Martedì, 05 Dicembre 2017 14:33

Le emozioni de “Il nome della rosa” in scena al Teatro della Pergola

Una scena dello spettacolo teatrale Una scena dello spettacolo teatrale

di Andrea Capecchi

Firenze – Le pagine del capolavoro di Umberto Eco rivivono al Teatro della Pergola.

Uno spettacolo realizzato e messo in scena in sei repliche nella prima versione teatrale italiana di Stefano Massini, per la regia di Leo Muscato. Un cast di tredici attori dà vita a quaranta personaggi, con una recitazione molto empatica, colloquiale, quotidiana, per uno spettacolo che, nell’insieme, mantiene un taglio quasi cinematografico.

Una rappresentazione capace di suscitare forti emozioni, che ha il merito di trasmettere al pubblico tutta la potenza e la forza del romanzo di Eco, mantenendosi assai fedele al testo, e facendo emergere da esso non solo i grandi temi storici, politici e religiosi che fanno da sfondo e cornice alla storia, ma anche interessanti spunti di riflessione per il mondo attuale.

Le vicende di Guglielmo da Baskerville e del giovane discepolo Adso da Melk si susseguono a ritmo incalzante, in un continuo mutamento di scenografie che corrisponde al volgersi sempre più rapido e precipitoso degli eventi verso il drammatico finale. La voce narrante è quella di Adso anziano, che in un gigantesco flashback ricorda con passione e con viva partecipazione questa storia che lo ha visto protagonista durante il noviziato, e che lo ha segnato profondamente nell'animo, mettendolo a contatto con la ragione e la superstizione, la lucidità e la follia della mente umana.

Le mura dell'abbazia dove Guglielmo e il suo giovane allievo giungono in missione custodiscono un segreto che nessuno deve divulgare al di fuori della biblioteca: qui è conservato infatti un libro da qualcuno ritenuto pericoloso, che si scopre ben presto essere la causa e il motivo di una lunga serie di morti violente che insanguinano e turbano la quiete del monastero. Un “giallo” che Guglielmo vuole indagare a fondo e risolvere, mentre intorno a lui si muovono e agiscono figure ora inquietanti ed equivoche, ora semplici e di buon cuore, ora grottesche e quasi tragiche nella loro follia: il monaco Salvatore, che “parla più lingue senza conoscerne nessuna”; il cellario Remigio, che sarà condannato come eretico; Bernardo Gui, inflessibile giudice dell'Inquisizione; il monaco Jorge, profondo conoscitore dei segreti del monastero e della sua biblioteca.

Anche Adso non resta immune al clima di turbamento che invade l'abbazia e cede al peccato carnale, in una sorta di “discesa agli Inferi” da cui risorge grazie all'aiuto del maestro e all'uso della ragione e delle facoltà dell'intelletto, che si riveleranno decisive per la soluzione dell'enigma e la scoperta del “colpevole”. Intorno, un turbine di vicende che gli attori sono abili a ricostruire con efficacia, immergendo il pubblico nel turbolento e complesso clima politico, religioso e culturale della prima metà del Trecento.

La disputa tra il papato avignonese e l'Ordine francescano sul tema della povertà, il crescente potere dei frati domenicani e dell'Inquisizione, le istanze pauperistiche e di rinnovamento spirituale portate avanti da alcuni predicatori, la caccia agli eretici e alle streghe, la presenza incombente e quasi ossessiva dell'Anticristo, secondo alcuni prossimo a manifestarsi nel mondo: sono questi i grandi temi che ruotano attorno ai due protagonisti, sullo sfondo di un Medioevo che sta volgendo al tramonto, in cui la trasmissione e la conservazione del sapere, per secoli appannaggio esclusivo dei monasteri, si sta aprendo alle università cittadine.

Un mondo dove si fronteggiano razionalità e dogmatismo, dove si agitano dubbi e salde certezze che spesso sconfinano nel fanatismo, dove si mescolano attese messianiche e speranze di un profondo rinnovamento morale e spirituale della Chiesa, del papato e della Cristianità intera.

La narrazione alterna conversazioni serrate fra i personaggi, fasi drammatiche e concitate, momenti tragici e comici, con le argute battute di Guglielmo che spesso muovono gli spettatori al riso. Ed è proprio la liceità del riso la chiave interpretativa del mistero che attanaglia la biblioteca del monastero: ridere è agire a imitazione di Cristo e un modo per avvicinarsi a Dio o è un grave pericolo per l'integrità morale dell'individuo e della comunità cristiana, veicolo di leggerezza e blasfemia?

In un mondo così fallace e imperfetto non resta che ammirare la perfezione del nome della rosa, che dà il titolo al romanzo, e ascolare il melodioso canto che conclude l'intera vicenda: “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”.

 

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