Mercoledì, 25 Dicembre 2019 19:14

“Il Tenente T e il dottor K”, una storia di soldati dimenticati

Pistoia – “Il Tenente T e il dottor K” è una storia di soldati "dimenticati" dopo l’8 settembre 1943 in Albania.

Lo ha scritto Lia Tosi per i tipi di ETS editore di Pisa.

L’8 settembre 1943 i generali Rosi, Dalmazzo e Tucci di stanza con i loro uomini in Albania, “regalano” 120-130mila soldati, armi, magazzini ai tedeschi che sono presenti in numero irrisorio.

I generali si salvano la vita, ma per i militari italiani comincia l’estenuante schiavitù dei lager nazisti, o, per quanti non obbediscono all’ordine di auto-deportarsi (la sorveglianza tedesca è ai minimi termini), si apre l’incognita di una vita in montagna con i partigiani o nei campi, presso famiglie albanesi a fare di tutto: contadini, pastori, cuochi, falegnami, servitori; e spesso tutti fanno di tutto, dal partigiano al musicista. Un mondo di incognite da attraversare, fino all’eventualità di ritrovarsi venduti e comprati sulla pubblica piazza, vedendosi abbassare il prezzo per l’aspetto macilento.

Per tanti arriva la fine in battaglia, per tanti una fine solitaria per fame, sui sentieri montani.

Sono vicende poco conosciute, o addirittura ignorate, a cominciare da quella della divisione Firenze che partendo da Dibra, dopo una lunga marcia affronta a Kruja, durante 4 giornate, la Wehrmacht, e dopo, sconfitta, dà sostanza, coi suoi fanti e le sue batterie d’artiglieria, ad un Comando truppe italiane alla montagna affiancato all’esercito di Liberazione albanese.

Dal settembre 1943 sino alla fine della guerra saranno ben 16 i reparti italiani che si formeranno anche in seno alle brigate albanesi, non solo il Gramsci, e il 16° si costituisce nella V Brigata vicino Prishtina in Kossovo il 24-25 novembre 1944, dando un “tetto” a una miriade di soldati che provengono da tutte le parti dei Balcani centromeridionali, dal Montenegro, dalla Grecia, dalle isole, Corfù, Rodi, Creta oltre che dall’Albania, ciascuno da solitari percorsi e con il proprio bagaglio di incognite affrontate, tutti con una forte tensione a ritrovarsi in lingua madre,, patria immateriale e anticipato ritorno. Prima che nuovi combattimenti e una terribile epidemia di tifo in Sangiaccato se ne portino via tanti.

A narrare gli infiniti casi di questo mondo di incognite che tocca monti e villaggi di tutta l’Albania, non un romanziere né uno storico, ma le autentiche voci e le calligrafie giacenti negli archivi pubblici e spesso privati di centinaia di soldati, che insieme ricompongono un bel pezzo che manca all’immaginario nazionale.

Il tenente T ben visibile nel primo tratto, poi scorre come un fiume carsico sotto il racconto degli altri, sinché, nel quarto capitolo quando la V Brigata si trasferisce al nord, torna in superficie con il dottor K.

Il nuovo libro di Lia Tosi offre un significativo contributo al recupero e alla valorizzazione della memoria storica e, al tempo stesso, determina un soprassalto emotivo per gli episodi di abnegazione, gli atti di valore dei molti (diverse centinaia) dei nostri soldati che nel 1943 si schierarono con la resistenza albanese contro l’occupazione nazi fascista.

Lia Tosi, studiosa di lingua e letteratura russa, autrice di numerosi romanzi, e che su questo argomento, aveva curato nel 2018 il volume “Caro nemico. Soldati pistoiesi e toscani nella Resistenza in Albania e Montenegro. 1943-1945”, fornisce una dettagliata documentazione delle vicende degli italiani che, dopo l’8 settembre, si unirono ai partigiani albanesi narrata dagli stessi protagonisti con un suggestivo incrocio delle loro voci che determina una sorta di canto corale, avvincente come un romanzo pur senza esserlo perché si tratta di un testo di storia vissuta che esprime un intenso pathos attraverso le sofferenze,i drammi, le speranze, il desiderio di gli contrastare l’occupazione  nazifascista.

Di recente, Tosi, ha rilasciato questa intervista a Gabriele Parenti, pubblicata su Stamoa Toscana, che in parte vi proponiamo.

Come  è nato questo  libro?  

E’ nato per rimorso: una ignorante pentita che pur sapendo da sempre di un partigiano italiano in Albania (il padre), non ha mai fatto domande, non ha mai approfondito nonostante un forte interesse per la resistenza, quella in Italia.

Perché delle truppe italiane impegnate in Albania  nella resistenza contro i  nazifascisti  si è finora parlato molto poco? 

Da parte dei reduci perché si volevano forse dimenticare anni di giovinezza così dolorosamente sprecati. Da parte di chi aveva il potere di far conoscere – e con la conoscenza – permettere di elaborare anticorpi contro pericolose tentazioni di fascismo penso ci sia stata proprio la volontà di oscurare le responsabilità di chi aveva portato il paese in quell’orribile avventura dell’occupazione che ebbe l’esito umiliante meritato, ma tremendo per chi lo subì.