Lunedì, 25 Marzo 2019 15:22

Colorato e bizzarro: “Il barbiere di Siviglia” secondo Damiano Michieletto

Una scena dello spettacolo Una scena dello spettacolo

di Andrea Capecchi

Firenze – Coloratissimo, moderno, dinamico e bizzarro, tra costumi carnevaleschi e un'atmosfera di allegria che esalta gli equivoci e le beffe.

Al Teatro del Maggio Musicale di Firenze è andato in scena “Il barbiere di Siviglia”, rivisitazione a del regista Damiano Michieletto del “melodramma buffo” di Cesare Sterbini con musiche di Gioacchino Rossini, considerato ancora oggi uno dei “classici” intramontabili della commedia lirica. Una tormentata vicenda d'amore tra inganni, sorprese, beffe, calunnie, colpi di scena e riconoscimenti, fino all'atteso lieto fine, ambientata in una Siviglia magica e fiabesca, dove il tempo sembra rimanere sospeso.

La dimensione del sogno e il carattere onirico dell'intera rappresentazione sono evidenziati fin dall'esordio, e presentati al pubblico come un immaginario viaggio in treno, dal luogo della rappresentazione reale (Firenze) a quello dove è ambientata la storia (Siviglia). Ecco che, appena si abbassano le luci e prima che l'orchestra – splendidamente diretta dal maestro Michele Gamba – inizi a suonare, la voce di un altoparlante avverte il pubblico che “il treno espresso numero 393 da Firenze a Siviglia è in partenza al binario cinque”.

È un viaggio allegro e colorato in un'altra dimensione, che permette agli spettatori di evocare con la fantasia i luoghi e le situazioni dell'opera di Rossini. La scenografia è infatti ridotta a pochi oggetti sempre presenti sul palcoscenico, come un mucchio di sedie che, grazie ai continui spostamenti, permettono allo spettatore di immaginare e costruire attorno ad esse gli interni di un nobile palazzo andaluso o la bottega dove il barbiere Figaro riceve la sua folla di clienti.

L'attenzione si focalizza tutta sui personaggi, contraddistinti da maschere che richiamano le figure della Commedia dell'Arte e da costumi vivaci, colorati e bizzarri, che con un immediato colpo d'occhio evocano e rivelano al pubblico la natura stessa dei protagonisti del melodramma. I costumi sgargianti non sono solo un espiediente per dare vita a figure divertenti, ma derivano anche dalla precisa scelta del regista di caratterizzare in maniera forte e decisa ogni personaggio.

Don Basilio è verdissimo con capelli lunghi, unti, naso adunco e una lunga coda di serpente, simbolo dell'invidia e della calunnia di cui egli è portatore. Il barbiere Figaro, scaltro e acutissimo, è una figura solo in apparenza clownesca: i baffi e i capelli arricciati, che assomigliano a orecchie volpine, alludono alla sua furbizia e intelligenza nell'architettare beffe e inganni. L'anziano e panciuto don Bartolo, tutto in bianco, richiama alla mente un cane da guardia, grosso ma inoffensivo, che guarda geloso la bella Rosina, vestita di rosso, il colore dell'amore e della passione, così come il suo amante Lindoro.

Lo spettacolo, inoltre, mostra grande cura verso la gestualità dei personaggi, con alcune scene corali di forte impatto visivo (come quella finale del primo atto e quella di chiusura dell'opera, con il lancio in aria di palloni a simboleggiare la confusione mentale e le allucinazioni provocate dai tranelli di Figaro), ma soprattutto rivela il ruolo centrale attribuito alla voce e alla musica, vere regine dell'opera rossiniana.

Magistrali, sia per l'esecuzione dal vivo che per il loro significato, l'aria “Largo al factotum della città”, con la quale Figaro entra in scena e si presenta, e l'aria “La calunnia è un venticello”, cinica quanto attualissima riflessione di don Basilio sul potere “distruttivo” della calunnia.

Barbiere di Siviglia 2

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