Sabato, 29 Giugno 2019 15:48

Cosi e Repossi, un duo in viaggio alla scoperta dei Balcani

Le due autrici durante la presentazione del libro (foto di Marta Meli) Le due autrici durante la presentazione del libro (foto di Marta Meli)

di Marta Meli

Pistoia – Un duo sempre in viaggio alla scoperta di storie, di memorie, di luoghi, di volti.

Un’esperienza, un’attenta ricerca e una totale immersione che, nel flusso di vita di nuove realtà, producono una preziosa rappresentazione del quotidiano restituita da immagini e parole.

È stato presentato ieri pomeriggio, per la prima volta, “Dove iniziano i Balcani” (Ediciclo, 2019) di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, alla libreria Les Bouqinistes. A coordinare l’evento, la giornalista Gaia Valentina Angeli.

Un carnevale di colori che è anche una massa immota di grigiori e malinconie. Luoghi e ambienti pieni di contrasti e di contraddizioni, vicini, sembrano però non convergere. Così, proprio come avviene quando la Storia e il passato incontrano l’amnesia dell’oggi. Un eco confuso di ricordi, che tenta disperato di nascondersi nell’utopia del nuovo giorno. Riemergere dalle ceneri, una necessità. Questa, talvolta, la mano della modernità celante.

“L’idea è nata mentre eravamo in viaggio verso le Canarie – hanno raccontato le scrittrici – avevamo con noi Un indovino mi disse di Terzani e da quel momento è nata la voglia di esplorare e indagare nuove realtà e luoghi poco conosciuti”.

Zaino in spalla, tanta voglia di conoscere e di fare esperienza. È iniziato così, nel 2017, il viaggio di Francesca e Alessandra. In un mese e mezzo circa hanno visitato ben cinque Paesi. Tra questi Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Slovenia, Montenegro e Serbia.

Dove sono i Balcani? Dove iniziano e dove finiscono?

Paesi pieni di realtà in contraddizione, riemersi dalle terribili e devastanti guerre degli anni Novanta, con permanenti differenze culturali. Un artificio, tra ricordi e testimonianze distorte dalla pungente diffidenza. Una stabilizzazione normalizzata della radicata alterità socio-politica e religiosa dei paesi. Una condizione cristallizzata che si respira e che si percepisce, però, solamente nell’incontro, nel dialogo, nel confronto con la gente, nelle plurime lingue create dai nazionalismi.

Il libro è il frutto di un attento lavoro di studio, ricerca, approfondimento, sperimentazione e osservazione. Con una precisone analitica, le due autrici sono riuscite a scavare nel profondo, fino a raggiungere l’essenza dei minimi dettagli. Un concentrato narrativo di pietanze, usi, costumi, culture, idee, pensieri, spazi, colori, oggetti e lingue diversi. Una cura e una dedizione tessute finemente che ci offrono la possibilità di accedere a nuovi punti di vista: conferme, specificazioni e smentite di ciò che l’immaginario comune ha costruito e continua a costruire ancora oggi.

Perché gli alberghi socialisti sono brutti fuori e belli dentro? Cosa si nasconde dietro alle folle che assediano Medjugorje? Com’è stato possibile compiere un genocidio sotto gli occhi del mondo? Perché nei Balcani si trovano tante spiagge per nudisti? Quali furono le due vite di Tito? E perché Kusturica ha creato dal niente due città?

“Dove iniziano i Balcani” risponde a queste e altre domande su una terra ancora poco conosciuta attraverso il racconto del viaggio verso Est di due donne curiose e desiderose di superare pregiudizi e confini. I Balcani sono una frontiera vicina eppure ancora ricca di esotismo e di misteri, meta agrodolce dove il dramma della storia si mescola alla struggente poesia di un paesaggio antico.

Uno scrigno, questo, che racchiude molteplici spunti e curiosità sui territori; come sui personaggi e le figure della storia. Si racconta di Josip Broz Tito, l’ex presidente della Jugoslavia, anch’egli celebre per le sue contraddizioni. Interessante è poi il capitolo su Joyce, autore caro alle due scrittrici, nel quale si racconta del suo trasferimento a Pola, citta croata. E poi, ancora, si narrano avventure, aneddoti, frammenti, si descrivono l’arte e la bellezza, i siti turistici, gli ambienti suggestivi, i paesaggi desolati.

Da questa esperienza si evince, e risalta, soprattutto questa “verniciatura fittizia” distribuita, immessa e costruita all’esterno, ma anche all’interno della realtà balcanica. Francesca Cosi, nell’esempio conclusivo di Vukovar, racconta come “la religione abbia dato un nuovo senso di appartenenza agli orfani di Tito, mettendoli però gli uni contro gli altri, e come Mostar sia rimasta ancora oggi una città divisa”.

“Così adesso la città è spaccata in due, dalle elementari alle università: i ragazzi frequentano scuole separate in base alle etnie, con programmi differenti che raccontano la storia in modo contrastante e dove imparano lingue artificialmente distinte fra loro, con l’aggiunta di neologismi croati da una parte e il recupero di parole turche e desuete dall’altra – ha concluso, leggendo, Alessandra – eppure la vita e le acque della Nerenta continuano a scorrere sotto lo Stari Most, portando con se impercettibili trasformazioni, e mentre il suggestivo canto del muezzin si diffonde nell’aria, cresce in noi la speranza che il ponte di Monstar possa un giorno diventare simile all’angelo dell’ala di Allah, dispiegata per unire gli abitanti delle due rive, al di sotto dell’abisso scavato dal demonio”.

 

 

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