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Giovedì, 25 Giugno 2020 16:04

Francesca Matteoni e il viaggio come ricerca poetica

La poetessa e ricercatrice pistoiese Francesca Matteoni La poetessa e ricercatrice pistoiese Francesca Matteoni

di Marta Meli

Pistoia - “Non c’è naviglio come un libro / per portarci in terre lontane / 
né destrieri come una pagina / 
di poesia scalpitante”.

Questa traversata è offerta ai più poveri / senza peso di pedaggio / quant’è frugale la carrozza
/ su cui l’anima umana viaggia.”

Questi sono i versi, intrisi di potenza espressiva per immagini, della poesia 1263 di Emily Dickinson.

Il viaggio immaginativo, anche quando spostiamo da una parte all’altra il nostro copro fisico, ci guida verso un’esperienza davvero importante. Penetrare nella grotta e ascoltare le voci lontane, allora, diventa necessario se vogliamo vedere davvero, se vogliamo essere in quel luogo, al di là del tempo e dello spazio. Oltre tutti i mutamenti, oltre le forme viventi. Granelli di conoscenza in un mosaico che, effuso, rimargina talvolta la sua orma. Lasciarsi travolgere e ispirare a partire dalla mente. Il sogno si conferma essere un’altra finestra vicina, convertibile, da cui poter vedere le cose presenti e assenti. Si armonizza con la vita, con il reale che tutti condividiamo e diamo per scontato. Non sembra essere l’unico possibile. Varchi e sentieri si aprono, nel dono e nel sacrificio, all’accedere a universi provenienti da “quanti tempi” e “quanti dove”.

A parlarci del viaggio in tutte le sue dimensioni, e dei molteplici luoghi che possiamo abitare, è Francesca Matteoni, poetessa pistoiese e ricercatrice nel mondo.

“Il luogo è lo stesso / dei sogni, ma sei sveglia / e ti vedi le mani. / Chi incontri ha gli occhi strani: / vede il dentro dei corpi / alberi della preistoria. / Hai sete eppure non bere. / Arriva al pozzo delle radici / taci ogni nome che sale. / È tutto vero quello che credi - / ti salvi se cadi”- recita la poesia “Dall’altra parte”, di Francesca Matteoni.

Qual è stata la tua prima esperienza di viaggio?

La mia prima esperienza di viaggio risale a qualche anno fa. Ero in Inghilterra. Avevo poco più di vent’anni e, come molte persone, ho iniziato come cameriera, lavapiatti e factotum. L’esperienza di quella generazione, come ancora oggi, conduce alla casa in comune, agli incontri, alle conoscenze. E alla meraviglia dell’avventura.

C’è una prima esperienza che ha segnato il tuo cammino in modo particolare?

Un viaggio davvero molto importante per me è stato quello intrapreso nel 2001, quando ho raggiunto Finlandia e Lapponia. Ricordo, come fosse adesso, le camminate nel bosco selvaggio e l’aria a pieni polmoni tra i colori che la natura ci dona. Io sono legata a metà tra l’Appennino come luogo d’infanzia (e gli spazi della periferia, come Le Fornaci) e gli altri luoghi lontani come, appunto, i paesaggi nordici. Immaginavo la Lapponia fin da bambina, attraverso una storia che leggevo e rileggevo. Un poemetto scritto nel 2010 tiene insieme il viaggio in Lapponia e la Lapponia sognata da bambina. I luoghi sono più vicini di quello che si crede.

“È un paese di montagna, la sera è sospesa sulla testa. / Continua a camminare in un cerchio tra le case. / […] Veniamo dal sentiero e non ci importa / se fa buio” – riportano alcuni versi della poesia “La bambina”, da “Libro di Hor”, della poetessa.

Cos’è che intendi quando parli di ricerca nel viaggio?

Quando mi sono laureata, con W. B. Yeats, ho intrapreso il mio primo viaggio accademico in Inghilterra. Ho vagabondato spesso, ma la ricerca di qualcosa di più preciso non si è mai del tutto arrestata. La nostra casa è sparsa, o almeno la mia è disseminata: una in Maremma, una in Lapponia, una in Finlandia, una in Inghilterra, e una traversa l’amato Appennino. Tendenzialmente non vado matta per le grandi città, eppure Londra è la mia città. Non si tratta di esterofilia, ma molte delle mie più grandi esperienze le ho vissute proprio lì. A Londra si viaggia nel tempo e, inoltre, cerchiamo sempre quello che non c’è.

Ho girato molto anche per l’Europa: Francoforte, Berna, Madrid, Stoccolma e molti altri luoghi. La ricerca universitaria dona una grande libertà, anche se si è chiusi negli archivi a studiare, nell’analisi storica tutte le tue certezze possono andare al macero in ogni momento. E qui sovviene, nuovamente, il discorso sull’identità. Non sai più qual è l’orizzonte che chiami casa. Io so che sono a casa quando rivedo, da lontano e in altri territori, un certo crinale della Montagna pistoiese.

L’immaginazione, quando col corpo sei distante, consente a quel che vedi di trasmutare in altro. Un luogo lontano che ci ricorda chiaramente qualcosa, così tanto da poterlo vedere. Allo stesso modo accade quando da Pistoia ritrovo, attraverso la fantasia, i parchi di Londra. A me così vicini, perché tutto continua a esserci e a vivere.

“È tutto un segreto il silenzio / per non perdere il senno. O il sogno. / Alcuni degli altri mi videro / risalire per una scogliera / ripida sul mare, ma il mare / era lontano”- recitano gli ultimi versi della prima poesia da “Libro di Hor”.

Il tempo, lo spazio e la forza dell’immaginazione che tipo di relazione tessono tra di loro? In che senso cerchiamo quello che non c’è?

Sono stata a Kirriemuir, nelle Highlands scozzezi, dove J. M. Barrie era nato e dove avevano iniziato a vivere, dalle pagine fino all’immaginario collettivo, Peter Pan e l’isola che non c’è. Scorgere quel luogo è stato vedere anche quello che non c’era. Si tratta di una sorta di patto inesprimibile tra te e l’autore, per questo sono andata spesso alla ricerca di quello che non c’è. Allora, cos’è davvero importante: la storia che hai ricamato intorno o il viaggio “vero” del reale quotidiano?

Con W. B. Yeats è stato lo stesso. Presso la Contea irlandese di Sligo quello che vedevo andava oltre la mia presenza fisica. La memoria, i ricordi di quello che avevo letto ed esperito, attraverso il viaggio della letteratura, tornavano. Questa è la potenza dell’immaginazione e della poesia. Ero lì e vedevo le sue fate. Le fate di Yeats. Così è stato con il “Poema della montagna” di Marina Cvetaeva; in realtà la montagna di cui parlava non era che una piccola collinetta. “(Nei mucchi piumosi del sogno /- colline, cascate di schiuma! - / non io - nuova, strana all'udito, / la maestà del plurale: noi!)”.

Eppure, nella parola poetica diventa “la montagna”. Perché più riesci a collegare i luoghi più questi sono veri. È l’amore per le parole, viaggio della mente che diventa un’altra dimensione del reale. Quand’anche l’umano muore l’opera resta. Essa vive in eterno. E ritorna.

Ultima fermata a Visby. Da sola o in solitudine? Qual è il senso nascosto dall’apparenza? Cos’è cambiato nell’ultima e recente esperienza di viaggio?

Quando si fa ricerca siamo da soli, ma non c’è mai un vero senso di solitudine. L’esperienza a Visby, presso il centro per scrittori, è stata molto particolare e diversa dalle altre. Ho scritto moltissimo, ma ho condiviso altrettanto con alcuni dei presenti.

Come un volo immaginario del sangue: io sono pistoiese, della Sambuca pistoiese e Valdibure, mio nonno, invece, è marchigiano. La terra di mio nonno ancora mi parla, è il cuore dell’Italia, è “ombra e mar di colli infiniti”, è il centro del paese con cui posso fare pace. In Italia c’è troppa urbanizzazione, è oberata, è satura e, dunque, è divisione. Nelle Marche riprendi il vuoto. E da lì riparti.

Visby, la città sull’ isola di Gotland, è un punto ideale di raccordo delle regioni baltiche. Mi aspettavo di scrivere e ho scritto, ma non immaginavo lo scambio relazionale con gli altri, tutti provenienti da altri paesi o dall’area baltica. Ho conosciuto un anziano scrittore finlandese di origine svedesi, una scrittrice russa e una siriana. Così, finisci col parlare di chi sei e da dove vieni. La gente del nord ama profondamente la gente del sud, perché gli spazi di socialità italiani sono lontani da molte culture. Quando ho raccontato la comunità e la socialità dei Circoli Arci si è creato un momento di stupore.

Quanto conta la lingua, e dunque il pensiero, per la cultura della condivisione?

Il confronto umano, l’amicizia, la comunità oltre la lingua sono tutti fattori rilevanti. Senz’altro la lingua che più ci collega è l’inglese. E da qui si apre la possibilità dell’interscambio.

Quello che è emerso dalle conversazioni con gli altri, è la rappresentazione dell’Italia come fanalino di coda, perché non c’è un investimento nel tutelare chi scrive. Al contrario, negli altri paesi si hanno i mezzi e le risorse per poter affermare: “io di professione faccio questo”.

Se il problema americano è il divario, quello italiano è il ristagno. Siamo abituati a questo sentimento di stagnazione che non vediamo più alcuna breccia. L’arte, come dicevo prima parlando delle colline marchigiane, ha bisogno di vuoto, di spazio, di libertà e di riflessione. Non di saturazione. Ho scelto, ad ogni modo, l’italiano per scrivere.

Nonostante questo, sento comunque di stare in due lingue. Quando pensi e scrivi con due lingue, e – dunque – con due culture, la visione, la prospettiva e il pensiero si allargano. I punti di vista si moltiplicano. La lingua italiana è fortemente analitica, mentre l’inglese è produttivo-creativo (è la lingua con la quale si creano parole nuove).

Tutto questo conduce a una forzatura della propria lingua di appartenenza. E credo che nella poesia risieda la ricerca della “strana familiarità”. In qualche modo, la letteratura non è un bene di conforto, ma di “strana familiarità”. Essa è costanza inqueta, che pungola, come quando si sogna. Però sei a casa. Quando si inizia a viaggiare, con il corpo o anche solo con la mente, si tende a voler vedere e sentire cose specifiche che risuonano. Ritrovamenti. Tornare nei luoghi. Come visione da una mappa che oscilla.

Quali sono i viaggi e le chimere che riesci a vedere nel tuo prossimo futuro?

Tra i luoghi da esplorare c’è, sicuramente, La Repubblica dell’Altaj in Russia. Per il resto credo che sia importante, e quanto più essenziale e necessario, non vagare più tanto nello spazio, ma andare in profondità. Sia da fermi, sia in movimento. L’ultimo periodo che abbiamo passato ce lo ha ricordato. Io sono stata fortunata, avevo il bosco. Perché voler fuggire? Abbiamo bisogno di restare in profondità per esplorare noi, la terra e gli altri. Proprio come Henry David Thoreau che si perdeva nelle fronde, ma il vero viaggio era andare nel profondo, sostare nel buio.

“Alla fine avete trovato nei vostri vagabondaggi un posto dove la solitudine è dolce? Su quale montagna siete accampato al momento? – scriveva Thoreau in una lettera a Harrison Blake – Sebbene abbia trascorso bei momenti sulle montagne, confesso che il viaggio non ha portato alcun frutto che io conosca. […] Devi prima aver creato una domanda infinita […], e nello stesso momento in cui i piedi ti portano di qua e di là, viaggiare molto di più con l’immaginazione”.

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