Sabato, 01 Giugno 2019 17:44

Dialoghi sull'Uomo, un successo di pubblico ma anche di idee?

Un'immagine dell'edizione appena trascorsa dei Dialoghi sull'Uomo Un'immagine dell'edizione appena trascorsa dei Dialoghi sull'Uomo

di Andrea Capecchi

Pistoia – I Dialoghi sull'Uomo hanno tagliato il traguardo dei dieci anni con un'altra edizione da tutto esaurito.

I numeri riportati dagli organizzatori testimoniano la crescita costante di questa manifestazione e certificano l'innegabile successo di pubblico che anche quest'anno hanno registrato le conferenze del festival, con eventi andati “sold out” già nei primi giorni di vendita dei biglietti. I pistoiesi e non solo sembrano dunque apprezzare una rassegna che, anno dopo anno, si è ormai affermata come un appuntamento fisso nel calendario degli eventi culturali della città, e che, dati alla mano, nell'edizione da poco conclusasi ha coinvolto decine di migliaia di visitatori.

Se è doveroso riconoscere il grande successo di pubblico, rendendo merito ai promotori e agli organizzatori del festival, si può dire altrettanto delle idee, delle proposte e delle riflessioni che esso ha voluto lanciare? Se i Dialoghi si basano sul principio che “la cultura ci rende esseri umani migliori”, aiutandoci ad approfondire le nostre conoscenze, ad aprire la mente, a metterci in discussione e a superare i nostri pregiudizi, le lezioni tenute dai relatori hanno perseguito in maniera efficace questo obiettivo? Ci sono stati degli autentici spunti di dibattito e di riflessione, capaci di “gettare un seme” e far pensare il pubblico, anche dopo l'uscita dal tendone di piazza Duomo? C'è stato uno spazio di confronto, anche serrato purchè civile e costruttivo, tra idee e posizioni diverse?

L'edizione da poco terminata è stata emblematica in tal senso. Il tema proposto – la convivenza in tutte le sue sfaccettature – e gli argomenti trattati in numerose lezioni, dal dialogo interculturale all'integrazione, dalla tutela ambientale ai beni comuni, dalle migrazioni al razzismo, sono di stringente attualità, spesso al centro del dibattito politico, e pretendono di essere affrontati in maniera approfondita e concreta, senza cedere a facili slogan dal sapore demagogico.

Ascoltando le opinioni e leggendo i commenti e i giudizi di molti cittadini che hanno partecipato alla rassegna, sorgono spontanee tre considerazioni che, sebbene vadano prese per quello che realmente sono – impressioni sparse dalla “piazza” – meritano tuttavia di essere analizzate con attenzione.

La prima riguarda il carattere “politico” che avrebbe assunto quest'ultima edizione dei Dialoghi, in maniera molto più marcata rispetto agli anni precdenti: forse per gli argomenti affrontati, forse per alcuni “nomi” presenti, forse per la concomitanza con le elezioni europee, forse per il clima generale che si respira oggi in Italia. Fatto sta che in tanti hanno espresso fin da subito un giudizio politico sulla manifestazione, dando conferma a questa impressione. C'è stato chi ha storto il naso alla presentazione del programma e dei nomi dei relatori: un'edizione troppo “buonista”, che strizza l'occhio a una precisa parte politica, e che qualcuno ha voluto preventivamente “boicottare”. C'è stato chi ha ironizzato su ciò: come se si fosse trattato di uno “sgarbo” nei confronti dell'attuale giunta pistoiese, per mettere in difficoltà sindaco e assessori. C'è stato chi ha accolto il tutto in maniera entusiasta, come se dai Dialoghi dovesse partire una sorta di “riscossa civile” contro il governo in carica e le politiche promosse dall'attuale primo partito italiano.

Le accuse di “cattocomunismo” o i toni da crociata contro l'Italia “razzista e fascista” hanno rischiato di mettere in secondo piano l'aspetto culturale del festival e non hanno certo giovato a creare un clima di confronto: al contrario, ci si è chiusi a ogni “sollecitazione” esterna e ci si è irrigiditi sulle proprie posizioni.

E qui subentra la seconda considerazione: molti hanno avuto l'impressione – sbagliata? personalmente mi auguro di sì – di assistere a conferenze in cui il pubblico, più che stimolato all'apertura mentale e alla ricezione di novità, è parso talvolta desideroso di ricevere conferme e “rassicurazioni” sulle proprie opinioni e convinzioni da parte di un personaggio autorevole. Un'impostazione del genere sarebbe deleteria non solo per lo spirito del festival – quale crescita culturale può esserci nel ripetere ciò che il pubblico vuole sentirsi dire? – ma soprattutto per gli stessi relatori, persone di alto livello e indubbio valore culturale, il cui ruolo verrebbe in un certo senso svilito.

La funzione degli ospiti del festival – sostengono alcuni – non è forse quella di argomentare le proprie posizioni e allo stesso tempo sforzarsi di comprendere, analizzare e confutare quelle “contrarie”, piuttosto che affermare solo le proprie “verità”, in maniera piatta e acritica, davanti a un pubblico fedele e compiacente?

Terza e ultima riflessione: alcuni hanno lamentato la mancanza di maggiori spazi di dibattito, in considerazione della natura dei temi affrontati, e l'assenza di un evento finale “a più voci” che potesse rappresentare sia una sintesi delle posizioni espresse, sia un punto di partenza da cui avviare una riflessione collettiva. Anche su base annuale: perchè non creare un gruppo di lavoro e di ricerca che dia seguito, ogni anno, alle sollecitazioni scaturite dai Dialoghi, per preparare una relazione da presentare, di volta in volta, nell'edizione successiva?

Se il festival – sostengono – può essere un momento di dibattito e di confronto fra idee diverse, per la crescita culturale dell'intera comunità, puntare solo ai “numeri” e rinunciare a questo obiettivo vuol dire abdicare al ruolo di “laboratorio culturale” che una rassegna come i Dialoghi dovrebbe rivendicare con forza. E, quindi, fallire dal punto di vista culturale. È mancato un po' di coraggio? Non si poteva fare diversamente? Oppure la rassegna, per come è stata concepita, va benissimo così?

Ripeto, si tratta di impressioni sparse a cui ciascuno può dare o non dare importanza, essere in accordo o in disaccordo, e giudicare secondo le proprie considerazioni. Un aspetto, però, non deve essere ignorato: da dieci anni Pistoia possiede una manifestazione che è diventata ormai centrale nella vita culturale della città, promuovendola a livello internazionale e richiamando per tre giorni filosofi, ricercatori, giornalisti, musicisti, attori, visitatori, turisti, volontari, studenti. Una manifestazione che deve essere portata avanti, tutelata e salvaguardata come un'opportunità preziosa per tutta la città. Una manifestazione che si chiama Dialoghi, non Monologhi sull'Uomo.

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