Mercoledì, 26 Febbraio 2020 15:49

“Favolacce” dei fratelli D'Innocenzo in concorso a Berlino

I registi Fabio e Damiano D'Innocenzo I registi Fabio e Damiano D'Innocenzo

di Giacomo Martini

Berlino - “Una favola nera, ambientata in un mondo apparentemente normale dove silente cova il sadismo dei padri e la rabbia dei figli, diligenti e disperati".

Così Fabio e Damiano D’Innocenzo, 31enni gemelli romani, sintetizzano “Favolacce”, il loro secondo film, dopo La terra dell’abbastanza, con cui tornano a Berlino, stavolta in concorso. Prodotto da Pepito con Rai Cinema e Vision Distribution, in sala il 16 aprile (sempre che l’emergenza coronavirus dia tregua al cinema italiano), nel film emerge uno sguardo tenero e crudele, ricco di echi cinematografici (da Gus Van Sant a Seidl) ma anche assolutamente personale, nutrito di letteratura – tra i modelli citati L’antologia di Spoon River e scrittori come Vonnegut, Ibsen e Updike.

Siamo in provincia di Roma, in un ambiente sociale piccolo borghese privo di punti di riferimento, villette tutte uguali, vita scolastica e festicciole. Un senso di minaccia costante, di disperazione soffocante emerge da queste esistenze banali che vengono raccontate come attraverso un diario infantile trovato, forse vero, forse falso. I bambini sono spettatori di un degrado umano che non si stempera nel trantran. I genitori sono inadeguati, imprevedibili nei loro scatti ai limiti della psicosi. Unica fonte di ispirazione, sia pure malata, sembra essere quel professore di scuola media che ti spiega come fabbricare una bomba casalinga o come usare un disinfestante per uccidere. Elio Germano nel ruolo di un padre frustrato e prevaricatore, guida un gruppo di attori che lavora in assoluta coralità. Tra questi, Barbara Chichiarelli, Max Malatesta, Lino Musella, Ileana D’Ambra. Il narratore è Max Tortora.

Il film è dedicato a Tiziana Soudani, la produttrice ticinese da poco scomparsa che è tra i crediti produttivi.

“I bambini di Favolacce siamo noi da piccoli, ci sono tanti ricordi spezzati della nostra infanzia che riappaiono in modo lieve e sognante. Ma il film non è autobiografico. Nessuno di noi ha avuto un’infanzia meravigliosa, perché in quegli anni non si conoscono le regole del gioco. Avevamo scritto questa storia a 19 anni, e ci siamo detti che dovevamo girarla ora che stiamo diventando vecchi, dopo sarebbe stato tardi”, così Fabio D’Innocenzo spiega il loro lavoro.

“Già, non volevamo uno sguardo alla Haneke. Da bambino hai una percezione straordinariamente acuta e perspicace, vedi cose tremende e ti dici che quando sarai grande sarà tutto diverso, ma non è così. Era il momento giusto per fare Favolacce, perché adesso siamo in perfetto equilibrio tra l’essere bambini e adulti”.

“Abbiamo cercato di estirpare il punto di vista economico dalla storia. In La terra dell’abbastanza era legittimo fare questo ragionamento perché i due ragazzi venivano chiaramente dalla periferia, ma questo era anche un alibi per chi guardava il film, un modo per dire “non mi riguarda veramente”. Adesso ci siamo distaccati dal realismo, sociale e geografico. La violenza dei personaggi nasce dalla paura di perdere un ruolo che ciascuno di loro si è autoassegnato. Mentre la cronaca si archivia, l’archetipo resta”.

Come si spiega il passaggio da La terra dell'abbondanza a Favolacce?

“Non c’è stato niente di programmatico. Paola Malanga di Rai Cinema ha insistito perché facessimo un film più nostro, non dico ombelicale ma che fosse come un album di famiglia. Per il primo film abbiamo scelto il genere anche per dimostrare di saper usare la macchina da presa. Favolacce sarebbe stato impossibile come esordio. I nostri riferimenti sono Carver, Yates, Updike, tanta letteratura, un immaginario sospeso, americano, in cui c’è anche Charlie Brown. Siamo nati con questi scenari, per noi sono luoghi della mente. Come è nata la scelta di Elio Germano ? Il ruolo di Elio sulla carta non era straordinario, aveva poche scene. Ma richiedeva un attore che avesse una grande sensibilità e la voglia di mettersi a nudo come facciamo anche noi. Elio è difficile da raggiungere, perché è molto appartato, ma quando ha letto il copione ha voluto subito farlo“.

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