Venerdì, 03 Maggio 2019 15:43

Il “niente” e il Giappone. Arte e poesia di Luca Buonaguidi a Les Bouquinistes

Elena Zucconi e Luca Buonaguidi a Les Bouquinistes durante la presentazione del libro (foto di Marta Meli) Elena Zucconi e Luca Buonaguidi a Les Bouquinistes durante la presentazione del libro (foto di Marta Meli)

di Marta Meli

Pistoia – “Com’è interessante! / Anche questa primavera / vedo il cielo del viaggio”.

È con questo haiku di Bashō che ha inizio “Uno studio sul niente: viaggio in Giappone” (Italic Pequod, 2019), di Luca Buonaguidi. Il libro di viaggio - presentato ieri pomeriggio a Les Bouquinistes - è una raccolta di poesie, fotografie, frammenti e citazioni di figure giapponesi e non (Igort, Bashō, Mishima, Kawabata, Tanizaki, Kurosawa, Carifi, Kitarō, Ishikawa etc), che hanno ispirato fortemente l’autore.

“Viaggiare è essere / vivo e morto / insieme” – recita la poesia dello scrittore. È un po’ come se i versi dicessero del vivere di un tempo e uno spazio, essendo un altro da me, facendomi straniero, perdendo ciò che ero e tornerò ad essere in madrepatria..

Durante l’incontro l’autore ha parlato del suo viaggio in solitaria. Tra aneddoti, riferimenti storici e culturali il pubblico presente è rimasto come rapito, lenito, in una tenue atmosfera sospesa ed esotica. Infine, la suggestione dell’evento è stata supportata da immagini fotografiche affiancate a melodie, espressioni, suoni, impressioni e poesia.

“Il Giappone è il paese ideale per viaggiare da soli – ha detto Luca Buonaguidi – è sicuro, accogliente, affascinante, ma anche incomprensibile, è pura contraddizione, contaminazione, apertura e protezione, incanto, conservazione, salvaguardia; pregno di traumi, lontano, distante; e poi laggiù si è soli, soli con se stessi”.

Perché studiare il “niente”? Cos’è il niente?

“La nostra cultura proviene dal metodo e dal razionalismo di Cartesio, per cui il niente è negazione – ha spiegato l’autore - la cultura giapponese, al contrario, si fonda esattamente su tale concetto, il niente è presente, anche se resta celato e invisibile all’occhio umano, ne possiamo avvertire la presenza, ne possiamo avere la percezione”.

Buonaguidi si è servito di alcuni esempi per chiarirne meglio il concetto e la semantica. Il primo fa riferimento al giardino zen delle 15 pietre di Ryōan-ji, Kyoto. La particolarità di quest’ultimo sta nel fatto che, da qualsiasi prospettiva si decida di osservarlo, le pietre visibili sono quattordici, la quindicesima resta nascosta, invisibile agli occhi. Ecco che qui giace il “nulla”, si palesa il “niente”. Il “niente” che è presenza e, in qualche modo, si rende evidente. Mai, però, tramite forme, colori, tangibilità, odori, suoni. Eppure, ha un suo modo di “esserci”. Proprio per il fatto di essere “assenza”, esso “è”. Si avverte, nella copresenza, a un livello “meta”, più “alto”, “superiore” e al contempo “profondo”.

Per i giapponesi, però, il verbo “essere” non esiste, prende il suo posto la nozione di “nulla”. Qui, nello sforzo comprensivo, interviene il termine intraducibile “wabi-sabi”, che sta a indicare la bellezza nell’imperfezione, nell’incomprensione delle cose, denotata da una relazione ininterrotta dell’inconcepibile. L’artificio e la presenza umani sembrano, però, non avere il potere permanente di “deturpare” il senso valoriale degli elementi e la sacralità immacolata delle bellezze giapponesi. La modernità e il mondo odierno, di fatto, implicano la presenza di turisti, nativi digitali, “maniaci” dell’autoscatto (o meglio, del selfie) che, seppur per un momento, prendono parte alla cornice spaziale e temporale, includente quegli stessi elementi. Potremmo chiederci cosa accade al significato di quegli artefatti? Si modificano? Chi ha vissuto l’esperienza del viaggio in Giappone risponderebbe dicendo che quella magia, quell’incanto e quel “niente” restano inviolati, nella resistenza, inaccessibili. O perlomeno, potremmo parlare di quella capacità di ripristino di quel “niente”. Per un attimo spazzato via dalla copresenza con il soggetto, diventa pieno, ma poi si libera, si assolutizza nel suo “non”, nel suo “nulla”, che pure è “qualcosa”, è bellezza, prodigio.

“Il Giappone è un paese meraviglioso, proprio per le sue contraddizioni – ha aggiunto l’autore – è accogliente, ospitale, ma anche impenetrabile, tanto da farti sentire un eterno straniero, inoltre è pieno di contaminazioni delle altre culture e dell’Occidente”.

Tutto ebbe inizio dal fatidico 1852, quando un piccolo convoglio navale, guidato dal Commodoro Matthew Perry, attraversò il Pacifico per raggiungere la baia dell’antica Tokyo. Il tutto alimentato dalla presenza di una squadra di gradi militari che esercitò pressione sul Giappone affinchè questo, in virtù degli interessi economici e commerciali, stabilisse contatti con l’esterno. I giapponesi vennero a conoscenza di una cultura e “mentalità altra” quando Perry impose, prontamente, clausole e trattati commerciali. Quale fu, nel lungo periodo, la reazione del Giappone al dominio occidentale lo sappiamo bene.

“Oggi, il Giappone, è un paese occidentale – conclude Buonaguidi parafrasando Manganelli – ma nel modo più orientale possibile”.

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