Martedì, 23 Luglio 2019 09:41

Ritorno all'horror nell'ultimo film di Pupi Avati

Pupi Avati alla presentazione del film Pupi Avati alla presentazione del film

di Giacomo Martini

Roma – Presentato l'ultimo film di Pupi Avati “Il Signor Diavolo“, prodotto dal fratello Antonio Avati, una produzione Duea Film con Rai Cinema con la collaborazione di Ruggente Film.

Autunno 1952. Nel Nordest è in corso l’istruttoria di un processo sull’omicidio di un adolescente, considerato dalla fantasia popolare indemoniato. Furio Momenté, ispettore del Ministero, parte per Vanezia leggendo nel corso del viaggio in treno i verbali degli interrogatori. Carlo, l’omicida, è un ragazzo di quattordici anni che ha per amico Paolino un essere deforme figlio unico di una ricca possidente terriera che avrebbe sbranato a morsi la sorellina. Paolino, per farsi bello, lo umila pubblicamente scatenando la sua ira: Emilio furioso, mette in mostra una dentatura da animale feroce. Durante la cerimonia delle Prime Comunioni, Paolino nel momento di ricevre l’ostia, viene spintonato da Emilio. La particola cade al suolo costringendo Paolino a pestarla. Sacrilegio, il parroco sconvolto sospende le comunioni e Paolino si ammala di una malattia misteriosa e muore. Da qui si sviluppano una serie di eventi sconvolgenti e misteriosi.

Pupi Avati con questo film del genere “horror“ ritorna alle origini, alle opere che lo resero famoso e che gli portarono grande successo di critica e di cassetta, basti ricordare “Zeder“ 1982, “La casa dalle finestre che ridono“, 1976, “L’Arcano incantatore“, 1995, i suoi film dove il regista bolognese si misurò con il genere horror a cui seppe dare una dimensione artistico-narrativa di chiaro stampo gotico, come lo stesso Pupi Avati ha precisato nell’incontro con la stampa seguito alla proiezione del film.

“Il Signor Diavolo – ha dichiarato il regista – rappresenta una sorta di check up del mio rapporto con il mezzo cinematografico. Una verifica dovereosa di quello che è il mio rrapporto fra ciò che io immagino e ciò che poi risulta nel film. Erano diversi anni che non realizzavo un film destinato ad una distribuzione (01 RaiCinema) per le sale, avendo lavorato per la televisione su storie più consolatorie e comunque più lontane da quel “gotico padano “ che mi ha riportato ai film dei miei inizi. Tornare a quelle atmosfere (il film è girato da Venezia a Comacchio), a quegli stessi luoghi, con alcuni degli stessi interpreti di allora (Massimo Bonetti, Lino Capolicchio, Chiara Caselli, Alessandro Haber, Andrea Roncato, Cesare S.Cremonini), ha avuto su di me un esito terapeutico, un riaffacciarsi del cinema in tutte le sue sfrontate potenzialità. Ho sentito fortemente un forte spirito di libertà ed ho ritrovato la mia identità di autore che sfida i generi”.

“In questo film, come a volte è accaduto, non sempre purtroppo, tutto ha funzionato. Il rapporto con gli interpreti, l’ambiente, con il tono della fotografia (anche in questo caso un gradito ritorno quello di Cesare Bastelli che per tanti anni è stato il direttore della fotografia dei suoi film), con i costumi che indossavano, i dialoghi che si trovavano a recitare, tutto obbedisce a quella tensione che cercavo e che intride di se il racconto”.

Il cinema propone una ricostruzione calligrafica e cromatica di altissimo livello di quegli anni, di quei luoghi, di quelle case e dei suoi protagonisti. Davvero un lavoro eccezionale che ci restituisce cresciuto, ma senza retorica, una storia che si fonde perfettamente con il pathos, la suspens ed il mistero di cui è pieno il film.

Il male è il protagonista del racconto e come ci ricorda ancora il regista “quel male che sa occultarsi in ogni personaggio della complessa narrazione. Era quel male che volevo raccontare, quel male che muore e si rigenera in una infinità di vite nuove e imprevedibili. Il film è tratto da un romanzo dello stesso Avati pubblicato da Guanda a cui è stato cambiato il finale che, a mio parere, rappresenta la parte migliore del film, in quanto inatteso, imprevisto e decisamente apocalittico“.

Oltre agli attori già ricordati e recuperati dalle precedenti esperienze cinematografiche di Avati, è giusto segnalare due volti nuovi, quello di Filippo Franchini, dodici anni nella parte del protagonista Carlo Mongiorgi e Gabriele Lo Giudice nella parte di Furio Momenté, l’ispettore del ministero. Ancora una volta Pupi Avati ha dimostrato la sua straordinaria capacità di lavoro con gli attori, una qualità rara nel cinema italiano. Una citazione particolare per Chiara Caselli, straordinaria nella parte della possidente terriera, madre di Emilio, il mostro che ci ricorda molto nel volto e nella struttura fisica il Peter Lorre del film di Fritz Lanf, il mostro di Dusseldorf.

Il film convince e ci aiuta a recuperare un regista ed un cinema che pensavamo di avere perduto. Il film uscirà nelle sale il 22 agosto con duecento copie.

 

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