonelli parla di intolleranza verso l’altro e verso noi stessi con “Inquilini”, di paranoia con “Fra noi”, di realtà virtuale con “Social”, delle ‘buone maniere’ usate anche dal ‘male’ con la poesia “Mostro”, di esperienza e scrittura con “Brindisi”, dell’importanza delle parole e dell’incontro con l’arte gettando i versi di “Una visita”.

Leggere, immaginare, ascoltare e ancora leggere, sentire, fruire: è poesia. Luogo misterioso e rivelatore, paradosso e contraddizione, dolore, amore, rabbia, frustrazione, immedesimazione, introspezione. Emozione, dove tutti possono entrare. Grido, fremito e sussurro. Posa dura, gesto lento, mossa sfuggente e leggiadra, spontanea e soave. Distorsione. Scintilla. Memoria. Parola che chiama, vicina e distante. Logica? Struttura? Sentimento? Ragione?

Che cos’è? E cosa provoca in noi questa cosa che ha un nome?

A tal proposito, la grande poetessa Sylvia Plath si esprimeva così: “Mi accorgevo di avere la pelle d’oca. Senza una ragione, dato che non avevo freddo. Era forse passato un fantasma su di noi? No, era stata la poesia.”

 

 

Articoli correlati (da tag)