Giovedì, 30 Gennaio 2020 18:32

I mille volti dell'amore nell'ultimo album di Lorenzo Del Pero

La copertina dell'album La copertina dell'album

di Andrea Capecchi

Pistoia – L'amore visto in tutte le sue sfaccettature e i suoi significati, tra autobiografia, critica sociale e spiritualità.

Un disco sofferto, faticoso, impegnativo, “difficile da produrre e da ascoltare”, e proprio per questo profondamente personale, autentico e sentito dall'autore, che con questo ultimo lavoro ha avvertito la necessità e il bisogno di dire qualcosa: e lo ha fatto attraverso la musica, come un messaggio chiuso in una bottiglia e affidato alle onde del mare.

Si intitola “Dell'amore animale, dell'amore dell'uomo, dell'amore di un dio” il nuovo album del musicista e cantautore pistoiese Lorenzo Del Pero, pubblicato da poche settimane da Vrec e prodotto dallo stesso autore e New Generation che si avvalgono di DavveroComunicazione per la promozione: nove canzoni più una decima a fare da “raccordo” all'intera tracklist con una intro, due intermezzi e un finale, pensata proprio per “dividere” l'album in tre sezioni. Un disco che “racconta molto di me”, come rivela Lorenzo fin dall'inizio, e che abbiamo avuto il piacere di scoprire insieme all'autore.

Il titolo contiene per tre volte la parola “amore”: è un viaggio alla scoperta di questo sentimento?

Sì, ed è un viaggio sofferto, privato, molto intimo non tanto negli arrangiamenti quanto nei significati che per me l'amore esprime. Il disco è pensato come un concept album: termine che forse oggi non va più di moda, ma che si riconnette a una lunga tradizione del grande cantautorato italiano e internazionale. È un disco esigente, che chiede all'ascoltatore di prestare attenzione, di riflettere, di dedicare alla musica una mezz'ora del proprio tempo.

Quali sono i tuoi modelli musicali di riferimento?

Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove la musica era di casa: fin da piccolo ho iniziato ad ascoltare i grandi cantautori italiani come Vecchioni, De Gregori, Guccini e De Andrè. Soprattutto questi ultimi due hanno avuto una certa influenza sulla mia crescita artistica e musicale. Ma non mancava nemmeno la musica internazionale: fin da bambino ascoltavo Bob Dylan, Jimi Hendrix, Simon and Garfunkel, Leonard Cohen, Neil Young. Crescendo mi sono affezionato al rock e al punk: ho iniziato a suonare la chitarra e nello stesso tempo ascoltavo gli album di gruppi rock come Led Zeppelin, Black Sabbath, Rolling Stones, Stooges e tutto quello che mi passava per le mani con grande voracità cominciando a portare avanti quella fusione o contaminazione tra generi e stili diversi che è l'essenza di una musica personale e originale.

Nel tuo caso, un'anima rock che incontra la musica d'autore.

Ho sempre apprezzato la commistione tra arrangiamenti rock e testi personali e riflessivi, ereditando l’importanza della qualità: non conta quanto tempo ci metti, non conta il numero delle canzoni, conta soprattutto il non aver paura a mettere nel disco la propria anima.

Questo tuo ultimo album segna anche una discontinuità con i tuoi lavori precedenti.

È il secondo album con testi scritti in italiano. O meglio, è il primo album interamente concepito come tale. È stato un episodio curioso e casuale, avvenuto qualche anno fa, a farmi maturare questa progressiva conversione dall'inglese all'italiano: mentre ero in sala prove, prima della registrazione di un disco, mi metto a cantare l'Ave Maria di De Andrè e il produttore, sentendomi, mi propone all'istante di ritradurre tutto il disco e pubblicarlo in italiano. Così è stato: e da qual momento, in un certo senso, è iniziata la mia “svolta” in senso più cantautoriale.

Sei contento di questa scelta?

Sì, anche perchè sono convinto che la musica debba adattarsi al percorso di crescita personale e ai nostri stati d'animo, alle nostre emozioni, alla profondità dei temi che vogliamo affrontare, per questo penso che non sarei stato in grado di esprimere quello che avevo in testa nella lingua inglese. In questo disco la musica diventa più acustica, si continua a sentire l'influenza rock negli arrangiamenti e nella voce a tratti rabbiosa, ma tutto è inserito in un contesto cantautoriale.

Uno dei fili conduttori dell'album è la spiritualità: in che senso?

Non è una spiritualità nell'accezione cristiana: non parlo di religione. Io stesso, un po' per comodità, mi definisco un agnostico: non mi reputo in grado di credere a qualcosa con un semplice atto di fede. Ma non per questo rinuncio alla ricerca e all'indagine: la musica è costante scoperta, è il viaggio dell'uomo curioso alla scoperta di se stesso e del mondo. La musica stessa è la mia fede, la mia spiritualità: è un modo per scavare e cercare nelle profondità del nostro animo.

Una spiritualità che si intreccia con l'amore.

C'è l'amore di chi è riuscito a donarsi agli altri in maniera gratuita, senza pretendere nulla in cambio e senza barattarlo con qualcos'altro. C'è l'amore personale, autobiografico, che mi fa riflettere sulle occasioni perse, sugli errori commessi, su come non sia riuscito ad amare come avrei voluto. C'è l'amore per il mondo, espresso in una canzone in cui lancio una dura critica trasversale contro le classi dirigenti e politiche a livello globale che stanno portando avanti un'opera di disumanizzazione e un tentativo di calpestare i diritti basilari dell'individuo, mettendo l’uomo contro l’uomo.

Pensi che questo album, per i temi che affronti e gli arrangiamenti che proponi, possa segnare un momento di svolta nella tua carriera artistica?

Sinceramente, per quanto riguarda la carriera, non mi pongo il problema. Ho fatto questo disco perchè sentivo il bisogno di farlo. Certo, mi farebbe piacere che venisse ascoltato da quante più persone possibili, non solo per un atavico peccato di vanità insito in ogni artista, ma anche perchè mi è costato tanto in termini di lavoro, di lacrime versate, di notti insonni, cercando di dare vita a qualcosa di diverso, di fastidioso, di faticoso.

Perchè ascoltarlo, allora?

Forse, semplicemente, per fermarsi una mezz'ora a riflettere su temi di portata universale. Alla base di questo disco c'è un messaggio, che può piacere oppure no, che può essere condivisibile o meno, ma che io sentivo la necessità di trasmettere attraverso la musica. Non è un tentativo di mettere tutti d'accordo: è un viaggio sofferto e scomodo negli angoli più remoti del sentire, nei sentimenti che spesso proviamo ma abbiamo paura di affrontare a viso aperto. È un grido di rabbia, un modo per dire “ci sono anch'io”.

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