Martedì, 29 Gennaio 2019 14:24

Il Gino Bartali di Francesco Dendi, campione di ciclismo e di umanità

Una scena dello spettacolo "Bartali: prima tappa" (foto di Giulio Rivelli) Una scena dello spettacolo "Bartali: prima tappa" (foto di Giulio Rivelli)

di Andrea Capecchi

Agliana - Campione di ciclismo e di umanità, dagli allori conquistati nei Grandi Giri all'impegno civile durante l'occupazione nazifascista.

Questo è stato Gino Bartali, una delle figure umane e sportive più significative del Novecento. Un professionista esemplare, modello per tutti gli appassionati di ciclismo, idolo dei pedali di un'intera generazione che con lui ha sognato e gioito, esaltando i suoi trionfi al Giro e al Tour.

Ma anche, e soprattutto, un uomo animato da forti valori e da un profondo senso di dovere e di giustizia, poco incline ai compromessi con il potere, che nel momento più buio per l'Italia, durante le drammatiche fasi della guerra, dell'occupazione nazifascista e delle persecuzioni antiebraiche, non esitò a mettersi in discussione e a rischiare in prima persona per fare ciò che egli riteneva giusto.

Una storia, quella del Bartali “corrispondente” per conto della Delasem – quando il campione fiorentino utilizzò la bicicletta per portare in segreto documenti e passaporti falsi alle famiglie ebraiche a rischio di deportazione – che merita di essere conosciuta e valorizzata.

Ed è quello che è avvenuto con lo spettacolo “Bartali: prima tappa”, interpretato da Francesco Dendi per la regia di Lisa Capaccioli, andato in scena al Teatro Moderno di Agliana in occasione della Giornata della Memoria. Non poteva esserci momento più propizio per ricordare l'impegno per salvare la vita a tante famiglie innocenti portato avanti dal grande corridore toscano, e come lui da molti altri corrispondenti e staffette della “rete” Delasem: persone note o sconosciute, che con dedizione e sacrificio contribuirono al riscatto morale e umano dell'Italia nei suoi anni più tormentati.

Ottima la prova attoriale di Francesco Dendi, abile a sostenere un monologo di circa un'ora senza affaticare nè distrarre lo spettatore, anzi rompendo spesso la staticità del personaggio con mutamenti nel registro linguistico, una vivace gestualità, l'interazione con il pubblico in sala e l'esecuzione di azioni dinamiche.

La vera originalità dello spettacolo risiede nella scelta, efficace e azzeccata, di presentare la vicenda umana e sportiva di Gino Bartali attraverso gli occhi di un suo giovane imitatore, che si fa chiamare da tutti “il Bartali” come il suo idolo, e che, come il suo eroe, prende parte e collabora nella “rete” segreta per portare vestiti, viveri e documenti falsi alle famiglie ebraiche che, se scoperte, rischiano l'arresto e la deportazione. Si assiste così non a un semplice spettacolo biografico su Bartali, ma a una ricostruzione che “scava” nelle pieghe della personalità e del carattere di questo personaggio attraverso il racconto appassionato di un ragazzo. Il “vero” Bartali, pur essendo al centro della narrazione, non compare mai fisicamente sulla scena, ma vi irrompe più volte, in una sorta di continua epifania, durante alcuni episodi riportati dal narratore.

Grazie a un'eccellente drammaturgia, frutto di un attento e preciso lavoro di ricerca storica e biografica, la vicenda di Bartali viene narrata con puntualità e chiarezza a un pubblico di tutte le età, che ha modo di conoscere il lato meno noto del grande ciclista: la sua devozione religiosa e l'amicizia con le alte sfere ecclesiastiche, il suo sentimento antifascista e l'antipatia per Mussolini, il suo rifiuto di prendere la tessera del Pnf e di fare il saluto romano durante la cerimonia di premiazione del Tour, la sua sincera e schiettta toscanità che si esprime nel soprannome, “Ginettaccio”, con il quale tutti lo salutano e lo riconoscono.

Ma accanto a informazioni più generali, lo spettacolo si sofferma su interessanti e gustosi aneddoti che dicono molto della personalità e del carattere di Bartali: la sua venerazione per l'immagine sacra di santa Teresa, che porta sempre sotto il sellino della bici; la sua preparazione fisica e atletica, che restituisce l'immagine di un professionista scrupoloso e molto “moderno” nella cura dei dettagli; la sua ammirazione per le imprese ciclistiche di Binda e Girardengo; i suoi duri allenamenti nei pressi di Ponte a Ema, suo luogo natale, sulla temibile ed emblematica “salita dei moccoli”.

A ogni tappa del “Giro d'Italia” in versione ridotta che Bartali compie attraverso i borghi e le campagne toscane per portare a termine le sue missioni nei tempi stabiliti, corrisponde un'episodio, un aneddoto, un racconto, uno squarcio significativo sulla sua vita. E gli occhi del suo giovane ammiratore si riempiono di meraviglia quando Bartali lo supera in velocità, avanzando senza timore tra le camionette dei soldati tedeschi e sfrecciando rapido verso un posto di blocco, dove viene riconosciuto e fatto passare senza troppe domande.

Uno spettacolo ben riuscito, che rende il giusto tributo a una figura eccezionale del nostro sport, per fortuna recentemente riscoperta, mettendo in scena la sua vicenda in maniera intelligente e originale, tra storia, memoria e biografia, avvalendosi anche di un'interessante introduzione video. Uno spettacolo che ci fa riflettere sulla scelta, non certo facile e comoda, compiuta da Bartali in quegli anni, e sull'impegno e sul senso di responsabilità che ciascuno di noi è chiamato a prendere anche oggi – senza rimanere indifferente, passivo o, peggio ancora, complice – di fronte a situazioni di ingiustizia, violenza e discriminazione.

 

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