Sabato, 25 Gennaio 2020 16:50

Le “Mine Vaganti” di Ozpetek incantano il Manzoni

Una scena tratta dall'omonimo film del 2010 Una scena tratta dall'omonimo film del 2010

di Andrea Capecchi

Pistoia – Applausi a scena aperta per la “prima” a Pistoia di “Mine Vaganti”, l'attesissima commedia teatrale firmata da Ferzan Ozpetek.

Tratto dall'ominimo film di successo del 2010, campione d'incassi al botteghino e vincitore di due David di Donatello e cinque Nastri d'Argento, lo spettacolo segna l'esordio di Ozpetek come regista teatrale, supportato da una compagnia di attori di alto livello, con esperienze anche sul grande schermo, capitanata dai bravissimi Francesco Pannofino e Paola Minaccioni.

Portare sul palcoscenico un film di questo tipo non è un'impresa facile, o che può sembrare apparentemente banale. È una scelta inconsueta e rischiosa per almeno due motivi: in primo luogo perché la riduzione teatrale entro uno spettacolo di due ore e all'interno di uno spazio scenico ben definito richiede un lavoro di adattamento e sintesi della sceneggiatura – che però non deve risultare stravolta – e di suddivisione dello spazio sul palcoscenico per la rappresentazione in contemporanea di più scene. In secondo luogo, bisogna tener conto delle alte aspettative del pubblico, che potrebbe rimanere deluso da uno spettacolo ritenuto non all'altezza, e pronto a giudicare attraverso l'inevitabile paragone con il film.

Ma Ozpetek ha il coraggio di osare e non delude le attese: a partire dall'impianto generale della commedia, con una felice ed efficace alternanza tra scene corali, dinamiche, in un certo modo farsesche, con tutti i personaggi sul palco a dare vita a momenti di esilarante comicità, e scene di monologo o di dialogo, più lente, calme, riflessive, in cui emergono i profondi sentimenti, le ambizioni deluse, i sogni e le aspirazioni dei protagonisti. Grazie all'utilizzo dell'artificio dei tendaggi, che si aprono e si chiudono all'interno dello spazio scenico, la commedia scorre con agilità e senza interruzioni, permettendo al regista di rappresentare più scene in sovrapposizione e di mantenere una notevole fedeltà con la trama del film.

E poi il ruolo del pubblico: non è un pubblico passivo che assiste in disparte alla rappresentazione. Il pubblico seduto nella platea del Manzoni non si limita ad osservare, ma con una trovata di gusto metateatrale “entra” all'interno della commedia ricoprendo il ruolo della “gente” – che nell'opera assume un significato fondamentale, perché è l'insieme delle persone che guardano e giudicano secondo i propri pregiudizi e schemi mentali – con la quale i personaggi interagiscono. Anche la prima fila della platea e la piccola scaletta di legno che conduce sul palco diventano spazi teatrali e vengono utilizzati per rompere la barriera immaginaria che separa attori e pubblico e per rendere quest'ultimo ancora più partecipe e consapevole dei sentimenti e dei drammi interiori che personaggi stanno vivendo.

Il tema centrale e portante della commedia, ovvero l'accettazione dell'omosessualità all'interno di una famiglia e, più in generale, di una società ancora dominata da antichi pregiudizi e luoghi comuni, uniti a una certa ipocrisia, al falso moralismo e al culto delle apparenze, viene trattato con leggerezza ma anche con serietà e incisività, come nella tradizione del racconto umoristico dove l'ironia e la risata aprono la strada a riflessioni talvolta assai amare. Lo spettacolo è riuscito proprio perché riesce a dosare con intelligenza momenti assolutamente comici, tra battute in dialetto e gag autoironiche, e spunti di riflessione che vorrebbero far capire al pubblico come ci si sente nei panni di una persona che viene giudicata, condannata, esclusa ed emarginata perché ritenuta pericolosamente “diversa”, ma con la sola “colpa” di essere libera di amare chi ritiene degno del suo amore.

La famiglia all'interno della quale si svolgono le vicende narrate è una famiglia che scatena un riso pieno di sarcasmo proprio perché rappresenta – ovviamente portata all'estremo – una visione per molti aspetti retrograda e patriarcale, contraddistinta da pregiudizi ben radicati difficili da abbattere, anche se il finale agrodolce della commedia suggerisce l'avvenuta pacificazione tra la mentalità maschilista e aziendalista del padre e il desiderio del figlio omosessuale di vivere la propria vita. Quella di Ozpetek non è una critica alla famiglia in quanto tale, ma è la denuncia – fatta in maniera ironica e sottile – di una mentalità che ancora oggi, a dieci anni di distanza dal film, appare molto diffusa, oltre alla pretesa della gente di giudicare sempre gli altri secondo il proprio ed esclusivo punto di vista, dividendo il mondo tra coloro che hanno ragione e coloro che hanno torto.

Il risultato è uno spettacolo che colpisce, che appassiona, che diverte, che fa pensare e il cui messaggio arriva dritto al cuore. Addirittura (ma è un parere personale) meglio del film.

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