Sabato, 05 Ottobre 2019 16:10

“Verdone Day”, bagno di folla alla Biblioteca San Giorgio

Carlo Verdone incontra il pubblico alla Biblioteca San Giorgio (foto di Stefano Di Cecio) Carlo Verdone incontra il pubblico alla Biblioteca San Giorgio (foto di Stefano Di Cecio)

di Francesco Belliti

Pistoia – Carlo Verdone ripercorre la propria carriera: più di trent'anni di cinema tra riflessioni e aneddoti.

Alle dieci e un quarto l’auditorium Terzani della Biblioteca San Giorgio era già colmo: i cento posti a sedere erano occupati e la gente rimasta in piedi cominciava ad accalcarsi.

Tutto questo per l’ospite d’eccezione di questa quinta edizione del festival Presente Italiano: Carlo Verdone. Scroscianti applausi hanno accompagnato il suo ingresso in sala alle undici, a cui il regista romano ha risposto da subito con visibile soddisfazione e gratitudine. A sedersi accanto a lui, come moderatori della tavola rotonda, sono stati Ilaria Floreano, co-curatrice ed editor di Bietti Editore, e Roy Menarini, critico e professore universitario di cinema presso l’Università di Bologna, i quali hanno presentato il nuovo numero della rivista monografica INLAND, dedicato ovviamente al cinema e alla carriera di Carlo Verdone.

“Sono emozionato e commosso del grande abbraccio che mi avete riservato – ha esordito Verdone – Non ero mai stato a Pistoia, era l’unica città della Toscana che non avevo ancora visitato. È una città bellissima e ci voglio tornare presto per visitare il museo dei treni antichi, perché ne sono un appassionato. Per me quest’anno sono quarantadue anni di carriera. Come ho fatto a resistere tutto questo tempo? Mi sembra un miracolo e un privilegio. Oggi per un attore è difficile entrare nel cuore delle persone, perché il pubblico è cambiato rispetto a quando esordivo io. Oggi il pubblico guarda tutto sul tablet, sullo smartphone, sul computer; spero che la sala non muoia mai, perché è l’unico centro, insieme al teatro, di aggregazione e condivisione. Adesso ti guardi una serie e te ne vedi un pezzo mentre stai al bagno, un altro quando sei al bar...ma il cinema è ancora l’opera che ha più anima”.

“Sono stato fortunato sin dall’inizio di carriera – ha continuato Verdone – perché uno come Sergio Leone ha creduto in me e mi ha messo a disposizione dei professionisti che ai tempi erano il top del settore. Non cambierei niente della mia carriera, riconosco che ci sono stati film venuti davvero bene e altri che potevano venire meglio, ma ogni film mi è servito per trovare la forza di buttarmi su quello successivo con maggior determinazione, concentrazione e coraggio. Sono contento delle scelte che ho fatto, le ho prese con grande sincerità. Capisco che alla gente piacciano ancora molto i miei film degli anni ‘80: c’era un Verdone più giovane che poteva permettersi di dire e fare certe cose. Adesso non posso più, devo fare i conti con il ruolo che posso interpretare e non posso più mettermi una parrucca e fare il personaggio: sarebbe patetico. ‘Grande, grosso e verdone’ è stato il mio ultimo film dove faccio dei personaggi”.

“Ho capito ad un certo punto della mia carriera, più o meno da ‘Compagni di scuola’ e ‘Io e mia sorella’, che non potevo andare avanti a fare il solito tipo di commedia, priva di intimità e serietà; la dovevo un po' ‘de-romanizzare’, altrimenti avrei corso troppi rischi. Ho cercato di sterzare, di non dare sempre lo stesso film al pubblico. ‘C’era un cinese in coma’ invece è stato un cambio radicale e lì l’ho pagata, perché il pubblico lo recepì come una commedia cinica ed amara, anche se va detto che è stato rivalutato negli ultimi anni. Sorprendentemente Toni Servillo mi ha detto che, tra i miei film, ‘C’era un cinese in coma’ è il suo preferito”.

Sulle sue esperienze da attore diretto da altri Verdone ha detto: “Negli anni mi sono arrivate molte proposte: alcune non erano adeguate a me, altre erano proprio assurde. Se non posso dare il massimo e non sento mio il personaggio, preferisco rifiutare. Devo ringraziare Sorrentino per avermi scelto ne ‘La grande bellezza’. C’è un episodio che non ho mai raccontato: sei-sette anni fa, ho ricevuto una telefonata di Ermanno Olmi. Mi ha voluto parlare di una sua idea per un film in cui mi voleva coinvolgere; stavo però per iniziare un mio film e ho dovuto per forza declinare. Olmi ha accettato il mio rifiuto salutandomi con gentilezza, ma non si è però reso conto di non aver riattaccato il telefono e quindi l’ho sentito sfogarsi con qualcuno, completamente cambiato”.

Sull’importanza del suo rimanere sempre per strada in mezzo alle persone: “Ho frequentato molto il mio quartiere nel cuore di Roma, ho immagazzinato tanti caratteri e tanti racconti per poi utilizzarli nelle mie storie. Soprattutto sono sempre stato affascinato dai megalomani, mitomani e finti bulli che ho incontrato. Oggi purtroppo in città grandi come Roma c’è poca aggregazione, ci sono solo pochi bar dove la gente si ritrova, c’è molta diffidenza e litigiosità. È più difficile dunque ascoltare e osservare. Un luogo che però mi è molto caro è la farmacia: sono anche farmacista laureato ad honorem. Ci vado due volte a settimana per misurarmi la pressione e la cosa più bella è vederla piena di persone, perché mi metto da una parte e mi diverto ad ascoltare le chiacchierate tra le vecchie signore e le farmaciste. Anch’io mi fermo a chiacchierare con le persone che lavorano vicino a dove abito. Bisogna avere la voglia di ascoltare le persone, esserne incuriositi, altrimenti non si possono più comprendere i problemi della società”.

Verdone ha infine raccontato un altro aneddoto interessante e incredibile: “Nell’86-’87 avevo il mio studio in via del Pellegrino, che stava accanto ad un bar che era una piccola base della Banda della Magliana. Ai tempi non sapevo neanche che esistesse. Un giorno mi chiedono di fare alcuni autografi a un loro amico. Questo tipo venne su da me, vestito elegantemente, e mi fece autografare un buon numero di poster di ‘Troppo forte’, chiedendomi di fare una dedica a ‘er mandrillo’, ‘er saraga’, tutti nomi così. Qualche giorno dopo, sentii degli spari, mi affacciai dalla finestra e vidi quell’uomo in un lago di sangue: scoprii in seguito che era Enrico De Pedis”.

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