Martedì, 04 Settembre 2018 12:38

Cristiano canta Fabrizio. Non un semplicissimo "mi ricordo"

Un momento del concerto di Cristiano De Andrè Un momento del concerto di Cristiano De Andrè foto di Settembre // Prato è spettacolo

di Guendalina Ferri

Prato - Dal fondo di piazza del Duomo fa quasi uno strano effetto.

Si accendono le luci, l’applauso svanisce a poco a poco. E partono due canzoni che forse il pubblico fa fatica a riconoscere: Sinan Capudan Pascià e subito dopo ‘A cimma. Entrambe in genovese, entrambe quiete, il ritmo scandito dall’arpeggio della chitarra. E fa quasi uno strano effetto perché a vederlo seduto al centro del palco, le gambe accavallate, la chitarra in mano, la camiciona e i capelli sottili che piovono sulla faccia, Cristiano De André ricorda veramente suo padre Fabrizio.

“Avremmo dovuto suonare altre canzoni” spiega dopo le prime due. In effetti il tour in programma avrebbe dovuto portare sul palco del festival settembrino di Prato le canzoni dell’album “Storia di un impiegato”. A causa di problemi di voce, però, per tutta l’estate De André ha dovuto sospendere le prove. E quindi a settembre ha deciso di riproporre una scaletta già consolidata, quella del tour “De André canta De André”, anche se con alcune significative variazioni.

Si muove in modo curioso sul palco, saluta “Ciao Firenze”, borbotta contro chi avrebbe insinuato che ai suoi concerti non c’è mai nessuno – la platea, composta da posti a sedere numerati, è piena e anche sulle tribune c’è parecchia gente. Poi però Cristiano De André riprende a suonare ed è perfettamente a fuoco.

“È una messa laica, quella che suono stasera – spiega. – Un modo per ricordare mio padre, per portare un po’ della sua poesia in giro. Continuo a farlo perché la sua musica e le sue parole fanno bene all’anima”

Due pezzi veloci, ritmati, conosciutissimi: Don Raffaè e Dolcenera. Poi “l’unica canzone che ho scritto insieme a mio padre. Io la musica, lui il testo”: Cose che dimentico.

S’interrompe di nuovo, De André, per presentare la canzone successiva. È dedicata a un altro poeta. “Come tutti i veri artisti, è stato in grado di capire il suo tempo e forse anche di guardare oltre. Ma non tutti l’hanno capito. Al liceo il professore ci diede un tema: ‘Parla di Pier Paolo Pasolini’. E io, che ho sempre amato gli ‘Scritti Corsari’, ne parlai bene. Mi diede 2”. E subito le parole scivolano nel testo di Una storia sbagliata.

Da lì in poi non ci sono più interruzioni. Se ti tagliassero a pezzetti – con la “signorina Fantasia” che diventa “signorina Anarchia” tra gli applausi dei pochi che hanno riconosciuto la variazione, senza censure, che Faber portò in alcuni live – e Coda di lupo. Cristiano si sfila la chitarra e si siede al pianoforte per Verranno a chiederti del nostro amore. E il pubblico si anima nel sentire canzoni più conosciute come Andrea e la sua inconfondibile chitarra – suonata stavolta da Osvaldo Di Dio –, La cattiva strada, Un giudice, Il testamento di Tito. Prima di Creuza de ma tutto si ferma per qualche secondo, le luci si abbassano. Poi, mentre il suono dello shanai dà l’avvio alla canzone, De André soffia nel microfono: “A Genova”. E in dialetto inizia a cantare di coste liguri, di mulattiere, di tradizioni.

L’effetto strano, la somiglianza col padre Fabrizio, è dato in larga parte anche dalla voce. Simile nel suono, ha lo stesso modo di scandire certi versi, di farsi più ruvida, quasi secca, quasi sprezzante, sulle parole più importanti. È forse meno profonda, più giovane di una gioventù che non ha a che fare con l’età. È forse, semplicemente, la differenza che passa tra l’essere un ottimo interprete - un ottimo musicista, anche - e l’essere un cantautore. E quando ci si rende conto di questa cosa si può provare un po’ di malinconia. Accade più o meno a metà concerto. Quando capisci che una canzone come Amico fragile, in cui la musica è fagocitata da un testo denso, ingombrante, difficile, forse può cantarla solo chi l’ha pensata, scritta, sentita addosso una notte di fronte al mare di Genova.

È a questo punto che Cristiano decide di ribaltare le carte in tavola. Appoggia la guancia sul violino e si mette a suonare nel momento in cui Amico fragile, mezza parlata tra i denti e giocata su poche note, esplode. E a vederlo che suona, muovendosi a occhi chiusi, seguendo i suoni che si alzano, capisci che l’illusione si è rotta. Quello non è Fabrizio e questo non è un concerto di cover qualsiasi. È con quel violino – violino che Fabrizio non sopportava, da ragazzino, e che abbandonò presto per rifugiarsi nella chitarra – che Cristiano De André ribadisce di aver assorbito quella poesia “che fa bene all’anima” e di averla però fatta sua. Non è “De André che canta De André”. È “Cristiano che canta Fabrizio”. Ed è forse il momento più emozionante di tutto il concerto.

Il pubblico è senz’altro più attento di quanto non fosse all’inizio. È il momento per lanciarsi in una serie di grandi successi. Ma La guerra di Piero, certamente una delle canzoni più famose di Fabrizio De André, è proposta in una chiave diversa. Stravolta, quasi. La cadenza da ballata è sostituita da un ritmo molto più lento. Anche qui, forse, un modo per evitare che una canzone straconosciuta diventi una macchietta. E per riportare al centro il testo, sottraendolo al destino di quelle cose alle quali non si presta più attenzione, dopo un po’.

Tra le parole ben scandite e la voce bassa che le sottolinea, La guerra di Piero non è più la canzoncina che abbiamo tutti suonato col flauto alle scuole medie, troppo abituati. C’è il tempo di fermarsi a capire realmente qual è la storia di Piero e quanto è incredibile un passaggio che fa “soltanto il tempo avrà per morire / ma il tempo a te resterà per vedere / vedere gli occhi di un uomo che muore”. Roba che, a furia di suonare la marcetta col flauto, ci siamo persi per strada.

E poi Quello che non ho e Fiume Sand Creek. Le presentazioni del resto della band: Osvaldo Di Dio alle chitarre, Davide Pezzini al basso, Riccardo di Paola alle tastiere e Davide Danzi alla batteria.

Il bis è la sequenza, senza interruzioni, di La canzone di Marinella, Volta la carta – e torna il violino – e Il pescatore nell’arrangiamento che Fabrizio De André portò in giro con la PFM.

L’ultimo pezzo è affidato al pianoforte ed è forse la conclusione più ovvia per un concerto che è un ricordo, un’analisi, una messa laica: Amore che vieni, amore che vai.

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