Martedì, 05 Marzo 2019 15:33

Teatro Metastasio, in scena il "Don Giovanni" di Moliere

Una scena dello spettacolo (foto di Donato Aquaro) Una scena dello spettacolo (foto di Donato Aquaro)

Prato - Da giovedì 7 a domenica 10 marzo al Teatro Metastasio, Valerio Binasco porta in scena “Don Giovanni” di Molière.

Una versione originale e al contempo fedele al testo sulla storia del leggendario seduttore, mito della letteratura europea, simbolo non soltanto dei trionfi e delle ceneri dell'eros, ma anche della rivolta della libido contro le remore della teologia (orario spettacoli: feriali ore 20.45, sabato ore 19.30, domenica ore 16.30; biglietti da 8 a 26 euro).

Si tratta di una commedia in cinque atti, dove centrale risulta il protagonista, verso il quale convergono tutte le scene e in cui forte è la tematica religiosa in relazione alla sua funzione morale e alla società.

Con la necessità di mettere il lavoro d’attore al centro dell’opera, Binasco restituisce verosimiglianza all’umanità del protagonista spogliandolo dalle sovraletture soffocanti di oltre trecentocinquant’anni di storia teatrale, evitando la figura leggendaria che la tradizione letteraria ha restituito nel tempo e cercando invece l’uomo prima che l’archetipo, l’essenza vitale barocca nella sua purezza prima che il simulacro universale.

Ecco allora, impersonato da Gianluca Gobbi, un ingombrante Don Giovanni, opulento, tracotante e verboso, petulante, istintivo e carnale, licenzioso, empio e immorale che coltiva il suo libertinaggio come atto profondo di ricerca di libertà e che, anche quando sfocia nella blasfemia o nell’ateismo, non contraddice mai la figura dell’eroe-criminale solitario, che orgogliosamente osa portare la sua sfida anche contro Dio.

Sempre accanto a lui come contraltare, a difendere i principi della fede e della religione, c’è Sergio Romano nei panni del bizzarro e ridicolo servitore Sganarello, lacerato lacché e padre confessore al tempo stesso, che tuttavia svilisce gli argomenti che tocca, inducendo a una caricaturale confusione tra credo e superstizione. E, a corredo, una costellazione di cammei, comparse e siparietti di personaggi con ruoli secondari eppure ugualmente epifanici.

Sulla scena, tutti, dall’inizio alla fine, contribuiscono a esaltare l’aura eroica del libertino e neanche la figura del Convitato di pietra, né il finale morale imposto dalla tradizione ne intaccano l’immagine.

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