Domenica, 27 Ottobre 2019 20:54

L’anno che verrà: “La parte inventata” di Fresán in anteprima nazionale

Un momento dell'incontro con lo scrittore Rodrigo Fresan (foto di Marta Meli) Un momento dell'incontro con lo scrittore Rodrigo Fresan (foto di Marta Meli)

di Marta Meli

Pistoia – Un omaggio all’invenzione, la celebrazione della creazione delle nostre vite, il profondo senso del perdersi necessario al ritrovarsi.

Concezioni d’emozione sostenute nel loro ‘essere’ da musiche, odori, sogni, suoni, visioni, figure, memorie, colori e letture. Tra immaginazione, molteplici linguaggi e plurime realtà: qui viene lo scorgersi di un luogo, il luogo della finzione letteraria.

Si è tenuto oggi pomeriggio, in anteprima nazionale, l’incontro con lo scrittore argentino Rodrigo Fresán in occasione del festival "L'anno che verrà, i libri che leggeremo" (a cura di Martino Baldi), alla biblioteca San Giorgio. L’autore ha parlato di letteratura e ha presentato il suo ultimo libro "La parte inventata" (edito da LiberAria), in uscita il 31 ottobre.

A dialogare con l’autore erano presenti: Alessandro Raveggi (curatore della collana Phileas Fogg), Giorgia Antonelli (editore), Sarmi Zegetusa (scrittore e curatore della prefazione) e Gianni Montieri (moderatore dell’incontro).

“In un mondo impazzito, dove gli autori non contano più molto, uno scrittore anziano e disilluso tenta di scomparire nel modo più definitivo possibile: viaggiando verso l'Hadron Collider, per fondersi con la particella di Dio e trasformarsi in una divinità onnipresente – quasi un Meta-Scrittore – capace di Riscrivere Tutto, la sua vita, i suoi ricordi. Con umorismo pungente e uno stile brillante e ricercato, mescolando romanzo, autofiction e saggio pop, Rodrigo Fresán conduce il lettore in un viaggio fantasmagorico tra le sue ossessioni, in un frenetico tour de force tra genio e follia, famiglie spezzate e realtà parallele, esplorando i temi, a lui cari, dell'infanzia, della perdita e della memoria”.

Con la sua personalità eclettica, Fresán restituisce alla pluralità e alla vastità dell’arte narrativa il senso dello smarrimento, dell’immersione, dell’esplorazione. Un vero e proprio atto di devozione e un fantastico (nel suo senso più ampio) elogio alla scrittura e alla lettura, in egual misura.

Non era mai stato scritto così tanto sulla difficoltà di un autore, sull’impossibilità dello scrivere e sull’altrimenti detto “blocco dello scrittore”. Tramite l’interesse per i vari linguaggi, l’opera idiomatica e le diverse culture l’autore passeggia attraverso varie storie, vari nomi, varie realtà (musicali, uditive, visive…).

Il potere dell’immaginazione consente di trasportare le menti, sfiorare destini, ricercare sensazioni, esperire emozioni, riaffiorare memorie, valicare i confini del tempo e dello spazio; e, nel romanzo di questo autore, lo si fa anche incontrando – nella sua abilità meta-letteraria - frequenti digressioni e reminiscenze letterarie, così come riferimenti libreschi, intrisi di significati simbolici ed eruditi.

“Quando inizio a scrivere non seguo uno schema preciso e calcolato perché voglio mantenere il mio essere lettore che attraversa le cose – ha detto l’autore – questo libro, che ho scritto in sei anni, è più un trittico che una trilogia ed è per me, nella parte inventata, sognata e ricordata, l’essenza della vita”.

Molti lo definiscono come la versione “pop” di Borges, specie se pensiamo ai continui riferimenti alla musica (The Kinks, Pink Floyd, Bob Dylan…) e alla letteratura (spesso nel testo ritroviamo Francis Scott Fitzgerald, autore de “Il grande Gatsby”, di “Tenera è la Notte”, de “Il curioso caso di Benjamin Button” etc). E poi ancora l’ispirazione originata da Nabokov, Proust, Cortázar, Melville e dallo stesso Borges.

“Tutto è nato due anni fa, durante uno dei miei soggiorni a Città del Messico – ha raccontato Raveggi – lessi un articolo che consigliava la lettura de ‘I detective selvaggi’ di Bolaño e di ‘Mantra’ di Fresán, mi diressi in una libreria e trovai ‘La parte inventata’, lo lessi e me ne innamorai perdutamente: un libro lungo, non facile, ma che dona moltissimo al lettore”.

“Un lessico mobile, che si muove e fluisce – ha aggiunto Montieri – così ipnotico nel ritmo, una casa del linguaggio che viene a costruirsi gradualmente”.

"La parte inventata" è la “nuova, affascinante sfida letteraria della nostra contemporaneità, al pari di “Infinite Jest” di Wallace, “2666” di Bolaño e “L’arcobaleno della gravità” di Pynchon”. Dotato di una maestria nello stile (come nella commistione di generi e culture) e nel linguaggio (unici) che ricorda Nabokov (“l’autobiografia di uno scrittore è la storia del suo stile”), Gaddis e gli stessi Pynchon e Wallace, i maestri del postmodernismo, lo scrittore argentino “offre al lettore una potente difesa della letteratura”.

“Sicuramente il postmodernismo americano è una bella impronta nella scrittura di Fresán – ha spiegato Zegetusa – il suo è più un atto di amore, un afflato amoroso per la letteratura, sono totalmente assenti, infatti, tracce di cinismo e ironia, qui abbiamo uno scrittore che è il manifesto del romanzo contemporaneo, un romanzo che è un magnifico ibrido ( un “biji”, genere letterario classico cinese, ‘libro di appunti’ e ‘meticcio’, nel senso di non-ariano)”.

“Il romanzo è un’apologia del frammentario, è molto in debito con Moby Dick, proprio come con Borges e gli altri grandi autori argentini, nonostante io non mi senta del tutto un argentino – ha concluso Fresán – Cortázar diceva che essere argentini significa essere lontani e Borges scriveva che il nostro posto è l’universo, infinito così, sconfinato come quando la felicità è raggiunta attraverso la lettura e la scrittura”.

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