Lunedì, 01 Aprile 2019 19:16

Pistoia, teatro di una crisi. Intervista a Giulia Martini

La poetessa Giulia Martini, vincitrice del Premio Ceppo Poesia under-35 (foto di Guendalina Ferri) La poetessa Giulia Martini, vincitrice del Premio Ceppo Poesia under-35 (foto di Guendalina Ferri)

di Guendalina Ferri

Firenze - Andare avanti, via, altrove. Fermarsi. Tornare indietro.

Giulia Martini ha 25 anni. È nata a Pistoia e per molti anni ha vissuto a Quarrata. Poi si è diplomata al liceo Forteguerri, ha deciso che le sarebbe piaciuto studiare lettere all’università, e da Quarrata è scappata. Proprio così: scappata. Una fuga che rivendica, e che l’ha portata a vivere a Firenze.

Si veste sempre di nero, Giulia, e parla lentamente. La voce rallenta – in un modo che fa trattenere il respiro per seguirne il ritmo – soprattutto quando legge una poesia o cita le parole di un’altra persona. Perché Giulia sa quanto siano complicate, difficili, le parole; quanto sia vitale usarne una piuttosto che un’altra.

D’altronde scrive poesie. L’ha fatto quasi sempre, dagli 8 anni in poi. E in questa nuova casa, Firenze, che ha subito sentito più giusta rispetto alla provincia pistoiese, ha lentamente, faticosamente composto la raccolta “Coppie minime”.

È buffo, ma il primo premio che Giulia abbia mai vinto è un premio pistoiese: il prestigioso Premio Ceppo, nella cui categoria Under35 Giulia si è classificata prima. E per ritirarlo, ovviamente, è dovuta tornare indietro.

La prima cosa che mi ha colpita del tuo libro è stata il titolo: “Coppie minime”. A me fa venire in mente le lezioni di linguistica generale.

La mia prima lezione all'università è stata proprio di linguistica. Il primo giorno sono arrivata lì, e la lezione di linguistica era sulle coppie minime. Il concetto mi ha colpita così tanto che sul momento ho pensato che mi sarei laureata in linguistica e sulle coppie minime ci avrei scritto la tesi. In realtà quattro anni dopo ci ho scritto un libro di poesie.

E parla di linguaggio?

È un libro metalinguistico, questo. Già dal nome delle sezioni: “Deserto per modo di dire”, “Coppie minime”, “Voci correlate”, “Ma se la rivedessi che direi?”. Il problema del dire che incornicia tutto il libro. Già leggendo il nome delle sezioni si dovrebbe capire che c’è un problema di dicibilità, una riflessione sulla lingua e sulla linguistica.

In effetti alcune volte usi parole difficili da interpretare.

Beh, la difficoltà ci salva. Le cose devono essere difficili, perché se vuoi veramente raggiungerle devi fare uno sforzo. Sono una grande amante della difficoltà, della complessità. Smettiamola di dire che è bello tutto quello che è facile, che dovremmo essere tutti nella buca tonda di un’armonia comune. In realtà il mio professore del liceo, Stefano Bindi, diceva: “Studiare è un modo per dominare la complessità”. Quando vado dal meccanico non posso dirgli che mi si è rotto il coso del coso nel coso che accende il coso. Dovrò usare ad esempio la parola “spinterogeno”, che è appunto una parola difficile, ci si mette un po’ per capire, si dovrà cercare sul dizionario o almeno su Google. Se la vita è difficile, se la vita si specializza, perché la poesia e l’arte devono essere facili? Perché non dovrebbero essere degne di avere un linguaggio più difficile?

La difficoltà si concentra soprattutto nella prima sezione di “Coppie minime”.

Nella lettera che Dante scrive a Cangrande della Scala, Dante dice che la Commedia si chiama così perché comincia con l’Inferno che era fetido, difficile, denso, e che poi verso il Paradiso è andato sciogliendosi, depurandosi da quel contesto. Qui ho fatto la stessa operazione: si comincia col deserto, che è un deserto difficile da attraversare. È qui soprattutto che si trovano parole difficili, nozioni più tecniche. Il percorso è lo stesso: se riesci a superare questo deserto, poi il libro si scioglie sempre di più andando avanti nelle sezioni.

Per comprendere quel che dici, al di là del linguaggio, probabilmente bisogna anche conoscere i riferimenti che fai. Ci sono tanti rimandi ai poeti che leggi, dai provenzali a Poliziano fino a Patrizia Cavalli.

Questo è inevitabile, ma le citazioni vengono ricontestualizzate in una realtà che è profondamente vitale, urgente. Quello che mi interessa di Sbarbaro non è quello che dice Sbarbaro, è quello che Sbarbaro dice a me di me, come mi parla e mi risolve i problemi. Quindi tutte queste citazioni alla fine compiono questo gesto (tende il braccio avanti e lo avvicina al petto, come a portare qualcosa verso di sé, nda), mentre la poesia è quest’altro gesto (porta la mano alla spalla e poi stende il braccio in alto, allungandolo piano davanti a sé, come un lancio in avanti, nda). Non ho niente da lanciare, però, se prima non prendo niente.

E il tuo percorso con la poesia in generale?

Ho scritto la mia prima poesia a otto anni. Però era brutta. Arrivò seconda in un premio organizzato nella mia scuola elementare – non diventai famosa, ecco.

E di cosa parlava?

Parlava del problema della luna. Avevo una gran paura del buio e una mentalità molto semplice: pensavo che quando c’era il sole io potessi giocare, e che quando arrivava la luna io dovessi per forza andare in casa, a dormire. Una volta uscii nel terrazzo di casa mia: era maggio e vidi in cielo un dischetto di luna trasparente. Però il sole non era ancora tramontato, perché il sole e la luna spesso sono in cielo nello stesso momento, ma nella mia mente era qualcosa di inconcepibile. Era come se avessi scoperto un’ora nuova nel giorno. Mi sembrava quasi un presagio di morte: ma come, c’è ancora il sole eppure c’è già la luna? Significa che io sono qui, ma dovrò andare a letto, a dormire.

A otto anni...

Ma questo è ancora uno dei temi centrali della mia poesia: il rapporto tra il già e l’ancora. Il problema di qualcosa che c’è ancora, eppure è già destinato a mutarsi, a lasciarci. E parlando di cose della vita che diventano metafore della vita all’interno della poesia, le coppie minime sono una di queste: in queste coppie di parole uguali in tutto, ma che differiscono soltanto per una lettera – beh, mi sembra una metafora del discorso amoroso. Del perché le persone si scelgono: per una sostanziale somiglianza, nella quale rimane sempre uno scarto tra l’io e il tu. È quello scarto che determina il senso delle cose, una minima differenza in un contesto in cui si cerca l’uniformità. Dopo quella prima poesia ho sempre continuato a scrivere, ho scritto tantissime poesie. Sulla morte, sulla malattia di mia nonna. Una professoressa all’università, Enza Biagini, diceva che la poesia parla solo di due cose: di amore e di morte. E a volte di natura. Scrivevo di questo, cose orribili – perché non si dovrebbe mai scrivere per le mamme e per le nonne.

In che senso?

Nel senso che quello che giustifica la poesia non dovrebbe mai essere un inno, un’urgenza dell’elogio, un bisogno dell’elogio. Semmai il contrario: la mancanza, il desiderio. “Coppie minime” comincia con una lista di deserti in due quartine. È un modo per creare il vuoto, e per dire che se non ci fosse questo vuoto non ci sarebbe neanche tutto il resto. Nella poesia, ad esempio, il problema non è la fine della relazione d’amore in sé, il problema è: cosa devo dire, in che modo? Si tratta di portare avanti un problema che in questo caso è linguistico, come è linguistica la soluzione.

Quindi il fulcro è il saper dire, il saper mettere in parola.

Esatto, è questo. E capisci bene che è molto diverso dal dire “Sto molto male perché non ci sei”. Quindi ho sempre scritto scritto scritto, tenevo per me queste cose bruttissime. Per un periodo ho smesso di scrivere, nei primi anni delle superiori. Ho poi ripreso, scrivendo poesie che sono confluite in un primo libro, “Manuale d’Istruzioni”, che però fa schifo.

Perché dici che fa schifo?

L’hai letto?

No.

Ecco, non lo leggere. Era nato da una separazione, dalla fine di una relazione. Le poesie si rivolgevano a un tu, verso il quale si provava adorazione, al quale si chiedevano appunto le istruzioni per l’uso per questa distanza.

E “Coppie minime”?

Ci ho messo quattro anni per scriverlo.

Ma per curiosità, le poesie sono state scritte nell’ordine in cui compaiono qui?

No, no. Anzi, questa è una cosa fondamentale. Di questi quattro anni una minima parte è stata dedicata alla composizione. Mettere in ordine le poesie è stato nove decimi del lavoro. È un libro secondo me da leggere in fila, perché solo così può dire certe cose che non direbbe leggendone poesie a caso. L’ordine non è cronologico: la poesia annulla la cronologia, spezza, vince la morte. C’è chi scrive poesie come un diario, ma non sono quel tipo di scrittore lì. Per me è come costruire un edificio. Si crea il vuoto, si gettano le basi, si crea il corpo – con le 77 poesie della sezione eponima – e poi con le ultime due sezioni si slancia. Ma ogni poesia deve essere necessariamente lì dov’è, tra quelle due, in quel punto.

Ma quindi se una di queste poesie finisse in un’antologia?

Rimane il movimento interno della poesia, perché ogni poesia per funzionare deve avere un movimento interno, ma si perde il movimento dell’impianto. È come guardare una puntata di una serie: magari una puntata risolta, in cui un personaggio ha perso qualcosa e l’ha ritrovato, magari una bella puntata. Per dire, questa poesia: “Già ròse ti si disperdono / nelle giornate afose delle tue anche”. E quella dopo: “Le Ferrovie dello Stato dividono / l’ortofrutta dei nostri fragmenta”. E io vedo l’immagine di queste gambe e poi quella dei binari, che la proseguono.

E per quanto riguarda il Premio Ceppo, che esperienza è stata?

Non me lo aspettavo perché non avevo mai vinto un premio. E poi vincere un premio in una città da cui sono scappata, con la quale non ho rapporti pacificati, necessariamente mi mette nella condizione di farci pace.

Perché questo rapporto problematico con Pistoia?

Il problema non è mai la città, è come io ho vissuto nella città. A Pistoia sapevo che non mi sarei individuata, che non avrei potuto fare quel percorso che ho poi fatto a Firenze.

Come mai, secondo te? È un fatto di stimoli, di relazione con la città?

È un fatto di crescita. Sapevo che non sarei cresciuta in quel contesto. Ho bisogno di città grandi. Quando sono arrivata a Firenze ho visto le strade a quattro corsie, i palazzi alti, e ho cominciato a respirare di nuovo. E Firenze è comunque una città piccola, ma per me che vengo da Quarrata sembra New York.

Il Premio Ceppo allora è stato un modo per tornare a casa.

È un premio molto prestigioso. È stato vinto da grandissimi poeti italiani, e sono grata di averlo ricevuto. Magari sì, è un modo per cercare di nuovo un legame con la città...

Un legame che in qualche modo comunque ha resistito, perché alla fine della triennale hai scritto la tesi su Piero Bigongiari (poeta pistoiese, nda).

Da un punto di vista poetico, tutte queste cose che ti mandano in crisi sono fondamentali. Se avessi avuto una relazione d’amore felice non ci avrei scritto un libro. La stessa cosa con la città. Il fatto che abbia dovuto fare i conti con una dimora vitale che per me era una dimora di morte, e mi sia dovuta spostare, da un punto di vista poetico è linfa. Innanzitutto ti inserisce in un contesto di movimento: capire perché sei andato via, perché puoi rimanere nel posto in cui sei arrivato, e in che modo puoi farlo. E poi è combustibile. Se tutto fosse pacificato, felicemente risolto, non ci sarebbe l’arte. L’arte è legata al nostro essere umani perché siamo imperfetti, abbiamo desideri, che etimologicamente corrispondono alle nostre mancanze. Non ci basta una vita, ne vogliamo vivere tante. È per questo che leggiamo libri. Essere venuta via da Quarrata per andare a Firenze è già questo movimento, è un movimento di vita. Ci sono tutti gli aspetti del rito in questo allontanarsi.

Quindi quello con Pistoia è un legame che rimane solo perché è stato teatro di una crisi.

Brava, bellissimo. Esatto: è un legame che rimane perché è stato teatro di una crisi.

Hai scritto una prefazione a un'antologia poetica di giovani autori degli anni Ottanta e Novanta. Cosa ci rivela della nostra generazione il loro modo di fare poesia?

Mi sono resa conto che tutti questi poeti facevano riferimento nelle loro poesie a mezzi di trasporto. Il filo ideologico che li tiene insieme è quello della propensione verso qualcosa, della resistenza. La nostra generazione si distingue dalle precedenti perché è stata la prima che non ha dovuto necessariamente andare incontro alle cose. Aprendo il computer posso comprare un libro, ordinare un salotto, vedere una casa, pianificare un viaggio, perfino trovare un partner. Non devo fare nulla, mi arriva tutto. Tutto questo ribadire sui mezzi di trasporto è dovuto al fatto che c’è un desiderio di movimento. Fino alla generazione precedente bisognava andare a prendersele, le cose. Questa è la prima generazione in cui le cose arrivano. Il movimento è resistenza rispetto a una forma imposta, che è quella della staticità pacificata. Quella per cui se hai un leggerissimo mal di testa vai in farmacia e ti prendi un’aspirina.

Mi sembra una cosa tipica di questa società, il voler rimuovere le crisi, allontanarle.

Io sono a favore delle crisi. Quando mi sono laureata e non sapevo cosa fare nella vita ho parlato con una persona che stimo molto, gli ho detto che ero in crisi. Lui mi ha risposto: “Io, perché ti voglio bene, ti auguro di avere tantissime crisi”. Jacopone da Todi scriveva “sorella malattia”, San Francesco “sorella morte”. Non si può non voler bene anche alla distruzione. Nella dialettica c’è tutto, tutto il meccanismo del gesto poetico.

Quindi il movimento è importante anche nella tua poesia: non solo per andare altrove, ma anche per tornare indietro.

L’importante è che ci sia un movimento. Anche tornando indietro si può scegliere una strada diversa, non per forza la stessa che hai preso quando sei scappato. Puoi tornare indietro in tanti modi. Da una parte cercherò sempre il modo di tornare indietro, in provincia di Pistoia. Dall’altro so che la cosa che mi salva dall’eterno ritorno, dalla morte, è il fatto che un giorno sono andata via da lì.

Continui a scrivere?

Certo. Qualche settimana fa sono uscite delle mie poesie su “Paragone”, la rivista fondata da Roberto Longhi. Però ora mi sto concentrando più sull’antologia, cioè sul leggere gli altri, partendo dalla consapevolezza che per scrivere un libro nuovo devo leggere qualcosa di nuovo che non ho ancora letto. Il prossimo libro comunque non sarà certo tra un anno. Sono a favore delle cose lente. Già dal primo giorno della triennale sapevo che avrei voluto scrivere “Coppie minime”. L’intenzione c’era, ma mi mancava l’intelligenza della vita. L’illuminazione improvvisa deve esserci sempre: quando il professore di linguistica generale ha spiegato le coppie minime, mi si è accesa la lampadina. E quella è l’illuminazione improvvisa. Ma tutto quello che viene dopo è progetto. Vieni fulminato da un fatto della realtà che t’innesca un cortocircuito, però poi devi esserne all’altezza. Il primo verso è un regalo che ti viene fatto, il concetto delle coppie minime è un regalo che la vita mi ha fatto facendomi essere a quella lezione in quel momento. Però poi tocca progettare. E una casa non la progetti in un giorno, ma in un giorno magari puoi capire in che posto la vuoi costruire.

Però è bello che da una cosa così quotidiana come una lezione della triennale sia nato questo percorso, lungo, lento.

Sì. Che poi, insomma, alla fine è la mia vita.

Ma non è un diario, no?

No, però se non avessi sofferto per amore non avrei mai scritto questo libro. È anche una storia d’amore. Io baro, dico un sacco di bugie per depistare i critici e i giornalisti: dico tante cose tecniche, credibili e verosimili. L’ho fatto anche con te. Però dietro c’è veramente una storia d’amore. Io dico sempre che non lo è.

E di solito cosa dici che sia?

Semmai una storia di disamore, e comunque una ricerca linguistica. Programmaticamente ci credo, che la poesia sia qualcosa che si stacca da te per raggiungere qualcun altro, e per staccarsi da te deve per forza trascendere dai tuoi dati biografici.

Però forse per una ricerca linguistica uno non si mette all’anima quattro anni di costruzione.

Certo, c’è una necessità comunicativa di base. Qual è stata la tua preferita?

Questa qui, l’unica della sezione “Voci correlate”. Mi piacciono le poesie un po’ più ampie, corpose.

Questa è speculare a “Deserto”. Perché anche le sezioni, tra loro, sono messe a due a due. “Deserto” ha 10 componimenti, “Coppie minime” 77, “Voci correlate” ne ha solo uno, l’ultima 7. Quindi 10, 77, 1, 7. La coppia minima, qui, è lo zero.

Ah, è vero.

Rimane fuori lo zero. Questo ti fa capire che la sezione “Voci correlate” è direttamente legata alla prima sezione, così come le altre due tra loro.

E il numero è casuale?

No. Ok, ti dico una cosa. Però scrivila perché non l’ho mai detta prima: le poesie sono 95. Sono 95 a coppie di due, perché i testi si rimandano tra loro a distanza. Però, se sono a coppie di due, il numero totale dovrebbe essere pari. Quindi una rimane fuori. Fai 47+1+47. La quarantottesima poesia è importante, trovala un po’.

“Vado verso / quella vocale lì / col cinquantuno delle venti e trenta”.

È la poesia centrale del libro, il perno attorno cui ruota tutto. Il libro arriva a quel punto e poi torna indietro.

Il 51 è l’autobus che fa Quarrata-Firenze (l’ho preso circa quattromila volte negli ultimi tre anni, nda).

Esatto. Il 51 è l’autobus che ti riporta a casa. Si va avanti all’inizio, si arriva qui, e poi il 51 ti riporta a casa. Qui ci si ferma e si torna indietro. Ma si torna indietro in modo diverso: non si passa ancora dal deserto, ma è tutto più semplice, sciolto.

E “quella vocale lì”? Qual è?

Eh, non ti posso mica dire tutto.

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