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Martedì, 18 Febbraio 2020 19:36

Schulim Vogelmann, unico ebreo italiano nella “lista di Schindler”

di Andrea Capecchi

Firenze – La guerra, l'esilio, Vienna e Firenze, i sogni, le persecuzioni, il viaggio verso l'inferno, la caduta e la risalita dall'orrore.

Si intitola “Piccola autobiografia di mio padre” il libro presentato a Firenze da Daniel Vogelmann, figlio di Schulim (1903-1974), unico ebreo italiano il cui nome figurava tra quei mille ebrei impiegati nella fabbrica di Oskar Schindler e per questo salvati dalle atrocità dei lager.

“Quella di Schulim – spiega il figlio – è una storia che merita di essere raccontata proprio per la sua banalità, perchè non ha nulla di straordinario. È la storia di un uomo semplice, che vuole vivere onestamente del proprio lavoro e sogna una vita tranquilla per sè e per la propria famiglia: per la moglie che ama, per la piccola bambina a cui è legatissimo. Ma l'irrompere della storia con le sue rivoluzioni, le sue guerre e le sue tragedie porta Schulim, suo malgrado, a vivere una vita avventurosa e straordinaria, dando a questi due aggettivi il significato più drammatico possibile”.

La storia di Schulim, ebreo della comunità fiorentina deportato ad Auschwitz e tra i pochi sopravvissuti del campo di sterminio, non è solo la storia delle centinaia di migliaia di vittime della Shoah, ma è la storia del secolo scorso dal punto di vista dei “salvati”, per citare Primo Levi. È la storia di tutti gli uomini che nel Novecento hanno subito gli orrori delle guerre, del totalitarismo, delle leggi razziali, della deportazione, e di tutti gli uomini che ancora oggi, in varie parti del mondo, continuano a essere vittime di discriminazioni, segregazioni, esclusioni.

“Mio padre nasce in Galizia – comincia a raccontare Daniel – regione della Polonia con una forte presenza ebraica, all'epoca provincia del vasto impero austro-ungarico. La sua è una famiglia molto religiosa e osservante, e conduce un'nfanzia tranquilla, scandita dai ritmi delle festività e dei riti religiosi. Ma la quiete viene presto turbata: con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale gli ebrei della Galizia sono malvisti dai russi, che li considerano delle spie al soldo dei tedeschi: molti verranno presi e deportati in Siberia. Per gli altri l'alternativa è la fuga: così fa anche la famiglia Vogelmann, che si trasferisce a Vienna, capitale dell'impero, e dopo la fine del conflitto sperimenta una piccola diaspora familiare, con i suoi membri che si disperdono tra l'Europa e la Palestina.

Sono gli anni in cui cambia radicalmente la geografia politica del continente, ma è anche il periodo in cui si affermano le idee sioniste: pur non essendo un fervente sostenitore del sionismo, mio padre si trasferì per un breve periodo in Palestina, un territorio amministrato dal mandato inglese dove ebrei e arabi erano già impegnati in una difficile convivenza. Ma Schulim non voleva lavorare in un kibbutz come gli altri coloni; compie quindi una breve carriera militare nell'esercito inglese di stanza in Palestina, prima di rientrare in Europa, e precisamente a Firenze.

Qui, grazie ai contatti con il rabbino capo della comunità ebraica locale, nel 1922 entra a lavorare come tipografo presso la casa editrice fiorentina dell'ebreo Olschki. Gli anni seguenti rappresentano un periodo relativamente tranquillo e felice per Schulim, arricchito dal matrimonio e dalla nascita dell'amata figlia. La vita fiorentina dei Vogelmann scorre serena fino al fatidico 1938, l'anno dell'emanazione delle leggi razziali (ma sarebbe meglio dire razziste), quando la moglie viene estromessa dalla scuola elementare in cui lavorava come insegnante e per gli ebrei fiorentini i diritti civili e politici si riducono drasticamente”.

E qui Daniel fa una piccola pausa nel suo racconto. L'invito è a riflettere sul dramma delle leggi razziali, che portarono come primo, devastante effetto quello dell'isolamento e della solitudine per una comunità presente da secoli a Firenze e ben integrata nel suo tessuto: “mio padre mi raccontò – commenta con dolore e amarezza – che molti buoni conoscenti della nostra famiglia ci tolsero il saluto da un giorno all'altro, forse per paura, forse per convinzione o per conformismo. Fatto sta che ci trovammo come degli individui da evitare, come se fossimo affetti da chissà quale malattia: per gli ebrei italiani iniziò un periodo drammatico, una storia fatta di discriminazione e di delazione, in cui solo pochi coraggiosi si opposero e rifiutarono di sottostare a queste leggi in nome di un principio di umanità”.

Come reagirono gli ebrei fiorentini? “Qualcuno fiutò la deriva del regime – continua Daniel – e i più benestanti fecero le valigie alla volta della Svizzera e degli Stati Uniti. Ma la maggioranza degli ebrei fiorentini e italiani restava ottimista e non credeva a un pericolo imminente. È un po' nella natura stessa degli ebrei, abituati a sopportare con rassegnazione le molte tempeste che nel corso dei secoli si sono abbattute sulla loro testa. Di ciò che stava accadendo agli ebrei polacchi e tedeschi si avevano solo varie notizie, al massimo si sospettava che i nazifascisti volessero portare a lavorare gli ebrei per la loro industria bellica. Ma dopo l'8 settembre e l'invasione tedesca, la realtà mostra il suo volto più tragico: con la retata nel ghetto di Roma comincia anche in Italia la deportazione degli ebrei nei campi di sterminio. E a quel punto, ognuno cercò di salvare se stesso e la propria famiglia”.

Così fa anche Schulim, che si procurò documenti falsi per scappare in Svizzera, ma, intercettato nei pressi del confine, viene portato al commissariato di Sondrio e da qui è ricondotto con altri ebrei a Firenze, in un campo di internamento istituito a Bagno a Ripoli.

“Ormai entrato nel gorgo perverso e terribile della burocrazia nazifascista, anche per Schulim e la sua famiglia il destino è quello della deportazione: che avviene puntualmente e senza altra possibilità di fuga, anche perché mio padre non voleva assolutamente abbandonare la moglie e la figlia. Con un trasporto di sei giorni, su un carro bestiame in condizioni terrificanti, i Vogelmann sono condotti ad Auschwitz. Con loro, sullo stesso trasporto, viaggia Liliana Segre: lei e mio padre saranno due dei 20, sui 600 partiti, che faranno ritorno a casa”.

Daniel non si dilunga nel descrivere le condizioni disumane della vita nel lager, e rimanda alle illuminanti pagine di Primo Levi che hanno lasciato una testimonianza indelebile su ciò che ha rappresentato l'esperienza dei campi di concentramento. Aggiunge solo che suo padre, sceso da quel treno della morte, venne subito separato dalla moglie e dalla bambina, avviate verso un'altra zona del lager: non le avrebbe mai più riviste.

“Come Levi, che era chimico, anche mio padre venne favorito e forse riuscì a salvarsi grazie alla sua professione di operaio specializzato e alla sua conoscenza della lingua polacca, che gli tornò molto utile per accattivarsi la simpatia dei kapò. Furono questi a segnalarlo e aggregarlo al gruppo degli operai ebrei che lavoravano nella fabbrica dell'industriale Oskar Schindler nella vicina Cracovia. Un lavoro massacrante ma da considerare un privilegio, se paragonato a ciò che avveniva nel campo; e grazie alla protezione di Schindler verso i “suoi” ebrei, anche mio padre riuscì a evitare la deportazione e la “marcia della morte” quando i nazisti abbandonarono il lager, e dopo la liberazione sovietica poté rientrare a casa con i pochi compagni sopravvissuti”.

Il ritorno a Firenze rappresentò 1 nuovo inizio per Schulim, pur tra molte difficoltà a causa del dolore per la perdita di moglie e figlia; negli anni Cinquanta la sua vita riprende, con un nuovo matrimonio, la nascita del figlio Daniel e un intenso lavoro nel campo dell'editoria.

“Ho raccolto queste memorie con grande fatica – spiega Daniel in conclusione – perchè il ricordo dell'esperienza drammatica vissuta nel campo di concentramento segnò profondamente mio padre, che me ne parlava solo in maniera frammentaria. Questo perché nei sopravvissuti subentra una sorta di processo di rimozione della Shoah, di pudore per essersi salvati, quasi di vergogna nel parlare e nel raccontare per la paura di non essere creduti. Spesso tornavano alla sua mente delle domande angoscianti che accompagnano per sempre ogni sopravvissuto a questo orrore: perché mi sono salvato proprio io? Perché io sono vivo e tanti miei amici sono morti? Quale destino, quale volontà, quale Dio ha deciso tutto ciò e ha permesso che ciò accadesse?”.

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