Sabato, 15 Giugno 2019 16:04

Giovani, cultura e lavoro: esperienze a confronto alla Forteguerriana

Un momento della tavola rotonda tenutasi alla Biblioteca Forteguerriana Un momento della tavola rotonda tenutasi alla Biblioteca Forteguerriana

di Andrea Capecchi

Pistoia – Giovani, cultura, lavoro: tre parole che possono andare d'accordo oppure no?

Nei giorni scorsi, all'interno del festival “Pistoia: i luoghi e le cose”, si è svolta alla Biblioteca Forteguerriana un'interessante tavola rotonda, coordinata da Elena Gonnelli, dal titolo “Intercapedini culturali: giovani a confronto tra presente e futuro”.

Si è trattato di un momento di dibattito e di confronto serio e costruttivo a partire dalle esperienze che tre giovani pistoiesi, impegnati nei settori della ricerca, della scuola e del volontariato, hanno posto all'attenzione del pubblico, focalizzandosi in particolare sulle potenzialità e sulle criticità che il lavoro in ambito culturale offre oggi ai giovani in Italia. Pur avendo compiuto un diverso percorso di studio e di formazione, tutti e tre i giovani relatori sono a vario titolo legati al “settore” culturale, dove hanno operato per anni o continuano ancora adesso a muoversi: un universo affascinante ma dalle molte contraddizioni, dove convivono eccellenti professionalità e lavori sottopagati, e che potrebbe, forse, costituire ula principale risorsa e fonte di ricchezza per il nostro Paese, se oggetto di valorizzazione e di adeguati investimenti pubblici e privati.

In un quadro così ampio e complesso, la conversazione tenutasi alla Forteguerriana – davanti a un pubblico in verità non molto numeroso, ma estremamente attento – non aveva la pretesa di compiere una ricognizione completa sul problema del rapporto fra giovani, cultura e lavoro, ma di offrire ai presenti degli spunti di riflessione su esperienze concrete di giovani che operano nel mondo culturale, anche in una realtà come quella pistoiese.

Il punto di partenza può essere costituito dalla tanto discussa relazione tra i giovani e la ricerca: un “connubio dalle grandi potenzialità” in cui emergono due aspetti: lo sbocco occupazionale dei giovani ricercatori, possibile grazie all’acquisizione di specifiche competenze, e il “ritorno” in termini economici e culturali che la ricerca ha sui territori di provenienza. “

È opportuno sottolineare il ruolo sociale e il valore culturale, professionale e umano – ha evidenziato l'archivista Lorenzo Sergi – che la ricerca può avere nell’arricchimento dell’identità di una comunità. La freschezza dell’osservazione nuova può portare a sostanziali contributi di crescita e di sviluppo delle società. Ma come può una ricerca tornare concretamente al territorio? Ciò diviene possibile grazie all’impegno di numerosi istituti che si occupano di investimento sociale, culturale e formativo: dalle università fino ai centri di ricerca privati, passando per l’attività costante delle fondazioni. A mio avviso un ruolo di assoluta importanza è ricoperto dall’editoria: l’editore non è solamente un tecnico, ma un operatore culturale a tutto tondo capace di svolgere una mediazione efficace tra le comunità e i ricercatori. Le pubblicazioni acquisiscono, in quest’ottica, un’importanza comunicativa enorme”.

Ma in tale complessa situazione, “i giovani e motivati ricercatori – ha continuato Sergi – hanno davveto la possibilità di ritagliarsi uno spazio? Tra fuga di cervelli e riduzione degli investimenti, la società riesce a far crescere adeguatamente le proprie comunità? O sta relegando l’importanza dei giovani e dei ricercatori in una stretta e opprimente intercapedine?”.

Domande e dilemmi che non riguardano solo i ricercatori universitari e non, ma anche tutti quei giovani che portano avanti esperienze e acquisiscono nuove competenze collaborando con il vasto universo dell'associazionismo culturale. Un panorama molto presente anche a livello locale, foriero di grandi potenzialità ma caratterizzato anche da alcuni aspetti negativi.

“Molti giovani – ha affermato l'architetto Andrea Bartolini – si avvicinano al mondo del volontariato spinti da una passione personale oppure in virtù degli studi universitari intrapresi, sperando poi di crearsi contatti che possano offrire loro eventuali sbocchi lavorativi. Purtroppo nel nostro Paese è sempre più difficile lavorare in ambito culturale ed essere retribuiti, si è ormai diffusa la mentalità che soprattutto i giovani possono lavorare a costo zero. Dall’altra parte anche la politica, sempre più diffusa, di appaltare a terzi determinati servizi ha reso sempre più precaria l’esistenza di determinate professioni, che vengono sempre meno riconosciute. Il mio augurio è che ci sia presto un'inversione di rotta, che non si confonda più il lavoro con il volontariato affinché la cultura, insieme al turismo, sia davvero la prima industria del nostro Paese”.

L'invito è quello di “rimettere al centro” non solo la cultura, ma anche la scuola e la professione del docente, “lavoro culturale” per eccellenza che investe i campi dell'educazione e della formazione.

“L’alternanza scuola-lavoro, pur con tutti i suoi limiti – ha sottolineato Chiara Martinelli, docente di storia e filosofia negli istituti superiori – resta uno dei pochi strumenti che la scuola ha per permettere allo studente di lavorare senza interrompere la frequenza. Sorge tuttavia spontanea una domanda: questo ragazzo che avrà meno tempo per studiare e per formarsi sarà meno meritevole del coetaneo che non ha questa necessità, e che a scuola arriva riposato e sereno? Spesso ciò che chiamiamo merito è influenzato da fattori che col merito non c’entrano: la provenienza sociale, la condizione economica, il caso. Alle condizioni socio-economiche bisogna aggiungere quelle delle scuole, che, soprattutto qui in Toscana e a Pistoia, sono affette da un precariato endemico. L’abbassamento della qualità didattica e dell’insegnamento è perciò notevole soprattutto negli istituti professionali, ovvero laddove ci sarebbe più bisogno di insegnanti esperti e capaci”.

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