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Lunedì, 24 Febbraio 2020 17:17

Presentato a Berlino il film di Diritti su Antonio Ligabue

Un autoritratto dell'artista Antonio Ligabue Un autoritratto dell'artista Antonio Ligabue

di Giacomo Martini

Berlino - Emarginato fin da bambino, storpio, affetto da gotta e rachitismo, quintessenza dell'apolide.

Per gli svizzeri era un trovatello italiano, per gli emiliani "el tudesc", Antonio Laccabue, detto Toni Ligabue (1899-1965), passato alla storia per la sua arte potente e naif, ha spesso affascinato altri artisti che l'hanno portato a teatro o sullo schermo, come nella celebre serie tv di Salvatore Nocita con Flavio Bucci del '77.

Adesso tocca a Giorgio Diritti con “Volevo nascondermi”, in concorso al Festival di Berlino e in sala dal 27 febbraio con 01: un film, scritto con Tania Pedroni e Fredo Valla, dal forte impatto visivo, uno studio di relazioni sociali e umane, un atto d'amore per quest'uomo tartassato dalla sorte ma anche dotato di un dono incredibile per il disegno e il cromatismo. E con al centro un'interpretazione straordinaria, quella di Elio Germano. 

Toni lo incontriamo bambino, in Svizzera. La madre biologica, italiana, l'ha abbandonato e una coppia anziana l'ha preso in affido. Bullizzato dai compagni, incompreso da tutti, finisce per essere espulso e spedito a Gualtieri in Emilia. Vive da barbone sulle rive del Po, in una capanna, finché lo scultore Renato Marino Mazzacurati e sua madre non lo accolgono in casa dandogli la possibilità di esprimere la sua arte, il suo mondo interiore fatto di tigri e giaguari ma anche di paesaggi familiari. La sua animalità, il suo essere anarchico e selvaggio, vanno insieme al desiderio profondo di essere amato e accettato e, fino alla fine, all'aspirazione ad avere una moglie, una casa.

Elio Germano - presente anche in Favolacce dei gemelli D'Innocenzo ( l’altro film nel concorso internazionale ) - dà al personaggio una palette di emozioni primordiali, rabbia, disperazione, gioia fanciullesca, ingenua ostentazione della fama raggiunta negli alti e bassi del suo percorso, tra ricoveri in ospedale psichiatrico e corse in motocicletta (aveva la passione dei motori, una collezione di moto spesso scassate, appena conquistò un po' di successo volle la macchina con l'autista). Sullo sfondo l'Italia fascista che esclude l'uomo improduttivo e senza famiglia, ma che viene scavalcata da gesti di solidarietà individuali e una Pianura Padana cinematograficamente impeccabile per atmosfere e geometrie. 

Diritti, al suo quarto film dopo Il vento fa il suo giro, L'uomo che verrà e Un giorno devi andare, cerca di espandere la prova d'attore di Germano creando una narrazione in qualche modo collettiva e quasi documentaristica, un intero territorio è raccontato con amore, la Regione Emilia-Romagna, lungo il fiume Po, una terra già amata e raccontata dai grandi registi emiliano-romagnoli, da Bertolucci a Bellocchio, da Zurlini a Vancini. Per uno dei produttori per uno dei produttori, Carlo degli Esposti: "il film racconta una società povera ma inclusiva, dove un diverso come Ligabue ha trovato una dimensione all’interno di un tessuto sociale. Una cosa che è importante ricordare in questi giorni".

Per Diritti "è sempre stato ai margini, considerato un migrante, con evidenti paralleli con l'oggi.Il film è una lettera d'amore a Ligabue per Diritti, che esordisce nell'incontro stampa proprio portando a tutti i saluti di Toni, "certamente sarà contento di questo momento, è un ulteriore riconoscimento alla sua straordinaria, particolare, folle, disperata e sofferente vita".

“Sicuramente ci sono tantissimi livelli. E' un uomo che è partito in salita, abbandonato a Zurigo dalla madre, adottato da una famiglia che l’ha preso con sé più che altro per godere del sussidio, ha avuto gravi difficoltà affettive oltre che fisiche. Soffriva di rachitismo e di misofonia, un disturbo cerebrale che rende certi suoni, come la tosse, insopportabili, era una persona che faticava a vivere ma che ha avuto la possibilità di trovare nell'espressione artistica qualcosa a cui attaccarsi con tutta la sua determinazione, fino ad essere riconosciuto. Avrebbe potuto suicidarsi, ma ha continuato a lottare e credere. Nella favola di Ligabue ognuno di noi può trovare spunti importanti perché tutti ci siamo sentiti emarginati. La fragilità in lui diventa una forza”.

I dialoghi del film sono in dialetto, così il regista spiega la scelta: “Il dialetto per me rappresenta una dimensione di autenticità e di verità. Le lingue sono uno degli elementi di identità delle nazioni e delle comunità. In questo caso ho mescolato il dialetto emiliano e lo svizzero tedesco. Questa cosa per me è stata naturale perché anche gli altri miei film hanno la compresenza di più lingue. La lingua può allontanare o avvicinare, ma diventa indifferente se si entra in una relazione profonda tra due persone che si guardano negli occhi e si sorridono“.

Il film uscirà nelle sale dal 27 gennaio prossimo.

 

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