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Mercoledì, 30 Settembre 2020 17:35

L’umiltà di Elio Germano conquista il Lucca Film Festival

Elio Germano al Lucca Film Festival (foto di Giovanni Fedi) Elio Germano al Lucca Film Festival (foto di Giovanni Fedi)

di Francesco Belliti

Lucca - “Il cinema è un lavoro collettivo, anche quando, alla fine, i premi sono personali”

La giornata di martedì del Lucca Film Festival era sicuramente tra le più attese, essendo interamente dedicata alla presenza, presso la kermesse, di uno dei volti più celebrati e riconosciuti del nostro cinema.

Elio Germano, nel pomeriggio, è stato impegnato al Cinema Centrale per due proiezioni del suo ‘Segnale d’allarme – La mia battaglia VR’, film in realtà virtuale diretto insieme a Omar Rashid e tratto dall’omonimo spettacolo teatrale che l’attore aveva scritto e portato in scena con Chiara Lagani.

L’evento in prima serata presso il Cinema Astra ha permesso a tutti gli appassionati di sentirlo parlare invece delle sue ultime interpretazioni per il cinema, in particolare quella nei panni del pittore naif Antonio Ligabue nel film ‘Volevo nascondermi’ di Giorgio Diritti, che gli è valsa anche l’Orso d’argento come miglior attore all’ultimo festival di Berlino. Il suddetto film è stato poi proiettato al termine del suo intervento.

Con un leggero ritardo rispetto all’orario programmato, Germano arriva in Piazza del Giglio, il tempo di sfilare e posare per i fotografi sul red carpet per poi dirigersi sul palco della sala dell’Astra. In tenuta casual, senza mascherina ma con una kefiah avvoltolata intorno alla faccia, l’attore romano, una volta giunto sul palco, mostra quel volto che negli ultimi anni non siamo quasi abituati a vedere, viste le sue continue trasformazioni. Un volto, seppur ricoperto di barba, ancora da ragazzino e le cui espressioni mimiche diventano addirittura infantili quando sorride all’applauso fragoroso del pubblico che lo accoglie in sala. Inizia dunque l’intervista, in cui emerge da subito la sua umiltà pur di fronte ai successi inanellati negli ultimi anni. In principio gli viene chiesto come ha affrontato l’interpretazione di Ligabue.

“Quando si interpreta un personaggio realmente esistito è importante fare un lavoro di ricerca, che è anche la parte più interessante del percorso. È un momento di totale libertà, perché ancora non sei diretto da nessuno e lavori individualmente con la tua fantasia. Ma io sono anche l’interprete della volontà di un regista: sono un suo strumento per comporre l’opera. Quindi si può dire che sia un giusto compromesso di entrambe le cose. La parte più bella è stata conoscere le persone che hanno conosciuto e vissuto Antonio Ligabue. Inoltre avviene un cortocircuito tra la vita reale e quella immaginaria, anche se l’ambizione primaria per me è quella della sincerità, ossia cercare di restituire la persona e ciò che ha lasciato”.

Non è poi la prima volta che Elio Germano dà voce e corpo ad importanti personalità del passato, basti ricordare soltanto il suo Giacomo Leopardi ne ‘Il giovane favoloso’ di Mario Martone.

“Un personaggio molto ingombrante a cui cercai di inventare un corpo. Ligabue e Leopardi sono diametralmente opposti: sono entrambi due disabili, due creature sbagliate, due errori che però ci hanno riconsegnato tanto. Sono anche due storture diverse: Leopardi abitava troppo nella sua testa, Ligabue era ‘tutto corpo’ e cercava di essere tutto quello che dipingeva. Sono stati due bellissimi viaggi, posso dire di essere stato fortunato ad interpretare due personaggi così importanti”.

“La bellezza del mio mestiere – continua Germano – è vivere esperienze che ci restituiscono sempre qualcosa, aldilà dei compromessi che nel corso di una carriera si possono fare. L’attore è a disposizione del regista ed è anche libero: l’attore è al servizio di qualcosa di più grande. Non c’è autorialità in questo lavoro, è un’altra forma di piacere. Può essere visto come il cucinare: gli ingredienti non li ho fatti io ma cerco di servirli in un modo che può piacere o stupire. Recitare per qualcuno è il piacere di sparire”.

Sui premi vinti come interprete, Germano rimane poi umilissimo: “Sono sempre rimasto stupito. Ma i premi dati agli attori, bisogna ricordarlo, sono in realtà premi dati ai film ed a tutte le persone che vi lavorano. La gente a volte non si rende conto delle tantissime competenze che rendono possibile la riuscita di un prodotto cinematografico. Gli attori e il regista sono solo la parte più in vista di un lavoro che rimane collettivo. L’attore non potrebbe fare una grande performance se non avesse quella troupe, quel momento che si apre a quella possibilità. Per questo, ogni volta che vengo premiato, ringrazio sempre tutti coloro che hanno preso parte al film e che hanno condiviso con me quell’esperienza. Il cinema è un lavoro collettivo, anche quando i premi sono personali”. 

“I personaggi che più amo? Sono quelli che devo ancora interpretare – così conclude Germano – L’innamoramento, una volta finito il lavoro, finisce. Sono le esperienze di set che rimangono di più: film brutti o andati male al botteghino che però ho vissuto fantasticamente o altri di successo dove invece l’atmosfera era pesante. Il più grande privilegio di questo lavoro è che riesci a farlo con continuità, di poter cambiare colleghi di lavoro: paradossalmente questa alternanza di persone ti consente di aprirti di più e di sentirti più libero”.

 

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