Giovedì, 31 Ottobre 2019 15:37

La follia, il dolore, la caduta dell'uomo in scena con “Padiglione 6”

Una scena dello spettacolo (foto di Gabriele Acerboni) Una scena dello spettacolo (foto di Gabriele Acerboni)

di Andrea Capecchi

Pistoia – La caduta nell'abisso di un destino assurdo e grottesco, il sottile confine tra sanità e follia, la fine delle certezze e la conoscenza del dolore.

Sono solo alcuni dei temi che lo scrittore russo Anton Cechov fa emergere ne “La corsia numero 6”, uno dei suoi racconti più celebri e controversi, dal quale il regista Roberto Valerio ha tratto, in maniera fedele ed efficace, lo spettacolo teatrale “Padiglione 6”.

È la storia di un incontro tra due mondi opposti e distanti, in apparenza così lontani ma alla fine accomunati dallo stesso destino: due uomini, un medico direttore di uno scalcinato ospedale di una cittadina sperduta nella provincia russa e un malato di mente, di nome Ivan Gromov, ricoverato insieme ad altri quattro pazzi in quella sorta di prigione nonchè stanza delle torture che viene comunemente indicata come “Padiglione 6”. Ma il dottor Ragin – interpretato da un magistrale Martino D'Amico, tornato a Pistoia nel ruolo di protagonista dopo il grande successo de “La signorina Else” al fianco di Lucrezia Guidone – cambia presto il proprio atteggiamento nei confronti di quello che si rivela essere non un povero pazzo, ossessionato da manie di persecuzione e pronto a vedere nemici e spie dappertutto, ma un interlocutore acuto, lucido e intelligente, che con il passare delle settimane e il perdurare delle conversazioni mette sempre più in crisi le certezze e le rigide convinzioni di Ragin.

Il dottore si sente inattaccabile e protetto da una “filosofia personale” dai forti contenuti materialistici e agnostici: ciò che esiste è per forza necessario, l'uomo non può cambiare il proprio destino, il mondo non è governato dalla provvidenza ma dal caso, che fa sì che alcuni uomini possano circolare liberamente in città e altri siano invece costretti a trascorrere tutta la propria vita dentro le pareti e le inferriate dell'ospedale psichiatrico. Come confida a Gromov, “dal momento che prigioni e manicomi esistono, è necessario che qualcuno vi sia rinchiuso”. Su chi, in particolare, “non fa nessuna differenza”.

Il pazzo lo avverte di stare in guardia: Ragin ragiona in questo modo perché non ha mai provato la sofferenza e il dolore, non è entrato in quel “cerchio incantato” che fa precipitare l'uomo verso l'abisso, in una caduta che non è possibile fermare, nemmeno con la volontà.

E la storia che segue è il racconto della caduta di Ragin, vittima innocente ma allo stesso tempo perfettamente consapevole di quella società borghese, ipocrita e crudele, che è sempre pronta a schiacciare chi non rispetta le sue leggi o chi mostra di allontanarsi dai suoi valori, assumendo comportamenti “strani” che destano timori e sospetti.

Chi è allora il pazzo? Lo diventa il dottore; o meglio, lui sa perfettamente di essere sano e di avere ancora la propria intelligenza, ma con false scuse e false promesse, condivise anche dagli amici più cari, Ragin viene estromesso dal lavoro, mandato a forza in pensione, costretto a spendere i propri risparmi in un'inutile vacanza nelle capitali della Russia, e infine internato anch'egli in quel terribile “Padiglione 6”, dal quale non uscirà più.

Lo spettacolo teatrale, andato in scena al Teatro Bolognini Pistoia, restituisce tutta drammatica e la potenza evocativa di un racconto dalla trama forse banale, ma dei significati profondi davvero dirompenti, che investono il destino dell'uomo, il suo ruolo nella società, il rapporto contraddittorio tra gli individui, l'assurdità e l'irrazionalità del mondo. È un Cechov pessimista, che si può avvicinare alle filosofie di Dostoevskij e di Pirandello: rinchiusi dentro il “Padiglione 6” non ci sono solo cinque poveri pazzi, ma c'è l'intera Russia del tempo, e ci possiamo essere anche noi, adesso. Perché la certezza è una sola: la vita non si conosce e noi non la conosciamo.

Lo spettacolo andrà in replica stasera, giovedì 31 ottobre alle ore 21, presso il teatro Bolognini di Pistoia e domenica 3 novembre alle ore 17 presso il teatro Montand di Monsummano.

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