Domenica, 26 Maggio 2019 23:07

La fotografia come scambio e dialogo: Paolo Pellegrin ospite ai Dialoghi

Paolo Pellegrin e Roberto Koch sul palco del Teatro Bolognini Paolo Pellegrin e Roberto Koch sul palco del Teatro Bolognini

di Guendalina Ferri

Pistoia – “Ho fatto il fotografo perché non mi piaceva parlare. Credo sia giusto fare questa premessa, prima di cominciare con l’intervista”.

Esordisce così Paolo Pellegrin – “Un pezzo di storia della fotografia vivente” lo presenta Roberto Koch, che dialoga con lui sul palco dei Dialoghi sull’Uomo – all’inizio dell’incontro “Sguardi di confine. La fotografia come dialogo”, in un Bolognini gremito.

È di Pellegrin la mostra che sarà nelle Sale Affrescate di Palazzo Comunale fino alla fine di giugno. E sul palco dei Dialoghi racconta la sua idea di fotografia, intesa come scambio. “Vedo la fotografia come un linguaggio aperto, dinamico – spiega – in un’immagine c’è il rapporto che ho col soggetto, con la realtà che vado a immortalare. Ma quando scatto ho anche in mente il lettore, colui che osserverà: in questo senso la fotografia è ‘aperta’ e si chiude solo quando viene vista”.

Un dialogo a due tempi, insomma: tra il soggetto e l’immagine, prima, e tra l’immagine e l’osservatore, dopo.

Pellegrin, fotografo dell’agenzia Magnum Photos da quasi vent’anni, ha viaggiato a lungo. Negli ultimi anni si è concentrato sul Medio Oriente, entrando in contatto con situazioni spesso difficili. Quello con la sofferenza è un dialogo particolarmente duro da affrontare, nel quale entra in ballo anche l’etica del fotografo.

“Quando devo rappresentare il dolore dell’altro, mi dico che le fotografie sono strumenti per farsi domande – sottolinea Pellegrin – le foto diventano memoria, diventano cultura. Sono documenti, e in quanto tali possono essere ‘impugnati’ quando ce n’è bisogno. È il caso, ad esempio, delle fotografie scattate all’interno dei campi di concentramento. Sono documenti potenti che testimoniano una realtà, anche di fronte a chi potrebbe volerla negare”.

Certo, a volte le immagini sono forti, troppo forti. “Spesso sto ad ascoltare quello che sento: ci sono volte in cui sento comunque l’esigenza di documentare. Altre, invece, scelgo di non scattare. In testa ho come una galleria mentale di foto mai scattate: per pudore, per paura”. Mentre racconta, sul tendone del Bolognini vengono proiettate foto scattate in Libano, in Palestina: volti stravolti, macerie, ombre.

Ma il dialogo a due tempi, insomma, vede al centro dello scambio l’immagine. Non il fotografo: soprattutto un fotografo che, come Pellegrin, non ama parlare. “A forza di stare in un posto, di viverlo, cominci a scomparire. Non modifico niente, non tocco niente. L’unica interferenza che mi concedo è esserci”.

Il fotografo come tramite, quindi: colui che intuisce quale immagine sarà al centro dello scambio, quale scatto saprà farsi documento, raccontare. Metterci anche di fronte alla realtà, attraverso il lucido filtro di una fotografia. “Alla fine, lo scopo principale delle fotografie è questo: saper riconoscere nell’altro noi stessi”.

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