Sabato, 02 Marzo 2019 15:12

“Il mondo che farà”: la nuova raccolta di Giuseppe Grattacaso a Les Bouquinistes

Giuseppe Grattacaso e Matteo Pelliti durante la presentazione della raccolta poetica (foto di Marta Meli) Giuseppe Grattacaso e Matteo Pelliti durante la presentazione della raccolta poetica (foto di Marta Meli)

di Marta Meli

Pistoia – Oggetti, esseri, anime, corpi prendono forma dalle parole.

Interazione che muove, restituendo un senso di concretezza, di realtà. Spietata illusione? Una poesia che libera l’uomo dall’estenuante ricerca della spiegazione logica e razionale.

Ieri sera Giuseppe Grattacaso ha presentato la sua raccolta di poesie “Il mondo che farà” (Elliot, 2019) a Les Bouquinistes. A intervistarlo era presente il poeta Matteo Pelliti.

Il titolo, come l’intera raccolta poetica, è un verso che contiene alcune domande esistenziali: quale direzione prenderà il mondo? Al profeta e al futuro, questo pur sempre sconosciuto, domandiamo: cos’ha per noi in serbo il destino?

“È una poesia, quella di Grattacaso, esemplare e definitiva, musicale e cesellata, come un canto, è ritmo, esperienza profonda, dove l’artificio della metrica scompare alla lettura e all’ascolto – ha detto Matteo Pelliti – e poi, la saggezza e la sapienza degli oggetti, testimoni dello scorrere della vita, capaci anche di sopravvivere a noi esseri umani”.

Ricorrenti sono gli oggetti che restano soli, abbandonati. Oggetti come co-creatori di soggettività, di azione e di senso che, fondendosi ed interagendo con gli esseri, modificano l’effetto, la struttura, la sostanza. L’attesa però non li consuma, la calma e il silenzio avvolgono in un’aura d’incanto, tra la fissità dell’atmosfera e la compagnia delle ombre. Oggetti che, nella loro sosta paziente, ci insegnano qualcosa.

Così torna subito alla mente Godot e la metafora beckettiana: la vita, per quanto possa perpetuarsi nel moto, è attesa che fluttua e assiduamente oscilla nella sospensione. Il tempo, invece, sembra annullarsi, la linea continua si spezza, s’infrange disegnando un intrico fatto di gioie, dolori, esperienze, attimi, sensazioni, emozioni, sfumature, fino ai più nitidi colori.

“Non c'è niente che sia davvero facile / una cucina che rimanga in ordine, / doccia che non straripi in incidente. / La vita è tuffo dentro una pozzanghera, / la caduta, il passo falso è danza, / nel goffo movimento è la bellezza.”

In una sezione della raccolta poetica, Grattacaso ci parla del viaggio in treno e dello scenario dal finestrino, vetro che separa, impedisce il tocco, ma non la vista: una cornice custode di immagini che scorrono e, nell’immediato, svaniscono. Paesaggio in corsa che procede, dal campo visivo costante. La pellicola fluisce fin quando si arresta, alla fermata successiva.

“La vita certe volte è di fianco a noi – ha spiegato Grattacaso – come se in quel momento non la vivessimo pienamente, ma la osservassimo dall’esterno”.

Questa figurazione del poeta fa di nuovo riferimento al tempo e alla sua definizione. Talvolta, un lembo di “pelle-fantasma” ci passa vicino, dalla spalla fin sopra l’orecchio. In un fruscio velato e silente, ci cattura all’improvviso conducendoci in una realtà altra. Parole, forme e visioni danno suono a quell’istante, sibilo pervaso dal tumulto viscerale, madido di pulsione astratta e carica emotiva.

“Grattacaso è abilissimo nel dare voce e parole alle esperienze, Shakespeare direbbe parole al dolore – ha aggiunto Pelliti – sono proprio la complessità della vita, che poi sono tante, ad accompagnarci in ogni battito”.

“Tentiamo sempre di dare senso e ordine alle cose, cercando di trovare una spiegazione di causa-effetto, il più razionale possibile – ha concluso Grattacaso – ma il mondo è disorientato, la logica ci sfugge”.

“Se il giallo si confonde e non conclude / la sua testimonianza, allora invecchia / il corpo spento, avverte che l’attesa / è una fermata in bilico sul nulla. / Quando poi la marcia è consentita / e il verde si profonde in cerimonie / e partiamo all’assalto, consumato / è il terreno, vediamo il precipizio / ad ogni passo, / speriamo in una sosta / più duratura al prossimo passaggio, / che il giallo ci conservi nell’indugio, / l’incertezza ci liberi dal viaggio.”

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