Mercoledì, 02 Gennaio 2019 09:43

Riccardo Galardini, una chitarra al servizio della musica

 Immagine gentilmente offerta dall'artista

di Leonardo Cecconi

Ha collaborato con due dei più grandi artisti italiani degli ultimi anni come Francesco Nuti ed Ivano Fossati, uniti dal filo conduttore della musica.

Riccardo Galardini, pratese classe 1956, è un affermato chitarrista e collaboratore di tanti importanti musicisti, che dopo anni di carriera ha deciso di comporre un disco tutto suo, uscito da un paio di mesi ed intitolato “L'isola colorata”. Il cd verrà presentato sabato 5 gennaio alle ore 17, presso il negozio di dischi Niccoli, a Prato. Ha collaborato alla composizione, arrangiamento e realizzazione di oltre trenta colonne sonore tra le quali “Madonna che silenzio c'è stasera”, “Stregati” e “Mediterraneo”, fatto parte di varie formazioni jazz, lavorato in studio e in attività concertistica con Pupo, Laura Pausini, Raf, Marco Masini, Patti Pravo, Ivano Fossati, ecc. Senza dimenticare le direzioni d'orchestra e le attività didattiche. Lo abbiamo incontrato per una intervista esclusiva al nostro giornale presso il Talu Caffè, nel pieno centro storico pistoiese e gestito dal figlio.

 

Quale tipo di chitarra preferisci e quali sono le tue influenze musicali?

“Ho sempre avuto un approccio multigenere e multistrumentale, suonando contemporaneamente 2/3 tipi di chitarra diverse; questo da una parte è molto divertente, ma non mi ha permesso di specializzarmi e raggiungere l'eccellenza in una. Visito sempre vari mondi e nelle tappe della mia carriera, partendo dalle collaborazioni con Pupo, Laura Pausini, Raf, Ivano Fossati o Francesco Nuti, ho sempre fatto in modo proporzionale; quando avevo vent'anni sono partito con Pupo, fino a quella che definisco l'università del pop con Ivano Fossati. Le mie influenze sono state diverse, perchè da parte di mio padre e mio nonno mi venivano ascolti jazz; in casa mia c'erano i 78 giri con la lirica ed il jazz mainstream, come Duke Ellington e Louis Armstrong; ritengo Armstrong il più grande cantante in assoluto ed il più grande improvvisatore vocale che ci sia mai stato. Poi ho ascoltato Giant Steps di Coltrane quando avevo dodici anni ed a livello di ascolto mi ha intrigato moltissimo; dopo sono arrivati i Beatles, che si sono sciolti quando avevo quattordici anni e quei dischi me li sono letteralmente mangiati. Insegnando, mi rendo conto che quello che si ascolta in infanzia o in famiglia è importante, perchè torna comunque fuori”.

 

Quale collaborazione ti ha maggiormente arricchito?

“E' facile rispondere Fossati, perchè è un cantautore d'eccellenza. Quando a vent'anni suonavo con Pupo, per quei tempi, è stato il massimo perchè ho dovuto affrontare delle difficoltà professionali che erano nuove per me. Quindi direi che ogni esperienza mi ha formato, come una scuola, con la fortuna di andare in crescendo ed arrivando a Fossati nel periodo della maturazione, con la sicurezza e l'ampiezza giuste. Umanamente sono state tutte esperienze molto ricche, perchè essendo stato per loro un collaboratore, in alcuni casi sub alterno, ho sempre mantenuto il rispetto dei ruoli. Non sono mancate diversità di vedute, ma questo è normale quando esiste un rapporto franco e diretto”.

 

Che differenze esistono tra il lavorare ad un disco, rispetto ad una colonna sonora.

“In una colonna sonora convivono più generi, quindi esiste una maggiore libertà espressiva. Con Francesco Nuti ad esempio era cosi ed in quelle colonne sonore ero arrangiatore e quasi sempre compositore e co-autore, quindi mi divertivo a tuttotondo. Nei dischi il mio apporto era più specifico nelle parti di chitarra, quindi un'ampiezza diversa, ma esperienze comunque affascinanti”.

 

Oggi si fa un gran parlare di trap e delle differenze tra la musica di ieri e quella di oggi. Qual'è il tuo pensiero in merito?

“Non vorrei banalizzare dicendo che prima la musica era più bella, anche se in parte è vero. Il fatto è che oggi prevale la velocità e tutto si consuma e decade più velocemente; prima un disco durava in classifica anche più di un anno, per cui la discriminante è che oggi fai una musica sapendo che durerà poco, come gli oggetti. Bisogna capire se c'è possibilità di non far scadere la qualità. Un disco lo puoi registrare a casa, su un computer, perchè viene ascoltato su supporti sonori da poche decine di euro, quindi perchè registrare e spendere a monte, per una cosa che a valle viene ascoltata su qualcosa usa e getta. La ricerca dei nuovi generi è giusto che ci sia, perchè porterà a qualcosa di diverso ancora”.

 

Sei anche stato direttore e musicista nell'orchestra di Sanremo. Come trovi i Festival degli ultimissimi anni?

“Sanremo non è cambiato molto rispetto al passato ed è un passaggio molto importante, facendo parte della tradizione storica della nostra musica. Prima ci arrivavi con le case discografiche, adesso con i talent, ma l'ammissione è sempre stata in un modo poco trasparente; si parla per sentito dire, ma sappiamo che in buona parte certe cose sono vere. Rispetto ad alcune edizioni del passato forse la lista dei big fa un pò sorridere, ma Sanremo fa la sua funzione, né più e né meno”.

 

E' uscito finalmente il tuo primo lavoro discografico.

“Si, dopo tante collaborazioni è uscito il mio primo disco; sentivo la necessità di fare qualcosa di personale, visto anche che molti me lo chiedevano. Era giusto dare una forma a diverse cose che avevo nel cassetto ed ho registrato “L'isola colorata” con la Alfa Music. Ha avuto una bella realizzazione e buoni riscontri da chi lo ha acquistato ed ascoltato. E' un disco strumentale, anche se alcuni pezzi avrebbero un testo e melodie cantabili, quindi un jazz in buona parte melodico, quello che fa parte del mio percorso”.

 

Cosa ha perso l'Italia dopo il ritiro dal loro lavoro, per motivi diversi, di due grandi come Ivano Fossati e Francesco Nuti?

“L'Italia non ha perso niente perchè la decisione di Ivano è stata molto ponderata; evidentemente non si sentiva più di dare quello che ci si aspettava da un artista come lui. Un cantautore non è un forno che sforna pane ogni giorno e la sua opera forse era completata; quando i Beatles si sono sciolti mi è dispiaciuto, ma avevano scritto oltre duecento brani in sette anni, cosa dovevano fare? Forse anche per me è stato un bene, perchè negli ultimi sei anni ho iniziato a dare forma alle cose che avevo fatto in carriera, ad insegnare nei conservatori a Cuneo e Venezia, fare un'orchestra giovanile dedicata ai brani dei Beatles e quindi cercare di andare avanti nelle mie cose. L'esperienza con Nuti è stata molto ricca; Francesco musicalmente è stato sempre curioso ed interessato ad esplorare nuove cose, ascoltando anche molto jazz. A venticinque anni mi ha permesso di condurre l'orchestra jazz della Rai di Roma ed entrare a contatto con studi e musicisti di altissimo livello; anche economicamente mi ha dato sostegno, perchè i film di Francesco vengono fortunatamente trasmessi. Anche per lui vale il discorso di Fossati; se la sua strada fosse stata diversa sicuramente avrebbe potuto esplorare nuove cose, perchè è stato un artista vero e sincero. Quello che lui ha dato è comunque tantissimo e merita di essere valutato e rivalutato”.

 

Esiste un artista italiano con il quale vorresti collaborare?

“Diciamo che quello che ho fatto mi ha arricchito e gratificato, quindi non ho voglie particolari. Posso dirti che mi è piaciuto molto il disco del trio Silvestri/Fabi/Gazzè, ma non sento cose particolari; sono più curioso di realizzare le mie idee, ma al momento non voglio parlarne per scaramanzia. Credo però che l'esperienza delle collaborazioni sia chiusa, almeno al momento”.

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