Speciali Reportcult: Pistoia Blues


 
 

Martedì, 07 Luglio 2020 12:38

Io, Ian e Ian: il mio primo Pistoia Blues

Jethro Tull e Deep Purple sul palco del Pistoia Blues (foto di Carlo Quartieri) Jethro Tull e Deep Purple sul palco del Pistoia Blues (foto di Carlo Quartieri)

di Francesco Belliti

Pistoia – L’estate della maggior età tra le note dei Jethro Tull e dei Deep Purple

Ho sempre avuto la convinzione di essere nato, per quanto riguarda la musica e non solo, nell’epoca sbagliata. Qualcuno potrebbe dire che, in quanto a gusti, sono sempre stato vecchio, anche se forse la verità è che non mi trovavo in sintonia con il cosiddetto ‘nuovo’ (che poi era più vecchio del vecchio). È per questo che, per ragazzi come me che, dai 15-16 anni, avevano scoperto il variopinto passato del rock internazionale, il Pistoia Blues del 2008 poteva avere il sapore di una personalissima Woodstock.

Personalissima ed eretica, illusoria e ordinata. Talmente priva di chissà quale velleità di ribellione e autonomia che, al primo concerto, andai con mio padre. Su mia diretta iniziativa. Come potevo d’altronde, dopo anni in cui lo avevo visto consumare i vinili e CD di ‘Aqualung’ e ‘Thick as a brick’, non chiedergli di venire con me a vedere i Jethro Tull in Piazza del Duomo?

Entrammo in piazza quella sera del 5 luglio e vedemmo da subito il parterre con posti rigorosamente a sedere. Una volta accomodatici a un’altezza ottimale dal palco, venni da subito colpito dalla Babele di lingue che contraddistinse il pre-concerto: inglesi, francesi, scandinavi, americani. Attempati rockers che conservavano gelosamente i decenni di live nell’abbigliamento e nella capigliatura. Il luglio pistoiese dove il mondo si riuniva in un congresso delle nazioni unite della musica.

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Poi arrivarono loro. Ian Anderson, con bandana, maglietta e gilet: lontani i tempi delle sue stravaganti mises. La voce che già pagava lo scotto degli anni, ma quando afferrava il suo flauto traverso e cominciava la sua danza la macchina del tempo entrava in funzione. Martin Barre con i suoi assoli conservava ancora la potenza e la capacità di trascinare. Mio padre saltò diverse volte dalla sedia, esaltato quasi fosse un mio coetaneo. Con ‘Aqualung’e ‘Locomotive Breath’, ultimi colpi dell’esibizione, le regole saltarono: nessuno era più ordinatamente a sedere e i responsabili della sicurezza facevano allegramente spallucce.

Il 12 luglio fu invece la volta dei Deep Purple. Stavolta con un gruppo di amici, in piedi sotto il caldo estivo che pian piano si attenuava. E quindi il loro ingresso. L’altro Ian, Gillan, che ci sconvolse con la sua voce ancora capace di vigorosi acuti. Il sound duro e trascinante che avevamo ascoltato mille volte estraniati nelle nostre stanze.

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Ma più di tutto mi ricordo il post-concerto nella discesa di Ripa delle Stinche ad aspettare queste leggende prima della loro partenza: l’incredibile momento in cui si concessero tranquillamente a noi per foto, autografi, strette di mano e anche qualche battuta. Steve Morse, Roger Glover e soprattutto Don Airey, un uomo dal sorriso contagioso. Qualche anno fa sono stato piacevolmente colpito dal fatto che proprio lui fosse tornato a Pistoia per un esibizione al Santomato Live: la nostra città, forse, gli è rimasta nel cuore.

Era l’estate della mia maggior età, l’ultima da liceale, la prima da ragazzo del Blues: una festa sociale e musicale che avrei atteso ogni anno con trepidazione.

Ed è incredibile pensare che, proprio durante questa festa, lungo gli anni, siano successe molte delle cose più importanti della mia vita: amicizie che si sono sempre più rafforzate e la ricerca (tra l’altro fallita), in mezzo ad una fiumana di gente, di quella che per me sarebbe diventata ed è ancora oggi la persona più preziosa.

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