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Lunedì, 28 Gennaio 2019 09:14

Stefano Tamborrino aka Don Karate, un caledoscopio di parole e musica

 Thomas Dell'Agnello

di Leonardo Cecconi

Artista eclettico, vulcanico e geniale, il fiorentino Stefano Tamborrino è tra i batteristi jazz più richiesti del panorama nazionale.

Ha iniziato a suonare realtivamente tardi, nel 2000 all'età di 19 anni ed è il primo a non voler essere etichettato. Da allora ad oggi ha portato avanti il suo percorso musicale da autodidatta, cosa che ha favorito la formazione di un suo stile più personale e unicamente dettato dall’istinto. Molteplici sono le sessioni di studio con musicisti affermati e di notevole talento. Tra i fortuiti incontri e le collaborazioni stabili possiamo annoverare i nomi di: Stefano Bollani, Enrico Intra, Ares Tavolazzi, Chris Speed, Louis Cole, David Binney, Gianluca Petrella, Area e molti altri tra cui gli Hobby Horse con i quali è giunto alla pubblicazione del sesto album, il quale a sua volta va a collocarsi in una lista di oltre 40 dischi registrati nel corso degli ultimi anni. Tra il serio ed il faceto, con la grande ironia che lo contraddistingue, ci ha concesso una esplosiva intervista in esclusiva, in cui ci parla del suo passato, del presente e dell' immediato futuro. In attesa ovviamente di I Dance To The Silence, l'esordio discografico del suo progetto musicale a firma Don Karate, nel quale Stefano è autore, arrangiatore ed esecutore della totalità del materiale, in un curioso ed affascinante connubio in cui convivono jazz, pop ed elettronica.

Hai iniziato a suonare "tardi" e da autodidatta. Come hai scoperto di voler diventare un musicista?                                   

“Dietro ad ogni scelta cruciale della vita c’è sempre e solo una donna ed anche in questo caso la mia vita non ha certo brillato per originalità. Andavo alle scuole medie quando, nel paesino in cui vivevamo, il bagnino della piscina comunale strappò il cuore della principessa indiscussa della mia gioventù, colei che essendomi più adulta, già allora, interpretava al contempo il ruolo di Rambo e di madre numero due nei miei confronti. È giunto forse il momento propizio a rivelarvi che la donna di cui sto parlando non era la mia amante: era allora e continua ad essermi ancor oggi, mia sorella maggiore. Essendo lei la Cenerentola, il Conan il barbaro della mia infanzia, pensai che il bagnino dovesse essere quasi un super eroe per averla conquistata. Se pur in paese non fosse ancora corsa voce di alcun salvataggio avvenuto in piscina, bisogna ammettere che ancora non era morto annegato nessuno. Ciò non mi pareva tuttavia sufficiente da parte sua, a trovare in mia sorella una fidanzata e cominciai presto a covare in me il dubbio che vi fosse un potere segreto a consentirgli quel fascino, che lo slip da bagno non gli conferiva affatto. Appresi presto che il ruolo di salva annegati era solo una copertura delle sue reali ambizioni, una sorta di piano B, mentre il sogno della sua vita era calcare i palchi del mondo come un’autentica rockstar della batteria. Li, in piscina, su due piedi, dentro le infradito, compresi che quello sarebbe stato il mio futuro. Adesso lui pulisce i bagni nello stesso centro sportivo comunale, mentre io sono famoso come un drago. Non è vero, lui è un imprenditore di successo e io mi limito a fare del mio meglio. Così, per anni sperai che Babbo Natale o in alternativa babbo Tamborrino, mi portassero in dono la batteria che mai arrivò, fino a quando, a diciannove anni, misi insieme i miei risparmi e comprai un vero e proprio rottame”.

Sei uno dei batteristi più eclettici del panorama nazionale, ma immagino che tu non ti definisca un batterista jazz?

“Hai fatto centro baby, immagini molto bene. Ho sempre detestato le definizioni di genere, in quanto ritengo esse costituiscano le solide basi del pregiudizio, ma comprendo l’esigenza di ricorrere a dei clichè quando si ha bisogno di parlare di musica. È chiaro tuttavia che, di musica, un musicista preferisca suonarne anziché parlarne, altrimenti non ci sarebbe motivo per rubare i sogni dei bagnini... A questo devi sommare il rispetto che porto nei confronti di coloro che, nel proprio percorso, hanno scelto di sposare con dedizione una sola via musicale, sviscerandone ogni passaggio e sviluppando una coscienza storica e teorica, che non mi appartiene affatto. Non mi considero dunque un jazzista”.

Come si può rendere poetico uno strumento come la batteria? Hai mai pensato al polistrumentismo?

“Forse bisognerebbe prima riflettere sul concetto di poesia. Si è abituati a considerare poetico soltanto ciò che ha un riferimento amoroso o paesaggisticamente armonioso, aulico. Io ritengo invece la poesia sia la dannazione che un poeta si trascina attorno. La poesia è una condizione del poeta, qualcosa che lo circonda ed a cui non può sottrarsi. Quindi, per rispondere alla tua domanda, credo l’unico modo per trarre della poesia da uno strumento come la batteria, sia quello di metterla in mano a un poeta. Se pensi io mi stia riferendo a me stesso, sappi che nel mio ultimo disco la batteria non c’è e questo mi dà modo di agganciarmi alla seconda parte della tua questione. In I Dance To The Silence ho suonato tutto quello che puoi ascoltare, ad esclusione della batteria. Non per questo mi considererei un polistrumentista, in quanto non so suonare nessuno degli strumenti che ho toccato. Posso dirti però che mi diverto, per l’appunto come un bambino, a giocare con qualsiasi cosa abbia la capacità di emettere suoni e finisca nelle mie mani”.

Parlaci del tuo lavoro, quando uscirà e come mai la decisione di produrre una cassetta. A dire la verità, questo supporto sembra stia tornando prepotentemente di moda, soprattutto in Inghilterra.

“Sarò sincero, come sempre del resto e spero questo tu possa percepirlo: non è stata una mia idea. La proposta è arrivata da Rous Records, ovvero l’etichetta con cui è uscito l’album. Io mi sono limitato a pensarci su e ad accogliere con entusiasmo l’idea. Con il rapido passare del tempo, il supporto del CD ci sta gradualmente salutando. Avrai notato che le nuove auto non dispongono più di un lettore, così come già da qualche anno ne sono sprovvisti i computers. Il mercato ci invita dunque a liberarci dal supporto fisico, in favore di un acquisto “etereo”, di musica che più del solito, si ha l’impressione non sia tangibile nella materia. Esistono tuttavia persone come me, che non guardano film online e non scaricano musica. Persone che hanno bisogno di un contatto materiale anche nei rapporti sociali. Dunque, per coloro a cui piace vedere un oggetto e legarlo a un ricordo, si è deciso di infilare la mia musica in una cassetta. Tutti coloro che non dispongono di un mangianastri non devono disperare, in quanto la cassetta porterà al suo interno una cartolina d’artista, illustrata da Noumeda Carbone, con il codice per il freedownload del disco in digitale. Noumeda, un’artista straordinaria che vi invito a seguire, è colei che si è presa cura anche dell’ artwork in copertina. Tornando a I Dance To The Silence, è un lavoro basato sul gioco in cui mi sono divertito a stratificare idee musicali, esplorando strumenti che non avevo mai preso in mano prima. Non c’è computer, tutto quello che ascolti è suonato, sinanco il suono di clap che ricorre in ogni brano. Trattasi di un pedalino costruito in ex Unione Sovietica, che emette solo quel suono. A questo somma il fatto che il disco è stato mixato e masterizzato magistralmente su un banco analogico degli anni settanta da Antonio Castiello e Aldo De Sanctis, al JambonaLab di Cascina. Tutte queste informazioni dovrebbero essere sufficienti ad annoiarti e al contempo farti capire il valore del connubio tra la mia musica e un supporto low-fi come la cassetta. Comunque, se proprio vogliamo buttare benzina sulla noia, ti dico che in queste sessioni di produzione sono stato seguito dai miei più cari amici: Francesco Morini, Dan Kinzelman, Francesco Ponticelli, Renato Cantini e Martino Lega. Ognuno di loro mi ha accompagnato nella registrazione di uno o più brani, senza suonare, come un vero produttore. Devo a loro questo lavoro”.

Come mai la scelta dello pseudonimo Don Karate?

“Don Karate è il nome di un entità nata in primis come protagonista di una fiction girata anni fa in compagnia di qualche amico geniale. La storia, venutami in mente durante una notte in cui avrei potuto fare un sacco di altre cose come ad esempio dormire, tratta di un reduce del Vietnam che durante mesi di prigionia nelle mani del nemico, ha appreso le arti marziali. Al rientro in patria non viene riconosciuto dalla propria famiglia e, ormai allo sbando, decide di partire per un non luogo, quando Dio gli si frappone chiedendo di portare la propria parola ai più deboli per mezzo del karate. A quel punto il soldato si fa prete e comincia a compiere miracoli attraverso le mosse di karate, resuscitando morti, facendo volare polli e quant’altro. Detta così sembra una storia abbastanza surreale, ma in realtà lo è molto di più. I primi tre episodi di questo capolavoro giacciono adesso sul fondo di un hard disk che spero di poter riparare quanto prima. L’ultimo episodio, incompleto, godeva della straordinaria partecipazione di David Riondino”.

Quali sono gli “ascolti” che ti hanno cambiato la vita e quale musicista, con il quale hai lavorato, ti ha lasciato a bocca aperta?

“Partiamo dal presupposto che mio padre suona la chitarra e in casa c’è sempre stata musica. Se non fossi mai andato a sentire le prove del suo gruppo, non sarei mai stato affascinato dalla musica ed è probabile quindi sia stato questo l’ascolto che mi ha cambiato la vita: lui che suona in una cover band, che spazia dai Pink Floyd ai Pooh, senza soluzione di continuità e forse anche senza troppo senso. Dobbiamo però considerare che la vita è soggetta a un mutamento costante. La mia vita viene continuamente cambiata, ogni giorno, anche dagli ascolti che affronto. Due giorni fa ho scoperto un compositore finlandese, Einojuhani Rautavaara, di cui non avevo mai sentito parlare e adesso sono felicissimamente impaziente di poter indagare tutta la sua straordinaria produzione. Ciò di cui ho acquisito maggiore coscienza negli ultimi anni, è l’infinita vastità della mia ignoranza e quanto essa sia in un certo senso la fonte a cui abbeverare la mia felicità. Ogni volta che sento sete mi rivolgo a questa bacino e scopro una sfumatura diversa nei sapori dell’acqua, una cosa che non conoscevo prima, di cui non avevo mai sentito parlare. È straordinario. Riguardo ai musicisti importanti con cui ho avuto la fortuna di lavorare, è difficile stilare un elenco, non tanto per la quantità, quanto per il fatto che ogni evento ha la sua importanza all’interno del contesto in cui viene vissuto. La prima band con cui ho suonato faceva probabilmente schifo, ma non è facile comprendere quanto sia stata importante quella tessera nel mosaico della mia vita. È solo una questione di “contesto storico”. Di recente, il celebre sassofonista David Binney, mi ha reclutato all’interno del suo trio insieme al batterista Louis Cole. Suonare con loro negli Stati Uniti e in Asia è stata un’esperienza magnifica, di grande accrescimento. Dave è un vulcano, musicalmente inarrestabile. Ha la capacità di sviluppare un discorso di ore, mantenendo un’architettura impeccabile e senza risultare lezioso, anche quando il suo argomento si basa su due soli accordi. Di Louis, oltre alle incredibili capacità strumentali, mi ha impressionato l’oculatezza nei suoi investimenti di tempo. Ogni volta in cui aveva dieci minuti liberi si metteva a lavoro ed è stata per me una lezione di vita gigantesca. Da quando sono rientrato da quel tour ho scritto musica per circa cinque, forse sei dischi”.

Progetti nell’immediato futuro, sia in sala d’incisione che dal vivo?

“Il 14 febbraio, Don Karate presenterà I Dance To The Silence il mio ultimo, nonché primo disco. Ciò avverrà presso lo Spazio Viaggiatori, una cornice esclusiva di architettura minimalista adiacente la stazione di Firenze. In collaborazione con il collettivo Intro-Spettiva, stiamo organizzando un release party destinato a rimanere scolpito nell’imperitura memoria della nightlife fiorentina. Questo collettivo, oltre a collaborare all’organizzazione integrale dell’evento, si occuperà delle arti digitali, proiettando una selezione di immagini a cura dell’artista Jonathan Tegelaars. Il tutto sarà preceduto e seguito da un bel djset del medesimo collettivo. Riguardo alla band, devi sapere che Don Karate, da due anni, calca il palco sia in versione acustica, con Pasquale Mirra al vibrafono e Francesco Ponticelli al basso, che in duo elettronico con Francesco Morini in arte Millelemmi. In questo concerto ho deciso di fondere insieme le due cose, in modo da poter fruire delle sfumature e delle dinamiche degli strumenti acustici, ma al contempo di poter portare sul palco l’impatto sonoro che solo l’elettronica può procurare. All’inizio di febbraio ci chiuderemo in un casolare nelle campagne di Arezzo per fare un lavoro profondo sul nostro nuovo suono. Ho molte aspettative da questa band, perché so di potermelo permettere. (…ragazzi state leggendo? Studiate). Riguardo al futuro: a breve entrerò in studio con Seacup, il mio quartetto d’archi, ma spero di questo, avremo modo di parlare in futuro”. 

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