Lunedì, 07 Ottobre 2019 18:38

Michele Galardini: "Presente Italiano? Una scommessa vinta"

Michele Galardini (a sinistra), direttore del festival Presente Italiano Michele Galardini (a sinistra), direttore del festival Presente Italiano

di Andrea Capecchi

Pistoia – Una sfida coraggiosa e impegnativa, un'idea nata quasi per caso che ha dato vita a un festival capace di coinvolgere persone e luoghi della nostra città.

Non era affatto scontato che una rassegna di cinema italiano contemporaneo, pur ben pensata e organizzata, potesse avere vita lunga in una realtà di provincia come Pistoia, né che potesse prendere corpo coinvolgendo, oltre ai soliti cinefili e agli addetti ai lavori, anche un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo, con una crescente presenza di giovani.

Eppure quella di Presente Italiano si può definire una “scommessa vinta” proprio perché, dopo cinque anni di vita, la rassegna non solo è diventata uno degli appuntamenti “fissi” del calendario culturale della città, “mettendo radici” a Pistoia attraverso la collaborazione con soggetti pubblici e privati, ma si è anche consolidata passando da festival “di nicchia” a manifestazione in grado di attirare l'attenzione e di suscitare l'interesse di un pubblico che a prima vista poteva apparire poco stimolato o poco entusiasta dalla visione di film italiani contemporanei prodotti da registi poco noti, con attori semisconosciuti, e spesso poco presenti nei grandi circuiti di distribuzione.

Presente Italiano è giunto alla quinta edizione e proprio quest'anno, forse, grazie alla presenza di un personaggio come Carlo Verdone e all'alta qualità dei film in concorso, ha compiuto un decisivo “salto di qualità” verso una dimensione nazionale: ne abbiamo parlato con il direttore artistico Michele Gardini, ideatore e promotore del festival.

Cinque anni per un festival sono un periodo breve, ma indice di un avvenuto consolidamento. Ma com'è nata l'idea di dare vita a una rassegna di cinema italiano contemporaneo?

La prima idea nasce nel 2013 durante il festival del cinema di Venezia, ne inizio a parlare con Roy Menarini e insieme cerchiamo di capire se una rassegna dedicata al cinema italiano di oggi può avere un suo perché e una sua collocazione geografica all'interno del ricco panorama festivaliero italiano. Mi interessava dare vita a qualcosa che proponesse un “focus” sul cinema italiano, che stava vivendo, e vive ancora, un “periodo lungo” non tanto di crisi, perché comunque in giro ci sono ottimi registi e idee valide, ma di scarsa considerazione di pubblico e di prestigio internazionale rispetto al cinema italiano di genere di quarant'anni fa. È stata fin dall'inizio una scommessa su una cinematografia che oggi è minoritaria a livello europeo, ma che secondo me ha ancora qualcosa di importante da dire: e questa convinzione si è rafforzata dopo la vittoria dei fratelli Taviani al festival di Berlino con “Cesare deve morire”.

E perché proprio a Pistoia?

Da un lato perché io, da pistoiese, volevo fare qualcosa nella mia città, e poi perché Pistoia si adattava bene all'idea di un festival “diffuso”, non concentrato in un unico luogo ma aperto a più spazi, e capace di coinvolgere e far vivere l'intera città. Abbiamo cercato fin da subito la collaborazione con vari soggetti pubblici e privati della città, dalla libreria Lo Spazio al Funaro, dalla Biblioteca San Giorgio al cinema Globo, cercando ogni anno, se possibile, di cambiare le nostre location per non ingessare il festival e per coinvolgere nuovi spazi della città. Quest'anno, per esempio, abbiamo avviato una collaborazione con il liceo artistico Petrocchi per una serie di conversazioni mattutine sul cinema italiano, che hanno dato un ottimo riscontro e hanno coinvolto e interessato gli studenti del liceo: pubblico non certo facile da avvicinare al cinema italiano!

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Quali sono state le maggiori incognite che hai dovuto affrontare nel far nascere a Pistoia un festival di questo tipo?

La domanda che ci ha “tormentati” per tutti questi anni è: “ha senso farlo?”. Ha senso farlo in un contesto dove non c'è mai stato un festival di cinema, ha senso farlo proprio sul cinema italiano, ha senso farlo in una città dove le sale cinematografiche stanno diventando deserte? Questo è stato il primo, grande dubbio. Poi sono arrivate le difficoltà organizzative: riusciremo a renderlo sostenibile? Riusciremo a smuovere qualcosa nella città? Riusciremo a realizzare qualcosa di duraturo, capace di lasciare un'impronta?

Dopo cinque anni di festival, la risposta a questi dubbi mi sembra positiva.

Con il passare delle edizioni, e quest'anno in modo particolare, abbiamo registrato un ottimo riscontro da parte del pubblico interessato alla visione dei film selezionati per il concorso. È, a mio giudizio, un segnale importante di crescita del festival. E un primo obiettivo raggiunto. L'omaggio al cinema italiano, con la presenza a Pistoia di registi e attori di grande richiamo come Vanzina e Verdone, solo per citare gli ultimi due, ha certamente un carattere più popolare e coinvolge un pubblico più ampio, ma deve servire a far conoscere e a far scoprire tutto il resto, ovvero un cinema italiano di buona qualità che, nonostante tutto, continua a proporre ottimi lavori.

Però i grandi nomi ci sono e restano importanti. Non è assolutamente banale o scontato che personaggi del calibro di Martino, Vanzina e Verdone si muovano e vengano a Pistoia per presentare i propri lavori o ripercorrere le proprie carriere.

Insieme a Claudio Bartolini, nostro prezioso collaboratore, abbiamo concepito l'omaggio al cinema italiano come qualcosa di orientato verso il cinema popolare, attraverso alcuni dei protagonisti del suo recente passato. Dal cinema di genere alla commedia all'italiana, dagli anni Settanta fino ai primi anni Duemila, nelle ultime tre edizioni del festival abbiamo cercato di proporre all'attenzione del pubblico delle retrospettive su registi che hanno fatto la storia del cinema italiano, invitandoli a Pistoia per conversazioni e incontri sul loro cinema. Non è affatto facile far muovere nomi così “pesanti”, che di solito non vanno a giro per l'Italia per presenziare a simili festival. E poi c'è Pistoia: una città dalla lunga tradizione di ospiti illustri, ma che a livello cinematografico deve ancora “scoprire” la propria dimensione.

Presente Italiano consente di capire, almeno a grandi linee, lo stato di salute del nostro cinema. Se un film ottiene riconoscimenti e premi nei festival, ma scarsa visibilità e distribuzione nelle sale, dov'è il problema?

Ormai in Italia quello tra festival e distribuzione è un rapporto molto complesso. Il nostro festival arriva alla fine della filiera distributiva, presentando film che sono usciti già da alcuni mesi, talvolta da più di un anno, e che sono già stati nelle sale cinematografiche. Molti di questi vi hanno trascorso non più di una settimana, purtroppo: e lo scopo del nostro e di altri festival è quello di “allungare la vita” alla distribuzione di questi film, dando al pubblico una nuova occasione per guardarli. È raro vedere questi film ospitati nelle multisale, che del cinema italiano privilegiano quasi solo le commedie: un'eccezione, per esempio, è stata rappresentata dal film il “Il primo re”, caso cinematografico dell'anno che ha avuto un'ampia distribuzione e un buon successo di pubblico. Altri film più “autoriali” fanno maggiore fatica ad affermarsi e restano confinati in una distribuzione più “di nicchia”. Il nostro festival si pone in una posizione intermedia tra piccola e grande distribuzione, cercando di privilegiare la qualità dei film e di valorizzarli per quello che meritano.

La tanto dibattuta crisi del cinema italiano non sembra quindi derivare dalla mancanza di idee originali e creative o di prodotti di qualità. Oppure no?

Per me è spesso un problema di scrittura. Talvolta si vedono dei progetti che partono con idee straordinarie e molto interessanti, ma che poi si arenano in una scrittura superficiale e poco coraggiosa. E poi in Italia manca una chiara idea produttiva: sono pochi oggi i produttori che hanno la volontà, prima ancora della forza economica, di investire per la realizzazione di film, e si preferisce lasciare l'iniziativa ai singoli e alle loro intuizioni.

Presente Italiano è favorevole all'apertura verso film che non vanno nelle sale, ma sulle piattaforme come Netflix e Amazon?

Ricordo che lo scorso anno abbiamo aperto la rassegna con il docufilm “Sulla mia pelle” sulla vicenda di Stefano Cucchi, prodotto e distribuito da Netflix. Quindi sì, personalmente sono molto aperto e sono convinto della necessità che un festival di cinema dialoghi con queste piattaforme. Se Netflix permette a un autore di sviluppare e di realizzare le proprie idee, fungendo da canale di diffusione del cinema italiano, io sono contento: e spero che si intraprenda sempre più spesso la strada di una doppia distribuzione, sulla piattaforma ma anche, almeno per pochi giorni, nelle sale cinematografiche, perché il film non diventi un prodotto esclusivo, ma rimanga, com'è nella sua natura, accessibile e fruibile da tutti.

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