Lunedì, 25 Novembre 2019 17:26

I giovani volti del Senegal nelle foto di Andrea Chimenti

Alcune fotografie dei "talibè" e un primo piano dell'autore (foto di Andrea Chimenti) Alcune fotografie dei "talibè" e un primo piano dell'autore (foto di Andrea Chimenti)

di Andrea Capecchi

Pistoia – I volti dei bambini di una cittadina del Senegal, le difficoltà, le malattie, le miserie, ma anche la curiosità, la gioia, l'ospitalità.

Le mille contraddizioni dell'Africa, l'incontro con una realtà così diversa e lontana dalla nostra, il senso di arricchimento umano e culturale attraverso un viaggio in un luogo tanto inconsueto rivivono nelle fotografie di Andrea Chimenti, giovane pistoiese di vent'anni, studente universitario di Scienze Politiche e grande appassionato di fotogiornalismo e fotografia d'inchiesta.

Lo scorso mese di settembre Andrea ha soggiornato per due settimane nella cittadina senegalese di Fatick, cento chilometri a est di Dakar, al seguito di una onlus impegnata nella cura sanitaria e nell'educazione dei bambini, e da questa esperienza – per lui, e non solo, molto significativa sul piano umano e professionale – ha realizzato un reportage fotografico che da sabato 30 novembre a lunedì 9 dicembre sarà visibile nell'atrio d'ingresso del Palazzo Comunale di Pistoia.

La mostra fotografica, dal titolo “Talibè: discepoli di quale Dio?”, si concentra in particolare sulla vita quotidiana dei “talibè” (dalla lingua araba, “discepoli”), bambini provenienti da famiglie molto povere e da situazioni di estremo disagio, che vivono e studiano all'interno delle numerose scuole coraniche (“daraa” in arabo) presenti a Fatick.

Abbiamo intervistato in esclusiva Andrea Chimenti per spiegare non solo l'idea da cui nasce questa interessante mostra fotografica, ma anche il significato dell'esperienza da lui compiuta in Senegal.

Da dove nasce il progetto di documentare con la fotografia la vita dei bambini in una cittadina semisconosciuta del Senegal?

È nato tutto lo scorso febbraio, grazie a un incontro fortuito in biblioteca con un mio amico che mi saluta e mi fa: “lo sai che da qualche mese parto per il Senegal?”. E mi spiegò che ci andava con una onlus di Torino che si occupa di assistenza sanitaria e umanitaria e che, nel caso, io avrei potuto accompagnarlo nella veste di fotografo. Già da qualche anno sono appassionato di fotogiornalismo e foto reportage, mi piace seguire e documentare fatti di attualità, come quando, la scorsa primavera, sono stato un fine settimana a Parigi per documentare le manifestazioni dei “gilet gialli”. L'idea di poter fare un'esperienza di questo tipo in Senegal, alla scoperta della realtà quotidiana dei “talibè”, mi ha subito coinvolto e ho deciso di contattare immediatamente la onlus per non lasciarmi sfuggire questa opportunità. Ancor prima di partire avevo chiara l'idea di voler dare un seguito a questo mio viaggio, attraverso la realizzazione di una mostra fotografica che potesse illustrare e testimoniare la realtà quotidiana di un mondo in apparenza così lontano e diverso dal nostro.

A partire dalla scuola e dall'educazione dei bambini.

Mi sono concentrato sulla vita dei “talibè”, questi bambini provenienti da situazioni di estremo disagio, spesso nati in famiglie con anche nove o dieci figli, dove i genitori non hanno le risorse per mantenerli e per questo vengono affidati alle daraa, che provvedono alla loro alloggio e alla loro educazione. Naturalmente si tratta di qualcosa di molto lontano dalla nostra idea di scuola, anche in senso fisico: non un edificio, ma un insieme di baracche in mattoni e lamiere dove i bambini vivono e dove viene insegnato loro il Corano, unica disciplina contemplata da queste scuole.

Quale realtà ti immaginavi o ti aspettavi di trovare laggiù prima di partire?

Mi avevano già raccontato della situazione terribile in cui vivevano questi bambini, ma un conto è immaginare una realtà attraverso le parole che ti vengono dette, un altro è vedere con i tuoi occhi e toccare con mano la reale situazione di queste persone. Durante il volo per Dakar io e il mio amico abbiamo parlato molto di ciò che ci aspettava a Fatick: non avevamo paura, anche perché sapevamo che saremmo stati ospitati in un casa dotata di tutti i servizi elementari, tuttavia non potevamo nascondere una certa preoccupazione mista a curiosità nell'affrontare un mondo assai diverso da quello a cui noi europei siamo abituati.

E com'è stato il primo impatto?

I primi giorni sono stati i più difficili, anche perché non ero abituato a vedere certe scene che, lo confesso, mi hanno spezzato il cuore: bambini accasciati lungo la strada e tremanti per la febbre che venivano curati dai membri della onlus, bambini che camminavano a piedi nudi nel fango, sia in strada che all'interno della daraa, a causa dei violenti acquazzoni per l'inizio della stagione delle piogge. E poi gli odori: acri, penetranti, a volte insopportabili, qualcosa di veramente difficile da descrivere, a cui però ci siamo dovuti abituare presto.

Talibè 2

Come si sono mostrati i bambini nei tuoi confronti? Come hanno reagito alla presenza di un fotografo intento a documentare la loro vita a scuola?

All'inizio ho temuto di non poter realizzare il mio progetto perchè i primi giorni i bambini erano spaventati dalla presenza della macchina fotografica, un oggetto che non conoscevano e non avevano mai visto, e che destava in loro una certa paura. La situazione è cambiata quando sono riuscito a scattare di nascosto una foto a uno dei bambini e poi gliel'ho mostrata per fargli capire cosa fosse, e che non c'era motivo di aver timore: da quel momento tutti i bambini sono diventati entusiasti e hanno fatto a gara per farsi scattare le foto, mettendosi davanti all'obiettivo.

Le tue foto cercano di descrivere un'umanità povera a livello materiale, ma allo stesso tempo non priva di ricchezze.

Certamente il primo aspetto che colpisce il viaggiatore occidentale che arriva a Fatick è il quadro generale di estrema povertà della gente, e le difficoltà economiche che molte famiglie, soprattutto quelle più numerose, devono affrontare ogni giorno per sopravvivere. Proviamo una sensazione di disagio se vediamo dei bambini che giocano e si rincorrono tra baracche, tuguri e strade fangose, ma allo stesso tempo restiamo colpiti dalla felicità autentica che questi bambini esprimono, nella loro povertà ma anche nella loro semplicità. Sono capaci di ridere, scherzare e divertirsi con quel poco che hanno. Non hanno telefonini, tablet, videogiochi, neppure un pallone da calcio: e allora approfittare di uno dei tanti blackout elettrici e inseguire la luce proiettata da una torcia per terra diventa un modo per divertirsi, un'occasione per giocare insieme, una sfida appassionata per ridere e dimenticare le malattie e le miserie.

E poi c'è il concetto senegalese del “teranga”.

Quello del “teranga” è un valore molto diffuso e rispettato, è qualcosa che va ben oltre il semplice concetto di accoglienza e di ospitalità: significa trattare l'ospite al massimo delle proprie possibilità, cercare di non fargli mancare nulla, perché l'ospite stia bene e si senta onorato e rispettato. E questo non avviene solo nei riguardi degli stranieri o dei forestieri, ma anche con i vicini di casa.

76760063 496697697858018 7199874370884337664 n

Che cosa ti lascia questa esperienza dal punto di vista umano?

Mi lascia dentro tre cose che mi hanno fortemente colpito. La prima è la semplicità della vita, qualcosa a cui noi, forse, non siamo più abituati: la gente di Fatick è povera, spesso possiede solo lo stretto necessario per vivere, eppure questo gli basta e le persone sono felici con quel poco che hanno. La seconda è il già citato concetto di “teranga” e il vero e proprio culto che essi hanno per l'ospite. La terza è la concezione del tempo, che là scorre a ritmo completamente diverso dal nostro. È un aspetto di cui avevo già sentito parlare, ma che mi ha in un certo senso sconvolto.

Lo diceva anche Moravia: in Africa l'uomo non è fatto per il tempo, ma il tempo per l'uomo.

Esatto. Per esempio, alle fermate degli autobus non esiste l'orario: si sa che l'autobus per una città vicina passerà una o due volte al giorno, ma nessuno è in grado di stabilire quando. Non è un problema arrivare alla fermata e aspettare anche due o tre ore. L'autobus non partirà e non passerà finchè non sarà quasi pieno di passeggeri: per questo indicare un orario risulta perfettamente inutile. Per noi europei è qualcosa di inconcepibile, eppure tutti sembrano accettare tranquillamente una dimensione in cui il tempo, e la vita stessa, scorrono molto lentamente, con ritmi assai più elastici e calmi.

Sei rimasto in contatto con alcune famiglie di Fatick?

Sì, ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere persone gentili, cortesi, ospitali che hanno fatto di tutto per farmi sentire a casa. Sono rimasto in contatto con loro e con alcuni bambini, spesso ci sentiamo e ci scriviamo, e vorrei continuare a mantenere questi legami. Nonostante le difficoltà, le differenze, la grande distanza geografica e culturale che ci separa, il dono più bello e importante che questa esperienza mi lascia, al di là del reportage fotografico, è stata la possibilità di entrare in contatto e stringere relazioni con le persone, guardare i loro volti, parlare con loro, osservare la loro vita. In una parola, siamo diventati amici.

Pensi di tornare in futuro in Senegal o in qualche altro Paese per riprovare un'esperienza simile?

Mi piacerebbe molto.

 

 

 

 

 

 

Articoli correlati (da tag)