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Lunedì, 25 Febbraio 2019 16:06

“Uccidete Caravaggio!”: Giampiero Casertano al Festival del Giallo

Il fumettista Giampiero Casertano (foto di Stefano Di Cecio) Il fumettista Giampiero Casertano (foto di Stefano Di Cecio)

di Stefano Di Cecio

Pistoia – Anche il fumettista Giampiero Casertano tra gli ospiti del Festival del Giallo.

Presente con la sua graphic novel “Uccidete Caravaggio!”, realizzata insieme a Giuseppe De Nardo per i tipi della Sergio Bonelli Editore, abbiamo avuto modo di scambiare due parole con lui.

Qual è stata l’ispirazione per la realizzazione di questa storia a fumetti?

Innanzitutto l’amore sperticato per questo grandissimo autore che avevo avuto modo di conoscere prima della realizzazione di questo lavoro. Ho partecipato a mostre a lui dedicate, l’ho studiato a scuola ma quando mi proposero di illustrare questo fumetto, aderii in modo entusiastico.

Devo dire che Caravaggio mi è particolarmente caro perché al di là di quello che si è già detto e scritto sulla sua grande capacità pittorica, l’estrema e fenomenale sua facilità che aveva nella riproduzione pittorica, nei suoi quadri si assiste ad una grande regia. Ho seguito diversi storici che ne hanno studiato ed illustrato la tecnica ma soprattutto la capacità compositiva che emerge dalle sue rappresentazioni, e questo mi ha letteralmente conquistato.

Quando mi hanno proposto il fumetto è stato in qualche modo anche divertente perché si trattava di narrare gli ultimi tre anni di vita del pittore, forse quelli più drammatici, con due personaggi di fantasia ma inseriti nel contesto storico e cronologico esatto. E’ stato quindi interessante perché l’autore De Nardo, che insegna storia dell’arte in un liceo di Napoli, è stato molto bravo a far vivere la fantasia in un contesto storico molto definito.

Come inizia la tua carriera di disegnatore?

All’età di sei anni, disegnando, ho intuito che quello era il mio modo di tradurre ciò che vedevo, la realtà che mi stava davanti. Mia madre mi portò ad un funerale perché non poteva lasciarmi da solo a casa, una volta tornato disegnai il funerale che per me era la cosa più “bella” che avevo visto in quel momento. Questo per dirti come in realtà il disegnare era qualcosa che avevo dentro di me fin da subito. Il passaggio dal “desiderio” al fumetto è stato naturale. Dal momento in cui il bambino disegna, dopo poco sente il bisogno di dare continuità al suo disegno, sia nello spazio che nel tempo. Ha bisogno quindi di altre immagini per raccontare quel momento nel suo svilupparsi. Il fumetto è stato quello che più si avvicinava al mio bisogno e quindi ho proseguito nel disegnare, a quattordici anni  ho creato un mio personaggio che si rifaceva a Tex Willer.

Il disegnatore è quindi anche sceneggiatore?

Sì, all’inizio sì, concedimi il beneficio del dilettante. Ogni disegnatore quando inizia è anche sceneggiatore, nel mio caso ho approfondito maggiormente la parte figurativa, però nasco come autore di fumetti.

C’è qualcuno che ti ha influenzato?

Tanti, tanti. Questo è un mestiere in cui l’emulazione è una delle parti fondamentali del “farsi”. Ho avuto la fortuna di imparare questo mestiere a bottega, cosa che oggi non credo che esista più. Sono andato a lavorare presso un grande autore, purtroppo scomparso, Leone Cimpellin: un grandissimo disegnatore umoristico che aiutavo a riempire a china gli sfondi, un lavoro che portava via tantissimo tempo al disegnatore. Da lì ho “succhiato” tutto quello che potevo.

La visibilità al pubblico quando è arrivata?

E’ arrivata poco prima degli anni ’80 quando per la Supereroica, prestigiosa collana che ripubblicava i fumetti per la casa editrice inglese Fleetway Comics ed in più pubblicava anche autori italiani, ebbi la fortuna di lavorare per loro con le prime storie da me disegnate. Da lì in poi, ho avuto la possibilità di sviluppare rapporti con personaggi come Ambrosini, Riboldi, Del Vecchio e con le case editrici più importanti come ad esempio la Bonelli.

La Bonelli, editore che da lì in poi pubblicò ad esempio Dylan Dog ed altri successi…

Ho collaborato con loro fin dall’inizio. Nel 1986 mi chiamò Tiziano Sclavi che stava ancora elaborando la storia, ormai il progetto era già avviato ma doveva ancora essere pubblicato. Tant’è vero che nel mese di settembre/ottobre del 1986 uscì, se non ricordo male, il primo albo. Avevo 24 anni, lui mi illustrò a grandi linee il personaggio ed io aderii con grande entusiasmo, uscendo quindi col numero 10 “Attraverso lo specchio”. Allora non era immaginabile il successo che avrebbe avuto.

Come vedi il panorama odierno italiano o ancora meglio come vedi il futuro immediato con l’avvento di questi nuovi supporti e tecnologie?

Parlavo poco fa proprio con Franco Forte, editore della collana di gialli per Mondadori. Quando ho iniziato io il fumetto era proprio l’alveo naturale della lettura totale a livello fumettistico, ad esempio in Italia ha sempre avuto una grande presa il fumetto avventuroso. Tex Willer viene pubblicato da sessant’anni ed è ancora il fumetto che vende di più. Allora era normale che la fantasia venisse rappresentata con un linguaggio come il fumetto. Oggi non è più così, perché l’avvento delle nuove tecnologie tende a distrarre il pubblico, particolarmente quello giovanile. La distrazione avviene da un’offerta enorme di tutta una serie di proposte che con il fumetto hanno poco a che vedere. In Italia, ad esempio, il fumetto online non ha grande presa ma ha ancora un suo pubblico nel cartaceo. Le edicole però stanno scomparendo e questo ci preoccupa perché sono il primo veicolo di diffusione del fumetto. Inoltre si legge meno, si hanno paradossalmente miliardi di informazioni in più ma non si approfondisce nulla.

Io credo che si debbano trovare nuovi canali e nuove forme di comunicazione ma il fumetto come linguaggio rimane ancora un veicolo straordinario da ogni punto di vista, perché abbraccia tutta quanta una letteratura immaginata e raffigurata. Purtroppo in Italia il fumetto ha sempre vissuto di una classificazione negativa, è il figlio povero della letteratura, uno stereotipo culturale quale “Il lazzarone che non ha voglia di studiare e legge fumetti”. 

Il fumetto ha vissuto una parabola d’oro negli anni ’80 e ’90

In quegli anni Dylan Dog ha toccato i vertici di vendita, adesso è difficile tirar via un cellulare dalla faccia di un ragazzo, evidentemente  a grande discapito dello sviluppo dei fumetti e del loro mercato. In Italia c’è una grande produzione autorale, nascono piccole e medie imprese editoriali, di conseguenza c’è molta vivacità in questo campo lo si nota bene a Lucca che oramai è la mostra più grande in Europa.

Ci vuole però un pubblico più vasto che risponda, non ce le possiamo raccontare solo fra di noi in eventi come quello. Lucca è riuscita a coniugare il mondo del fumetto con quello dello spettacolo, è una grande festa, un grande carnevale che si sviluppa per le strade. Amo pensare che la moltitudine di gente che va lì sia comunque interessata all’editoria, oltre che a vivere in prima persona questa festa.

Il rischio è di lasciarsi abbagliare dai grandi numeri di Lucca ma poi nelle edicole si vende poco o nulla; mi auguro che del fumetto non venga snaturato il proprio linguaggio che è quello di veicolare e dare forma alla fantasia. Quanto più ricca e bella è, tanto più è comunicativa. Non riesco a pensare un mondo senza fumetti, senza la loro capacità di dare forma all’immaginazione. Come in letteratura, esiste il fumetto brutto ed il fumetto bello.

Non esiste un fumetto “alto” ed uno “basso”, di conseguenza ognuno ci si può riconoscere dentro. Sicuramente è importante che anche nelle scuole venga raccontato. Da qualche anno vado in una terza elementare di una scuola dove facciamo un lavoro con i ragazzi. I bambini leggono un piccolo brano di una racconto che viene dato loro e lo devono sceneggiare.

Trovare i personaggi, l’ambiente dove si muovono, le battute che dicono, poi vengo chiamato in questa classe. I bambini mi leggono il lavoro di sceneggiatura fatto ed io, davanti a loro su una lavagna luminosa, disegno quello che hanno creato. I bambini letteralmente impazziscono perché vedono da una parte il coronamento del loro lavoro, essere presi sul serio insomma. Dall’altra vedono alcune vignette nascere davanti a loro e c’è sempre qualcosa di magico in questo. Grande soddisfazione da entrambe le parti quindi, in questa educazione alla lettura dei fumetti.

 

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