Speciali Reportcult: PISTOIA BLUES | PRESENTE ITALIANO


 
 

Domenica, 13 Dicembre 2020 18:07

Atacama Band: da Pistoia “bramando” Cireglio

Gli Atacama Band con Federico Bartoli (a sinistra) e Giulio Breschi (a destra) Gli Atacama Band con Federico Bartoli (a sinistra) e Giulio Breschi (a destra)

di Francesco Belliti

Pistoia – Intervista al bassista Federico Bartoli in occasione dell’uscita del primo album ‘Siamo senza parole’.

Lunedì 7 dicembre è uscito ‘Siamo senza parole’, primo album del gruppo pistoiese Atacama Band, uscito solamente (e coraggiosamente) solo nel formato cd, rimandando la pubblicazione sulle piattaforme a ridosso delle festività natalizie (21 dicembre).

Per fortuna, conosco abbastanza bene Federico Bartoli, che di Atacama Band è il bassista e fondatore insieme all’altro superstite della primissima formazione, il batterista Giulio Breschi. Ci incontriamo per fissare l’intervista, ma soprattutto perché ho assolutamente bisogno di avere e ascoltare questo album che desta in me moltissima curiosità.

Ho sentito solo un singolo pubblicato in anticipo: un brano dal titolo molto particolare (‘Bramo Cireglio’) al cui interno convivono magnificamente il funk rock anni Settanta, il jazz e il prog. Il resto dell’album conferma la prima impressione, ossia di un sound maturo, figlio della ricerca e dell’apertura a diversi generi collegati alla base di partenza.

Com’è nata, innanzitutto, Atacama Band?

“Per me tutto è iniziato nel 2014 dalla chiamata di un mio amico, Jacopo Geri, anche lui bassista. Frequentavamo entrambi il Liceo Classico e avevamo in comune anche l’insegnante di basso, Federico Gori. Per farla breve, il ragazzo di sua sorella cercava un bassista per mettere su un gruppo. Io venivo dagli studi all’Accademia Musicale di Firenze e ho colto l’occasione per metterli in pratica. È così che è avvenuto il mio primo incontro con Giulio Breschi e il chitarrista Alessio Sfasci e insieme abbiamo fondato Atacama Band. C’era anche un tastierista, Luca Tolve, che però è uscito presto dal gruppo. Abbiamo iniziato subito a fare delle meta-cover, nel senso che prendevamo un pezzo, partendo da un tema o da un riff e lo continuavamo a sviluppare a modo nostro. Piano piano siamo arrivati a fare cose totalmente originali. Non avendo un cantante, abbiamo deciso di fare musica esclusivamente strumentale, mettendo insieme fusion, funk, jazz e anche prog, visto che eravamo tutti appassionati della PFM e di altri gruppi italiani. È stato un periodo di incubazione durato due-tre anni. Fino al 2017 non abbiamo suonato live, perché volevamo appunto capire in che direzione volevamo andare”.

Ci sono degli ascolti che hanno influito molto sulla vostra musica?

“Come succede di solito, si è trattato di diverse cose che sono andate a creare una sintesi. Al nostro chitarrista piacevano molto i Soft Machine, David Gilmour, i Pink Floyd e soprattutto i Toto. Io invece, come estrazione, sono molto più metallaro. Infine Giulio era appassionato, oltre che di prog italiano, anche di jazz. Un altro gruppo che ascoltavamo tutti parecchio erano i Level 42: Mark King, il bassista, è sempre stato un punto di riferimento per me. Inoltre ci piacciono molto i Calibro 35. Questo a conferma di come già una singola persona non ascolta solo un genere, se poi si entra in un gruppo viene fuori un insieme di insiemi di cose”.

Cosa significa uscire con il primo album in questo momento?

“Siamo arrivati a questo momento dopo varie vicissitudini. Devo darti una risposta che probabilmente è controcorrente: non nego che sia un momento di difficoltà per tutti, anche per noi, ma questa uscita per noi è una liberazione e significa che il peggio è passato. Per noi poteva esserci anche l’apocalisse: volevamo pubblicarlo a tutti i costi. Il peggio per noi è c’è stato nei due anni precedenti: quando abbiamo iniziato a registrare questo album, il nostro chitarrista, che è compositore insieme a noi dei brani, ha abbandonato. Ci siamo allora decisi a continuare e finire per conto nostro, anche se la sua rinuncia aveva già compromesso l’omogeneità dell’album. Di solito con il primo lavoro in studio cerchi di stabilire le tue sonorità, invece noi ci siamo trovati a dover chiamare dei chitarristi e alla fine è venuto fuori un album strano, un brodo primordiale di cose eterogenee da cui speriamo di ricavare qualcosa di più definito e chiaro. Siamo stati anche fortunati quest’estate, avendo potuto suonare live ed avendo ottenuto un contratto discografico con la Level 49”.

130460606 1335125816820376 737507559063342858 o

‘Siamo senza parole’: un’avvertenza per gli ascoltatori o una vostra considerazione del momento?

“Si può dire che è quello che abbiamo provato noi quando abbiamo ascoltato il prodotto finito. Ci siamo resi conto che era qualcosa di completamente diverso da come l’avevamo pensato, anche in senso positivo. Avendo coinvolto altri musicisti, sono venute fuori idee che noi non avremmo avuto. Ci siamo affidati alle persone, senza essere rigidi nel far rispettare le partiture e dando loro carta bianca. Penso ad esempio ad Andrea Pierozzi e a Francesco Romeggini, che ci ha aiutato molto in fase di registrazione con i suoi consigli e che ringrazio molto per questo”.

Anche perché uscire oggi con un album di musica esclusivamente strumentale è una doppia sfida…

“Abbiamo sempre pensato che avremmo venduto il disco semplicemente suonando. Noi abbiamo avuto la fortuna di essere un gruppo molto attivo, da 20-25 date all’anno. Avevamo in programma di partecipare a diversi festival, tipo il Serravalle Jazz, ma anche in questo caso niente è andato come pensavamo. Voglio però dire una cosa: questo album è come una nostra serata live mancata. Lo abbiamo composto in quel senso, ad esempio la scaletta dei brani sarebbe stata la stessa in un nostro concerto. Inoltre i diversi musicisti che hanno collaborato con noi non hanno avuto il tempo di assimilare del tutto i nostri brani, quindi ci sono delle imperfezioni che si possono sentire solo dal vivo”.

Siete senza parole, ma nel libretto ci sono delle divertenti lyrics onomatopeiche. Di chi è l’idea?

“L’idea è mia. E ci tengo a dire che l’ho fatte in modo serio, nel senso che le ho scritte e ricontrollate ascoltando la musica, mettendoci del tempo e molto impegno. Di solito nei libretti ci sono le parole con in mezzo la dicitura ‘strumental part’. Invece io, nell’ultimo pezzo, al posto delle parole del rapper ho messo ‘vocal part’.

L’album si apre con una vostra rivisitazione di ‘Stronzo’ di Lucio Dalla. Perché avete scelto questo brano?

“Innanzitutto c’è grande ammirazione per l’artista. ‘Stronzo’ è uno dei suoi brani più sperimentali, in cui lui improvvisa molto dal punto di vista vocale. È stata una delle prime cose, forse la prima in assoluto, che abbiamo fatto insieme: abbiamo sostituito le parti vocali e ne abbiamo inserito altre. Quindi non si può neanche definire una cover, perché se le metti a confronto non si assomigliano così tanto”.

Sveliamo il mistero: a cosa è dovuto il titolo ‘Bramo Cireglio’?

“C’è una storia dietro. Io abito a Pistoia ma ho anche una casa a Castel di Cireglio. Andavo lì, sia d’estate che in inverno, con gli amici per fare festa. Ad un certo punto mio fratello più grande è andato a convivere e si è trasferito lì per tre anni. È nato dunque questo sentimento, questo desiderio di tornare là. È venuta fuori questa canzone che, tra l’altro, è stata sviluppata in parte proprio in quella casa, quando mio fratello se n’è andato e sono potuto ritornarci. Inoltre mettere Cireglio nel titolo ha portato delle interazioni interessanti e sorprendenti: su YouTube molta gente dall’America ha commentato, riconoscendo la nostra frazione come quella in cui ha vissuto per qualche anno Kobe Bryant”.

L’album si chiude con un featuring col rapper montalese Davide Calandra. Com’è venuta fuori l’idea di coinvolgerlo?

“L’idea si è sviluppata dopo un incontro casuale con lui ad una festa. Abbiamo collaborato diverse volte, ma qui bisogna lodare la sua apertura mentale. Lui è molto moderno, ha ascoltatori tra i giovanissimi, ma si presta volentieri a cose più strane come possiamo essere noi e infatti ne è stato molto contento”.

In questo album si alternano diversi musicisti: li avete scelti in base al pezzo? E quanto hanno inciso sul pezzo stesso?

“Sono tutti musicisti con cui avevamo già collaborato in altre occasioni. In alcuni casi abbiamo scelto la persona che ritenevamo più consona ad un determinato tipo di brano. Ad esempio Andrea Pierozzi in ‘Bagliori’, che è il brano più pesante dell’album e ben si adatta al suo background metal. In altri casi abbiamo fatto anche l’opposto, ad esempio con Tommaso Raimondo, un bravissimo chitarrista di Montale. Lui ha un suono di chitarra molto sognante ed uno stile leggero e di classe: sarebbe stato perfetto per ‘Orizzonti verticali’, invece l’abbiamo dirottato su ‘Bramo Cireglio’. Una scelta contro-attitudinale che però ha pagato. Tutti hanno dato moltissimo, alcuni sono riusciti addirittura a cambiare la struttura del pezzo, lasciandoci appunto senza parole”.

 

 

 

Articoli correlati (da tag)