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Sabato, 07 Novembre 2020 12:24

“Non chiamatemi musicista”: note e parole di Gregorio Mucci

Il cantautore pistoiese Gregorio Mucci Il cantautore pistoiese Gregorio Mucci

di Francesco Belliti

Pistoia - Il suo primo EP ‘Non è un problema’, l’Agnus Records e la musica ai tempi della pandemia.

Il 30 ottobre è stato pubblicato ‘Non è un problema’, primo EP del cantautore pistoiese Gregorio Mucci. Classe 1989, voluminosa capigliatura riccioluta e chitarra elettrica sempre attaccata all’amplificatore, Mucci ha compiuto un coraggioso passo in questo sciagurato periodo per il mondo della musica, grazie anche ad un’etichetta, la Agnus Records, che ha sempre creduto nel suo talento artistico e in cui ha trovato quella che è a tutti gli effetti una vera e propria famiglia.

Quando ci incontriamo non siamo soli: con noi c’è anche Vania Ruzzi, in rappresentanza della Agnus. Coinvolgerla in questa intervista è stato fondamentale per poter capire a fondo il complicato momento che un’organizzazione come la loro sta oggi vivendo. Ma, prima di tutto, emerge la soddisfazione per l’ottimo risultato del lavoro svolto.

Gregorio, quando è nata l’idea di ‘Non è un problema’?

Il lavoro è cominciato a gennaio. La scelta è ricaduta su un EP perché abbiamo ritenuto che, in questo momento storico, fosse la cosa più adatta. Oggi, nella musica, tutto è più fruibile e tende a bruciarsi in poco tempo. Per un esordiente, uscire con un EP è più facile perché è più ricevibile da un potenziale ascoltatore. È più immediato, è un vero e proprio biglietto da visita. Il nostro desiderio era, con pochi brani, di riuscire a dare l’idea di quello che volevamo fare e dire. È stato un lavoro impegnativo per tutti, quotidiano, che ci ha portato via quasi tutto l’anno, complice anche il lockdown. Adesso che è uscito, sento che tutti gli sforzi sono stati ripagati. Non voglio però esultare, siamo solo all’inizio e aspettiamo i risultati.

L’EP conta cinque brani. Come è stata fatta la scelta?

Sul tavolo ne avevamo una decina e abbiamo scelto quelli che potessero costituire un ottimo percorso di ascolto. Alcuni erano preesistenti e ne è stato ripensato l’arrangiamento in chiave più moderna e soprattutto in base ai miei gusti nel frattempo cambiati. ‘Bambola gonfiabile’, ad esempio, era nel cassetto da anni: da canzone rock ‘n roll è stata rivista con una chiave diversa. Un ragazzo che conosco l’ha definita “psichedelica”, ad esempio. Certamente la matrice rimane rock, ma ci abbiamo inserito sonorità più elettroniche e digitali.

C’è un bell’equilibrio tra pezzi dinamici ed altri più intimi. Era questo che avevate in mente?

Si, assolutamente. Volevamo comunicare che, oltre alla parte più ludica ed irriverente della mia musica, c’è anche quella più intima e affine alla canzone leggera della musica italiana. Alla fine abbiamo dato una visione a 360 gradi di quello che potevamo fare.

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Invece, Vania, com’è nata la Agnus Records? E quali sono i suoi obiettivi?

Vania Ruzzi: Diciamo che ci siamo trovati, tutti noi. Persone che volevano fare quella cosa da tempo ma che non avevano mai trovato le persone giuste per concretizzarla. Io sono arrivata per ultima: mi è stato proposto di unirmi e sono riuscita a fare quello che fino a quel momento avevo fatto senza alcun tipo di retribuzione. Far nascere un’etichetta non è una cosa facile, se si è da soli. Abbiamo unito le forze, ognuno di noi si è preso carico delle cose che più gli competevano. E oggi abbiamo qualcosa che sta funzionando.

Qual è il tuo ruolo all’interno dell’etichetta?

Le mansioni sono venute fuori col tempo. In questo momento mi occupo di booking, ossia la fetta di lavoro più torturata in questi mesi di Covid. In generale, tuttavia, ci diamo tutti una mano per quanto riguarda il social media management e tutti i contenuti e le news sul nostro sito. Infine cerchiamo di mantenere sempre i contatti ed i rapporti per potenziali collaborazioni.

Quali sono le vostre sensazioni riguardo questo periodo di stop ai concerti?

Gregorio: Si tratta di un momento davvero pesante. La discografia vive da circa vent’anni una fase d’assestamento. Stavolta si tratta di una vera e propria decapitazione. Giusto per farti un esempio, adesso, con l’ascesa delle piattaforme digitali e la totale assenza del CD, l’unica cosa da cui potevi guadagnare erano i concerti e quello che potevi vendere in quella specifica occasione. Per un emergente, poi, il live è un’occasione promozionale incredibile. Si tratta di potersi esprimere, di aver un contatto col pubblico. È una condanna che probabilmente durerà ancora per molto. L’unica cosa che si può fare è reinventarsi, di certo non si può rimanere fermi. È quello che abbiamo fatto noi, letteralmente buttandoci nell’anno peggiore nella storia della musica dal Dopoguerra.

Vania: Creare una rete di contatti rimane fondamentale e con i social si può riuscire a fare qualcosa. Ma comunque manca il contatto umano, quello diretto che si può avere con l’artista che ha suonato prima o dopo di te, con il suo manager, con il fonico e con tutta una serie di figure con cui mantenerti in contatto. Anche solo dallo scambiare due chiacchiere, dal fumarsi una sigaretta o bersi una birra insieme, possono nascere delle grandi opportunità e collaborazioni. È stato molto difficile, dunque, nascere e farsi conoscere senza poter fare tutto questo.

Gregorio: Magari questa assenza di contatto personale può anche trasformarsi in un vantaggio. L’unica cosa che possono sentire e conoscere di te è la tua musica.

Quindi non ci sono delle soluzioni temporanee in questo momento, secondo voi?

GM: Durante il primo lockdown in molti avevano provato a fare live su Facebook o su Instagram. Lo hanno fatto a marzo, ad aprile non lo faceva già più nessuno. Hanno provato a fare il concerto a Verona a settembre: è stato un flop. Non è la stessa cosa: anche quando metti un concerto vecchio che hai in DVD, lo guardi perché c’è il pubblico che lo rende unico.

VR: Non credo ci possa essere un mercato della musica live in streaming su piattaforme a pagamento. Ci sono tante cose che fanno di un concerto un’esperienza bella e particolare: il suono in sé cambia, la condivisione, l’emozione. Tutte cose insostituibili. Non ho idee alternative, purtroppo, ma bisognerà iniziare a farsele venire.

Che significa la copertina dell'EP? È un'immagine volutamente provocatoria?

GM: In realtà è un messaggio molto chiaro, ossia che la vita riesce ad andare sempre oltre le barriere. La vita vince sempre. Abbiamo scelto l’immagine del preservativo perché d’impatto. Questa cosa ci può all’inizio sconvolgere, ma poi non si può che pensare ‘Non è un problema’. Alla vita non puoi mettere il cappio.

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C’è qualcosa in particolare, a livello di ascolti, che ti ha influenzato nell’arrangiare i pezzi?

GM: Direi che è stato un mix di cose. La mia intenzione era comunque di mettere la mia matrice rock, blues e funk, cercando di inserire anche qualcosa di moderno, tra virgolette, che mi piaceva. In questo ultimo periodo mi sono avvicinato molto all’elettronica degli anni ‘80, con i suoi sintetizzatori e tutto il resto. Il mio è stato un approccio molto libero, è stato un gioco in cui mi sono divertito un sacco. ‘Bambola gonfiabile’ è venuto fuori proprio così: smanettando sui sintetizzatori, provando e riprovando, è venuto fuori così.

C’è per caso un brano, su tutti, di cui siete particolarmente soddisfatti per come è venuto fuori?

VR: Da ascoltatore e per mio gusto personale, sono molto affezionata a due brani in particolare: ‘E aspetto te’ e ‘Non è un problema’. Credo che non sia un caso che quest’ultima dia il nome all’EP, perché è la più completa per quanto riguarda ciò che cerco in un brano: un testo bellissimo, molto profondo, nello stile di Greg. Non va mai data ogni parola per scontata, ma bisogna saperla leggere tra le righe. C’è un sound particolarissimo e una lunga serie di cose che la rendono speciale.

GM: Io non sono mai soddisfatto, sono un perfezionista. Anch’io sono molto contento di ‘Non è un problema’. Personalmente sono soddisfatto anche dell’arrangiamento di ‘Bambola gonfiabile’: una canzone che avevo voglia di pubblicare da tempo ma che vedevo sempre mancante di qualcosa a livello di sound. La chiave di volta che abbiamo trovato l’ha resa più particolare e piacevole di quando era nata.

Cosa bolle in pentola per il futuro? 

VR: Sicuramente c’è, in arrivo, un videoclip. Non possiamo dire precisamente quando, ma molto presto. Per il resto, non appena si sbloccheranno i live, quella sarà la priorità.

GM: Io mi sono già messo a scrivere per il prossimo anno e quindi, dal punto di vista creativo, c’è parecchia carne al fuoco.

Che tipo di musicista ti senti oggi, Gregorio?

GM: Oggi mi sento molto meno musicista di quanto potevo sentirmi ieri. Oggi mi sento molto più artista. Conosco molti musicisti, compresi quelli che suonano con me, e vedo quello che fanno e come lo fanno; e mi accorgo che la mia mente non è quella del musicista. L’ispirazione per me non è solo musica: può essere anche un libro, un quadro, un film, uno spettacolo teatrale. Il musicista vede solo note, io no.

 

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