Domenica, 02 Febbraio 2020 14:04

“I ferri corti”: l’antologia di Paolo Maccari a Les Bouquinistes

Maccari, D'Agostino e Nardoni durante la presentazione del libro (foto di Marta Meli) Maccari, D'Agostino e Nardoni durante la presentazione del libro (foto di Marta Meli)

di Marta Meli

Pistoia - Lo scatto e la svolta, tra luce e ombra, effondono contrasti d’armonia.

Ora lievi, poi spietati. Si innestano tra l’intonazione e l’accento, il ritmo e la durata. Prosodia che si rivela nelle plurime forme, nei moduli stilistici, nelle cronache poetiche, negli sguardi prospettici, nelle liriche sognanti, nei dettagli sintomatici e nelle storie spiegate in versi.

Si è tenuta ieri pomeriggio la presentazione del libro "I ferri corti" (Lieto Colle editore, 2019) di Paolo Maccari, alla libreria Les Bouquinistes. A dialogare con l’autore erano presenti Azzurra D'Agostino e Valerio Nardoni.

Paolo Maccari vive e lavora a Firenze. Poeta e critico letterario, nel 2000 ha pubblicato la raccolta di poesie “Ospiti” (Manni), nel 2006 la plaquette “Mondanità” (L'obliquo) e, successivamente, “Fuoco amico” (Passigli). Ha curato varie opere di autori otto-novecenteschi ed è autore della monografia su Bartolo Cattafi "Spalle al muro" e del libro su Dino Campana "Il poeta sotto esame” (2012). 

"I ferri corti" è un’antologia del lavoro di Maccari: raccoglie sia poesie che prose pubblicate a partire dal 2000, con l'aggiunta di alcuni inediti. I titoli dei libri che compongono l’intera raccolta sono cinque, tutti con una duplicità interpretativa: “Ospite”, “Fuoco amico”, “Mondanità”, “Contromosse” e “Ferri corti”.

“Quella di Maccari è una poesia che si domanda e che, spesso con ‘brutalità’, tenta risposte – ha detto Valerio Nardoni – una riflessione e un poetare autentici, di una severità speciale, talvolta anche rassicurante”.

Nardoni fa notare, inoltre, che la prima e l’ultima parola della raccolta conducono, se accostate, a un significato profondo. Combinandosi, così, ispirano pensiero: “come sono io”.

“Questo è un libro importante per molti motivi, non solo quelli ‘archeologici’ della scoperta di una lingua viva – ha spiegato Azzurra D’Agostino – ma anche perché si esprimono concetti con una nettezza feroce che spesso nella vita ci manca, quasi fosse un bisogno dimenticato o che non sappiamo di avere”.

“E poi la rifrazione, le molteplici forme, i significati – ha aggiunto la poetessa – arrendimento e compassione, microscopica tragedia accompagnata da una cura che, in qualche modo, solleva”.

Nel corso dell’evento sono state lette alcune poesie della raccolta: “Nel ventre”, “Morale del mare”, “Le mie mani”, “Fratello e sorella”, “Janis Joplin” e una senza titolo a p. 126 dove si racconta l’amore per un cane, esumando dolore e sofferenza.

Un “io” poetico che non è un “io” soltanto, ma molto di più. Pluralità di voci e umani recettori. Di ‘carne’ o di ‘ossa’, ‘assenze presenti’, sussurri e richiami lungo linee-tempo. Scorci e spazi di attimi, di giorni o di intere vite. La scena prende forma, si ricrea. Memoria che parla, vivida arriva, si racconta e si distende nei componimenti, mostrandosi inchiostro, facendosi ‘casa’. Poi ancora i momenti, intensi, si sciolgono in un susseguire e in un percorrere: la rivelazione, l’accettazione, le prese d’atto, la coscienza.

“La prima persona singolare non necessariamente rivela una confessione, io la uso per esprimere al meglio un’idea, un concetto, un’emozione – ha concluso Paolo Maccari – mi piace la libertà del verso e della forma, purché queste siano guidate da una quanto maggiore consapevolezza”.

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