Domenica, 19 Maggio 2019 11:27

Paura, disumanità e potere. Le “cronache dalla frontiera” di Francisco Cantù

Lo scrittore e giornalista statunitense Francisco Cantù (foto di Andrea Capecchi) Lo scrittore e giornalista statunitense Francisco Cantù (foto di Andrea Capecchi)

di Andrea Capecchi

Pistoia – La paura di essere “invasi” da un'orda di nuovi “barbari”, la disumanità che diventa stile di vita, il potere che si alimenta con l'odio e la “guerra tra poveri”.

Sono numerosi e tutti meritevoli di approfondimento gli spunti scaturiti dall'incontro con Francisco Cantù, scrittore e giornalista statunitense, ex membro della polizia di frontiera lungo il confine tra Usa e Messico, giunto a Pistoia al Circolo delle Fornaci per presentare il suo libro “Solo un fiume a separarci”, da poco pubblicato nell'edizione italiana a cura di Minimum Fax.

Un libro denso e sconvolgente, che illustra il difficile lavoro quotidiano delle guardie di confine e mostra il volto reale della frontiera americana, descrivendolo senza ipocrisie, e restituendo un'immagine ben lontana dal sentimento comune e dalla retorica politica.

Ma chi è Francisco Cantù? Di origini ispaniche, è nato e cresciuto in una cittadina dell'Arizona grande più o meno come Pistoia, a quattro ore di auto dal confine messicano: ciò ha fatto sì che nella sua immaginazione la frontiera fosse da un lato un concetto presente e concreto, dall'altro un qualcosa di abbastanza lontano, tale da non incidere e non avere ripercussioni nella vita tranquilla della sua comunità. Dopo gli studi superiori Cantù lascia l'Arizona e si iscrive all'Università di Washington, dove studia relazioni internazionali: è qui che ha studiato e approfondito il concetto di confine e si è reso conto di quanto fosse distorta l'immagine di esso nella percezione dei cittadini e nella propaganda e nel linguaggio della politica. Cantù ha così maturato la decisione di capire meglio e di verificare sul campo questa contraddizione tra percezione e realtà e, dopo essersi laureato, si è arruolato nella polizia di confine ed è stato assegnato ad un settore di competenza lungo la frontiera tra Stati Uniti e Messico.

“Quando sono entrato in servizio avevo solamente ventitrè anni – racconta Cantù – e come la maggior parte dei giovani mi sentivo una sorta di supereroe, credevo che nulla mi potesse turbare né preoccupare, e allo stesso tempo pensavo di poter cambiare le istituzioni dall'interno con la passione e la buona volontà. Tutto quello che è scritto nel libro riguarda ciò che è accaduto dopo, con l'impatto con la dura realtà del confine e l'incontro con una politica violenta e repressiva che veniva non solo giustificata ma soprattutto sdoganata e fatta passare come normale e necessaria”.

L'arrivo sul confine segna un momento di svolta nella vita di Cantù. “Sapevo di andare incontro a un lavoro di polizia, fatto di controllo dei documenti, interrogatori, respingimenti, incontri con gente disperata. La polizia di frontiera, nelle periodiche campagne che lancia per l'arruolamento, rivolge il suo appello sia a chi vede di buon grado l'azione repressiva della polizia in nome della sicurezza nazionale, sia a chi vuole salvare le persone prestando servizio in questo corpo. Io ero convinto di entrare nella polizia di frontiera per fare del bene, per soccorrere persone in difficoltà, per dare aiuto a chi si fosse perso in quelle regioni desertiche: in alcuni casi ciò si è avverato, e insieme ai miei colleghi sono riuscito a portare in salvo persone malate e disperse”.

Ma la cosa che fin dall'inizio lo ha sorpreso e sconvolto, come lui stesso racconta, è il tipo di addestramento che viene sistematicamente imposto alle reclute della polizia di frontiera.

“Ci dovevamo abituare a credere fermamente che ogni immigrato fosse un criminale pericoloso e violento. Ci addestravano ad annullare la nostra emotività e a non provare alcun sentimento di umanità nei confronti di queste persone, che erano ridotte a semplici numeri. Anch'io mi sono sentito anestetizzato e ho dovuto mio malgrado accettare questa forma di disumanizzazione per poter sopravvivere in questo ambiente. Ma a salvarmi, in un certo senso, sono stati proprio gli incontri con gli immigrati durante le operazioni di controllo lungo il confine: allora cercavo di stabilire un contatto, una relazione con ciascun individuo, e conoscevo qualcosa della sua identità, capivo le ragioni del suo viaggio, le sue speranze e i suoi sogni, cosa aveva lasciato e cosa sperava di raggiungere, e soprattutto cosa stava rischiando in quel momento. Perchè gli individui non possono essere mai ridotti a una massa generica e indistinta”.

Ci sono stati dei momenti in cui Cantù ha vacillato, è stato sul punto di mollare tutto e di tornare in città, ma il “richiamo della frontiera” è stato più forte delle difficoltà, degli incubi, della retorica del “nemico alle porte”.

Durante il suo servizio nella polizia di frontiera, Cantù si è fatto un'idea più precisa di cosa sia in realtà e di che cosa significhi il confine. “Nell'immaginario collettivo dell'americano medio – spiega l'autore – il confine è visto come una zona remota, quasi estranea alla civiltà, lontana dalle grandi città e dalle principali vie di comunicazione. Una distanza geografica che incentiva e che fa passare come una cosa scontata la militarizzazione del confine, dove diventa facile erigere un muro, appostare delle guardie e costruire barriere di filo spinato. A ciò si aggiungono una certa retorica politica, oggi molto diffusa negli Stati Uniti, e la narrazione dei media, che descrivono il fenomeno migratorio con toni allarmanti e apocalittici, come se si trattasse di un'alluvione, un'invasione, un'onda anomala, una minaccia incontenibile”.

Ma chi sono questi “invasori” che mettono a repentaglio la sicurezza dei cittadini americani? “Per molti anni sono stati messicani, incentivati a migrare negli Usa dagli stessi imprenditori statunitensi, in particolare nel settore agricolo, dove c'era bisogno di lavoratori stagionali e a basso costo. Oggi quelli che cercano di attraversare il confine sono immigrati provenienti dai Paesi dell'America Centrale, ma non si tratta di migranti economici, quanto di richiedenti asilo che fuggono da povertà, violenza e da un'instabilità politica cronica, che in questi Paesi è stata esacerbata dagli interventi militari degli Usa durante la guerra fredda”.

Una situazione complessa dunque, esito di processi e dinamiche che nascono da lontano e che non è possibile ridurre a una banale e ingiustificata “lotta contro gli invasori”, come vorrebbe la retorica ufficiale.

Certamente, secondo Cantù, “l'avvento di Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha dato un nuovo impulso a una tendenza già in atto da molti anni e ha alzato il livello dello scontro, della paura e dell'odio verso gli immigrati, visti come una minaccia per la sicurezza nazionale e – cosa che procura ampi consensi al presidente – come un pericolo per le fasce più deboli della società americana. Trump non fa altro che ripetere e legittimare ciò che una larga parte della popolazione va pensando da anni, alimentando così quel sentimento di ostilità e quella guerra fra poveri che giova sempre a chi detiene il potere. Qualcosa si è rotto nella società americana: e la colpa, se così si può dire, non è solo di chi sparge divisioni e odio, ma anche di chi ha sottovalutato il problema e non si è reso conto di un profondo disagio sociale che covava tra i ceti inferiori e le classi rurali, divenuti la solida base del successo elettorale di Trump”.

Qui Cantù tocca temi significativi, come le ragioni profonde del malessere sociale tra i lavoratori americani colpiti dalla crisi economica e la totale mancanza di autocritica da parte dell'estabilishment e delle classi dirigenti, che si sono rese conto del “disastro” solo quando hanno visto Trump entrare trionfante alla Casa Bianca.

Le soluzioni? “Il primo passo dovrebbe essere quello di scindere il nesso tra immigrazione e criminalità – conclude Cantù – perchè è possibile conciliare il fenomeno migratorio con la necessità della sicurezza nazionale, mentre ritengo assolutamente sbagliato criminalizzare le persone che vogliono attraversare il confine. Il secondo passo potrebbe essere quello di iniziare a guardare alle azioni per la sicurezza dei confini non con occhio militare, ma con occhio umanitario. Ma per fare questo ci vorrebbe una classe politica più giovane, più coraggiosa e con una visione a lungo termine”.

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