Giovedì, 06 Dicembre 2018 19:33

Malcom Holcombe: "Sono un piccolo pesce in un piccolo stagno"

Ercoli e Holcombe durante le prove Ercoli e Holcombe durante le prove Leonardo Cecconi

di Leonardo Cecconi

 

Malcom Holcombe è uno di quei personaggi che veleggiano continuamente tra l'iconico o l'indifferenza, tra il successo e l'ascolto di nicchia.

Volto sofferto, che ricorda l'ultimo periodo di Chet Baker e voce graffiante e rauca alla Tom Waits, Holcombe si è affacciato alla musica relativamente tardi, con il primo lavoro pubblicato a trentanove anni, prima di cadere nell'abisso dell'alcolismo. La svolta arriva nel 2007, quando pubblica l'album “Gamblin' House” che gli vale l'attenzione di importanti riviste specializzate e la ribalta al grande pubblico. La rivista Rolling Stone lo descrive cosi “...non proprio country, da qualche parte oltre il folk, la musica di Holcombe è una specie di blues in movimento, alla ricerca degli angoli più oscuri del cuore”. In tour in Italia per presentare il suo quindicesimo album “Come hell or high water”, ci ha concesso una intervista prima di salire sul palco del Santomato Live, accompagnato da Paolo Ercoli al dobro. Personaggio schivo, introverso e umile, ma dotato di grande carica umana e di una dolcezza quasi infantile, sul palco si trasforma per creare eventi come quello pistoiese.

 

L'America viene spesso descritta in modo patinato, ma la tua America ci racconta altro, con personaggi teneri e tormentati.

“Ho avuto tanti problemi nella mia vita, dovendo prendere decisioni difficili e talvolta sbagliate; non voglio struggermi delle situazioni passate, però mi piacerebbe che le persone amassero la vita ed avessero voglia di stare assieme. La vita non è come un film di Hollywood e non capita di svegliarsi con una Ferrari in garage ed una bella donna nel letto; io amo l'interiorità delle persone, le loro storie. Tutto il mondo è uguale e nelle mie canzoni amo parlare di quello che la gente vive realmente, degli errori commessi, della sofferenza e dell'immigrazione. Non mi interessa passare una notte in discoteca a bere e stare con una bella donna, perchè la mattina ti svegli solamente con il mal di testa. Deve esserci compassione nel mondo; non ho una cura e non voglio dare risposte perchè ognuno ha una sua storia, ma parlo solo di quello che vedo intorno a me, senza dare giudizi”.

Come Tom Waits, hai iniziato a suonare in un locale dove facevi il tuttofare. Quali erano le reazioni dei clienti?

“Ho fatto tanti lavori e mi sono adattato. Avevo uno zio che suonava la chitarra e sono cresciuto ascoltando la radio e guardando una trasmissione televisiva in bianco e nero che trasmetteva musica bluegrass, soprattutto di notte. Era il 1965 e le radio trasmettevano soprattutto i Beatles ed i Rolling Stones; di fatto ho iniziato a suonare quando facevo le medie, assieme ad alcuni amici e nel 1976 ho messo in piedi una piccola band che faceva cover folk in genere, a partire da Bob Dylan. Poi mi sono messo a scrivere cose mie e sono stato aiutato a fare il primo disco”.

La rivista Rolling Stone ha descritto la tua musica un blues in movimento. Tu in quale contesto la inseriresti e quanto ti ha influenzato la montagna e l'ambiente nel quale sei nato?

“Mi definisco un folk singer e non amo troppe definizioni; in America ogni tanto si inventano qualche nome per definire la musica e vendere di più. C'è un detto in America che dice: Se continui a camminare davanti ad un parrucchiere riuscirai ad avere un taglio di capelli. Questo per dire che io ho sempre fatto la mia strada musicale, che si chiama folk, molto semplicemente. Dalla finestra di casa mia vedevo i monti Appalachi, che sono come gli appennini e sono stato influenzato fin da piccolo da quell'ambiente e dalla all time music, country e folk, da Tom Paxton a Bob Dylan”.

Esistono differenze tra il pubblico europeo e quello statunitense?

“Non molte, anche se nel nord Europa come in Italia, Olanda, Germania o Inghilterra c'è più attenzione all'ascolto; a volte vedo gente che conosce le mie canzoni e le canta durante il concerto. Anche in America la gente ascolta, ma a volte capita che nei piccoli locali si assiste a scazzottate perchè la gente beve molto. Io sono un piccolo pesce in un piccolo stagno, quindi suono in piccoli locali o teatri; vivo per suonare e se piaccio bene, altrimenti pazienza”.

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